IL FILM: PALPEBRE AZZURRE (MESSICO 2007)

Posted on maggio 20, 2009. Filed under: Uncategorized | Tag:, |

Dopo aver letto sul sito del cinema le dieci righe di descrizione di Palpebre azzurre (Parpados azules), l’ultimo lavoro diretto da Ernesto Contreras, mi ero aspettato qualcosa di diverso dal film che stavo per andare a vedere. In effetti, è molto difficile descrivere Palpebre azzurre in poche parole. Quello che mi resta del film è un insieme di dettagli, battute e passaggi a vuoto che male si adattano a un breve riassunto.

Si può tentare, come aveva fatto il sito del cinema, di partire dalla storia. Marina, una commessa messicana insoddisfatta del suo lavoro in un anonimo negozio di uniformi, vince una vacanza di dieci giorni in un lussuoso albergo al mare. Dopo un tentativo di contattare amiche perse di vista da anni, si rassegna a portare la sorella in vacanza con sé. Quando la sorella le chiede di rinunciare al viaggio per permetterle di passare una vacanza romantica con il marito, Marina rifiuta e decide di farsi viva con un improbabile corteggiatore, un modesto impiegato di nome Victor. Questi è lusingato per l’improvvisa attenzione (soprattutto visto il fallimento del primo ridicolo approccio) e la proposta insperata di fare un viaggio assieme, ma a poco a poco si rende conto delle vere intenzioni di Marina. Nelle settimane che precedono la partenza i due si frequentano e, anziché conoscersi meglio e innamorarsi, si arrendono gradualmente alla incomunicabilità e alla noia. Nel finale, che non vi racconterò in questo post, i fatti prendono una piega drammatica e del tutto imprevedibile.

Parallelamente alla storia di Marina e Victor si svolge la vicenda della proprietaria del negozio di uniformi, la quale invecchia sola seguita da un’infermiera e da una cameriera.

Per quanto la storia possa sembrare banale, essa fornisce al regista il fondale per mettere in scena in chiave ironica molte delle scene tipiche di un film d’amore e, in ultima analisi, di mettere a nudo la futilità di certe pulsioni umane. Ne è un esempio la scena del picnic in una specie di aiuola al centro di uno svincolo autostradale in cui i due innamorati riescono appena a parlarsi. Ancora più sconcertante è la scena della prima volta, che vede i due spogliarsi con gesti meccanici e speculari senza mai guardarsi. I gesti stessi esprimono una distanza incolmabile fra due esseri umani che sembrano uniti solo da circostanze casuali.

Per fare giustizia a Palpebre azzurre bisognerebbe anche soffermarsi sulla tecnica delle riprese: i primi piani asfissianti, l’inquadratura inesorabilmente statica, le lunghissime scene senza dialogo in cui telefoni squillano e nessuno è pronto a rispondere. L’uso della musica è circoscritto alla scena nel bar in cui Marina e Victor si danno appuntamento per ballare e appaiono immediatamente (e irrimediabilmente) fuori posto.

Potrei continuare dicendo che Palpebre azzurre è un film giocato sui dettagli: i fiori che Marina dimentica nella macchina di Victor; la sequenza in cui Victor, ripreso dall’esterno di una stanza claustrofobica, passa il tempo a fotocopiare documenti per i suoi superiori che nemmeno ricordano il suo nome; i dialoghi banali e ripetitivi, al punto che alcune battute vengono ripetute nella stessa identica sequenza due volte in scene diverse. I manichini nel negozio di uniformi (una merce certo scelta non a caso) hanno teste inquietanti, prive di espressione e con grandi bocche spalancate che ricordano le bambole gonfiabili di un sex shop.

Va anche detto che Contreras riesce ad inserire, nella trama di avvenimenti insignificanti e dialoghi banali, una serie di metafore. La più importante è quella degli uccelli tropicali liberati dalla vecchia proprietaria del negozio e lasciati al loro destino nel grigiore e nel traffico della grande città.

Vedere Palpebre azzurre non è un’esperienza gradevole, nonostante le molte scene divertenti. La solitudine dei personaggi e lo squallore della vita nella periferia urbana dominano le impressioni che mi rimangono all’uscita dal cinema. Il regista sembra volerci dire che non c’è speranza, che molti dei nostri rapporti sono costruiti su strutture vuote e fasulle la cui necessità è dettata dall’esigenza di integrare gli individui nei meccanismi che fanno funzionare questa società. Marina e Victor non si amano e non si sono mai amati dall’inizio della storia. Entrambi ne sono consapevoli e, ciononostante, la loro storia si svolge avanti ai nostri occhi attraverso tutti i passaggi che caratterizzano una relazione sentimentale, fino al finale sorprendente che ne è, allo stesso tempo, la conclusione più logica.

Alla fine di questa recensione vi aspetterete che vi dica se Palpebre azzurre mi sia piaciuto oppure no. Quello che non mi è piaciuto è la ripetitività di certe soluzioni narrative, particolarmente nella parte centrale che precede la partenza per il viaggio. Detto questo, consiglierei di andarlo a vedere, soprattutto per la tecnica innovativa, l’originalità del progetto e la bravura degli attori.

Giuliano

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