PIANO CASA CONTRO CITTA’ FELICE

Posted on aprile 9, 2009. Filed under: Attualità e politica | Tag:, |

Riportiamo di seguito uno scritto di Bianca Bottero, insegnante
presso la Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, relativo al Piano casa. La stessa autrice dice che in seguito al terremoto dell’Umbria le cose sono un po’ cambiate, tuttavia lo riteniamo comunque interessante.

Le automobili sbucano dai garage sotterranei o si staccano dai bordi delle strade come grossi scarafaggi alle prime luci dell’alba, buttando fumo nero dagli scappamenti. Le donne con le facce tirate risistemano di corsa i letti, le stoviglie nelle cucine lucenti di elettrodomestici, afferrano i bambini e li trascinano lungo gli stretti e sporchi marciapiede al nido e all’asilo o li caricano come pacchi sulla loro più piccola automobile, li scaricano davanti alla scuola un po’ fatiscente (un altr’anno bisognerà trovare una struttura privata più consona) per poi incanalarsi nel traffico verso una puzzolente palestra o un triste lavoro d’ufficio; cercano la badante per la madre anziana, guardano frettolosamente il giornale, i nuovi demenziali modelli d’abito proposti dall’inserto, lustrano la casa, più grande grazie ai recenti lavori, ritirano il bambino, lo piazzano davanti alla televisione, affrontano e nutrono il marito nervoso e sfinito dal lavoro, stirano guardando di sottecchi la partita di calcio trasmessa che il marito guarda dal divano in soggiorno, si acquietano infine davanti alla seconda televisione in camera da letto, mentre il loro figlio maggiore, davanti alla terza televisione, chatta con gli amici nel suo proprio nuovo localino, ex loggetta, affacciato su una buia corte e ricavato grazie al PIANO CASA (e pazienza per il viaggetto che avevano programmato, per il biglietto a teatro, per il pranzo con gli amici a cui dovranno rinunciare. E pazienza anche per il manovale clandestino, che si è schiacciato una mano durante i lavori). La casa ha questo triste privilegio nella modernità. E’ lo strumento da sempre utilizzato o, se volete, il compenso da sempre prospettato, in modo più o meno retrivo, più o meno riformista, più o meno illuminato dalle classi al potere per riordinare, ammansire, depotenziare istanze sociali non-compatibili con l’assetto complessivo auspicato per l’intera società. Fin dalla fine del ‘700, nell’Inghilterra della prima industrializzazione, per alloggiare gli ex artigiani impoveriti dall’avvento delle fabbriche manifatturiere e le nuove masse proletarie inurbate furono attivate, ora dai singoli industriali, ora dalle società filantropiche e in seguito dalle stesse Municipalità, politiche di intervento e di costruzione di abitazioni operaie, addirittura di interi villaggi. In tutte queste iniziative fu sempre presente un principio, una sorta di postulato ineludibile: la casa doveva sostituirsi alla strada, lo spazio privato a quello pubblico, il salotto alla taverna. Col conseguente indebolimento del tessuto di relazione negli spazi pubblici e collettivi e il consolidamento del ruolo ideologico della donna come angelo del focolare, moglie e madre, custode dei valori della famiglia. Fu (come scrive Ettore Grendi in Le origini del movimento operaio inglese) “la progressiva fine della cosiddetta Merry England, dei costumi dell’età precedente ormai passata: la ricreazione sensuale del tempo libero, gli innumerevoli giochi collettivi, i combattimenti dei galli e le gargantuesche bevute, in generale la pura gioia del presente, il mondo dell’avventura, il mondo di Tom Jones … L’età nuova era un’età seria, prudente, calcolatrice ove ciascuno era ritenuto padrone del suo destino personale, banditi l’oscenità e il divertimento: nell’insieme un grandioso processo di adattamento culturale all’etica sociale del capitalismo industriale.” Oggi, a dispetto di una ideologia della violenza che vuole a tutti i costi incutere terrore nelle fasce più deboli della società, quelle più esposte, ovviamente, all’alea di fenomeni incontrollati, una città della solidarietà, della ecologia sociale e naturale si sta in qualche modo delineando attraverso moltissime iniziative volontarie e spontanee. E pure numerose nuove interpretazioni economiche, avvalorate dalla crisi, paiono indicare come possibile un diverso rapporto, paritetico, tra città e campagna , un rapporto che, grazie a politiche di più naturale integrazione tra produzione e consumo ridia dignità e valore al lavoro produttivo primario in agricoltura . Con ciò favorendo il contemporaneo costituirsi di un diverso quadro urbano dove (lasciatemi sognare!) la gente, donne uomini, va tranquilla al lavoro in bicicletta posteggiando i propri vecchietti sulle panchine sotto gli alberi; i nonni ancora vegeti guardano i bambini piccoli nei parchi-gioco, sorvegliano gli ingressi alle scuole, aprono a orario continuato i musei e le biblioteche; gli asili, le scuole si riempiono di facce nere, gialle e bianche, di occhi vivi e allegri; i giovani si danno appuntamento in piazza, affollano i musei e i concerti, i campanili ancora scampanano, le fontanelle buttano chiara e fresca acqua… Oggi dunque, a fronte di tutto ciò, di tutta quanto di bello e di futuro queste utopiche visioni possono suggerire ed esprimere, restituendo fiducia e benevolenza là dove non si vuole fare crescere che diffidenza e ostilità ecco la nuova TRAPPOLONA per il popolo italiano, il Piano Casa. Un piano in grado di formare un BLOCCO SOCIALE che, trasversalmente, unisca i maggiori e più terrificanti interessi (grazie Saviano!) con le più minute e meschine pulsioni della medio-piccola borghesia, allucinata e obnubilata da valori fasulli, diffusi e martellati dalla televisione. Oggi dunque noi, il paese più bello e baciato dalla natura, il più ricco di cultura urbana in tutta Europa, noi ci apprestiamo ad approvare, in nome di una ripresa economica distorta, una ripresa basata su sacche di malaffare clandestino, su autosfruttamento e arretratezza tecnologica, sul monopolio del cemento, su rendite fondiarie incontrollate e autogenerantesi, su imperizie e connivenze acclarate di amministratori una legge che ci porterà a una nuova fase di “mani sulla città”, a un impoverimento drammatico del nostro paesaggio culturale e naturale. Ecco le parole, il linguaggio su cui si fonda questa trappolona:

  • chi possiede una casa può ampliarne la volumetria fino al 20%, al 30% per dare spazio al figlio (bamboccione) o solo per slargarsi un po’ (alla faccia dei dirimpettai);
  • possibile demolire le case brutte (?) anteriori al 1989 (!), per case con maggiori contenuti ecologici ( i parametri verranno definiti in seguito, con comodo, sulla base di normative europee opportunamente adattate al nostro contesto produttivo e al nostro assetto proprietario) e con il possibile aumento della volumetria del solito 20 o 30%;
  • è possibile cambiare la destinazione d’uso: da residenziale a centro commerciale o uffici (ma non era il piano casa?) per adattarsi alle esigenze di un paese rinnovato e rammodernato;
  • per gli edifici vincolati dai Beni Culturali: svelti, fornire entro un mese il parere sulle proposte, altrimenti si può dare inizio ai lavori;
  • insomma: via lacci e laccioli alle iniziative edilizie e le amministrazioni locali si adeguino;
  • attenzione, comunque: non si potrà superare il 20% o 30% di clandestini precipitati dai ponteggi (Ma no,forse questo vincolo è nella nuova legge sulla sicurezza)!

Attrezziamoci dunque rispetto a un progetto che, nella sua più vera sostanza è di ristrutturazione sociale, di nuova sottile violenza sulla libertà femminile che più avrà da soffrire da questa rinnovata edizione di idealizzazione della casa e della famiglia.

Bianca e Marco

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