IL PARADOSSO DEGLI INOSSERVANTI

Posted on febbraio 6, 2009. Filed under: Attualità e politica, Politica | Tag: |

La cronaca giudiziario-politica degli ultimi mesi (anni …) impone di fare un passo indietro rispetto al tema della questione morale e di dedicarci alla più banale “questione della legalità”; un concetto decisamente meno alto, ma che rappresenta comunque un “fondamentale” della discussione politica.

Dal punto di vista metodologico preciso che mi riferisco alla mera legalità in senso formale, al cd rispetto delle regole, senza implicazioni in ordine al valore delle stesse.

Comunque, secondo l’opinione generalmente condivisa, si tratta pur sempre di uno dei requisiti minimi che garantiscono l’esistenza di qualsiasi realtà organizzata.

Con buona pace di questa communis opino, invece “l’elusione delle regole” costituisce il vero sport nazionale del nostro Paese.

Ciò che appare maggiormente paradossale, però, è constatare come un gran numero di praticanti di questa disciplina appartengano – contemporaneamente – sia al novero di coloro che concorrono a stabilire le regole sia a quello degli “inosservanti”.

Epigoni di Machiavelli, gli inosservanti spesso giustificano apertamente la scelta di scavalcare le regole con la “necessità ed urgenza” di dover “tirare avanti la carretta”, sostengono quindi di agire per il bene comune.

Quanti tra sindaci, parlamentari, amministratori della publica res, pur appartenendo a formazioni politiche di governo, si muovono sfruttando le “pieghe” dell’ordinamento o addirittura nella palese illegittimità, pur, è questo il punto, perseguendo finalità istituzionali!

Sono spesso considerati “modelli” da imitare (“quello si che sa come si fa politica!” è il miglior complimento che amici ed avversari rivolgono a questa categoria) e, concretamente, sanno portare benefici -contemporaneamente concreti e, per ciò che diremo, al tempo stesso evanescenti- alla comunità di appartenenza, che sarebbero preclusi dalla stretta osservanza delle norme.

Altri li additano come “la casta”.

La nemesi, comunque la si pensi, è, inesorabile: l’ordinamento (cioè il complesso di regole ed istituzioni che reggono le sorti della comunità, in una parola lo Stato) arriva ben presto alla paralisi in quanto, per larga parte, costituito da complessi “ingranaggi” non pensati per funzionare, ma semplicemente per essere “esibiti”, al fine di giustificare, l’altrimenti inutile ritualità della partecipazione popolare.

In questo contesto, la legittimazione democratica è, quindi, troppo spesso solo la copertura attraverso cui agiscono oligarchie costituite in gruppi di potere; gruppi (i quali, per inciso e soprattutto per non essere frainteso, possono farsi portatori anche dei migliori valori e interessi, ma … ) che con il loro agire “oltre” le regole del gioco contribuiscono a determinare, spesso involontariamente, le condizioni a che il potere reale sia destinato a rimanere, saldamente e trasversalmente, nelle mani di chi conosce le “leve recondite” del sistema, che consentono, comunque ed in qualche modo, agli ingranaggi di muoversi.

Fuor di metafora: siamo una democrazia e ci comportiamo come se vivessimo in una monarchia, come se le regole fossero eterodeterminate anziché poste da noi stessi.

Eludendo le regole che abbiamo contribuito a creare, avveleniamo costantemente l’acqua a cui poi attingiamo e, contemporaneamente, creiamo, in modo del tutto involontario, i presupposti per la degenerazione del sistema e la proliferazione di comportamenti illeciti (e non soltanto illegittimi ) di fronte ai quali non disponiamo di efficaci anticorpi.

Se vogliamo invertire la rotta e uscire dal paradosso dobbiamo modificare, e non eludere, le regole ingiuste, pletoriche, inefficaci, abbandonando (ad ogni livello, dalla legge elettorale nazionale al regolamento di partito) strategie ispirate ad opportunismi e contingenze e soprattutto dobbiamo convincerci che le regole valgono veramente per tutti anzi soprattutto per chi le stabilisce.

Tommaso

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E’ un po’ un rompicapo.
Eliminare regole ingiuste senza eliminare istituzioni ingiuste non risolve il problema, e neanche il viceversa.
Il passante che si inaugura in questi giorni può essere un esempio: la legge obiettivo ed il commissario straordinario sono due esempi di come il rispetto della legalità formale possa portare a condotte palesemente ingiuste.
Poi ci sono altre istituzioni che omettono od ignorano la legge… in fondo fin dai primi esami di diritto ci hanno inculcato che la norma risulta dall’interpretazione.
E se mettessimo in discussione questo principio kelseniano?


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