ANCHE I PENSIONATI HANNO UN SINDACATO?

Posted on febbraio 4, 2009. Filed under: Attualità e politica, Politica | Tag:, , , |

Lavorando nello Spi Cgil mi è capitato a volte di dare per scontato che la gente sappia cos’è un sindacato pensionati e perché esista.
Spero che queste righe possano contribuire a fare un po’ di luce a riguardo.
Le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative, Cgil, Cisl, Uil, per intenderci, ma anche quelle autonome, organizzano e rappresentano i lavoratori secondo le categorie di appartenenza: pubblico impiego, scuola e ricerca, metalmeccanici, chimici, tessili, commercio e turismo, alimentaristi, università , poste, spettacolo, bancari etc etc.
La tutela avviene per l’applicazione dei contratti nazionali e per la contrattazione integrativa di secondo livello, quella territoriale o aziendale, che però si riesce ad espletare solo in poche realtà , dove ci sono iscritti e solo in aziende con almeno 15 lavoratori.
In Veneto, patria delle imprese pulviscolo, riusciamo a contrattare solo nel 10% delle piccole aziende per cui il contratto nazionale resta il punto di riferimento dei lavoratori e questi si rivolgono a noi anche per controllare la giustezza delle buste paghe, per cause per mancato rispetto degli accordi di lavoro e dei diritti costituzionali e per rivendicare nuovi diritti (es:lavoratori atipici e precari)
Le OO.SS, inoltre, come portatori di istanze collettive, sono sempre state ascoltate come parti sociali al tavolo del Governo in sede di predisposizione del bilancio economico annuale, sottoscrivendo, a volte, accordi memorabili che hanno cambiato i rapporti economici e sociali tra le parti.
Mi riferisco alla modifica del sistema pensionistico, in ragione dell’aumento della lunghezza della vita, che hanno fatto si che il sistema tenesse, in un divenire di accordi unitari dal 1993 (accordo sulla politica dei redditi) in poi, fino a quello del 23 luglio 2007 col governo Prodi.
La politica concertativa durante i governi retti da Berlusconi è sempre stata messa in discussione col tentativo di rompere l’unita tra le sigle sindacali e cercando di mettere all’angolo la Cgil, considerata organizzazione conservatrice.
E in tutto questo i pensionati che c’entrano? Niente o quasi!
Quando un lavoratore/trice va in pensione, attualmente con almeno 38 anni di anzianità o 60 di età, riceve la pensione rispetto ai contributi che ha versato, per un importo che va dal 50 al 60% dell’ultima retribuzione e ciò dipende anche dal tipo di frammentazione del percorso lavorativo (tipico di un lavoratore che ha avuto vari contratti a tempo determinato).
Ma mentre il contratto nazionale di lavoro consente ai lavoratori di aumentare il loro stipendio ogni 2 o 3 anni, i pensionati non hanno nessun meccanismo di rivalutazione della pensione per cui, negli ultimi 10 anni, complice anche la non controllata introduzione dell’euro, le pensioni hanno perso il 30% del potere d’acquisto. Chi nel 2000 aveva una pensione di 1milione e mezzo di lire vantava un tenore di vita buono, quella cifra si è trasformata in 650 euro e consente al pensionato di vivere solo una condizione di povertà, considerando,poi, che le donne hanno mediamente pensioni molto più basse.
Ricordo, inoltre, che in Italia sono più di tre milioni i pensionati che vivono con la “minima”, circa 500 euro al mese.
Dei pensionati, allora, si occupano le OO.SS dei pensionati che cercano di tutelare gli anziani incalzando i governi nazionali a prevedere misure di difesa del potere d’acquisto delle pensioni.
L’accordo del 2007 prevedeva, per la prima volta nella storia italiana, l’istituzione di un tavolo per la rivalutazione delle pensioni: il governo è caduto e Berlusca ai pensionati regala un po’ di carità pelosa con 500.000 social card di sole 120 euro e spesso i soldi risultano non caricati.
Con le migliorate condizioni di vita e l’allungamento della stessa sono aumentate le spese sanitarie a carico degli anziani, soprattutto se riguardano quelli non autosufficienti (case di riposo, assistenza domiciliare, assistenza ospedaliera) e noi lavoriamo perché i costi determinati dalla presenza di una persona in perdita di autonomia a casa non ricadano solo sulle spalle di quella famiglia ma diventino un costo a carico della fiscalità generale. Per questo abbiamo chiesto ed ottenuto un fondo nazionale per la non autosufficienza (interessa 2,5 milioni di anziani e 500 giovani) le cui risorse però sono infinitesimali.
Ovviamente il nostro sforzo sarà quello di continuare a chiederne il potenziamento.
Il nostro lavoro di tutela si estende alla contrattazione territoriale con Ulss, case di riposo, per il miglioramento degli standard sanitari e sociali ma soprattutto con i comuni e le regioni perché queste, che sono gli enti più vicini ai cittadini, possano istituire servizi specifici e calmierare le tariffe locali per gli anziani a basso reddito.
Si dice che gli anziani sono una risorsa ed è vero ma ci sono poche politiche per sostenerli ecco perché è necessario esista un sindacato pensionati che si faccia carico di tutelarli nel miglioramento delle condizioni di vita.

Margherita

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