UNA STANZA TUTTA PER SE’

Posted on giugno 4, 2009. Filed under: Attualità e politica, Cultura |

Vi siete mai chiesti come sarebbero le recensioni dei libri se fossero scritte ad un capitolo dalla fine? Quante volte leggendo un libro avete avuto l’impressione che vi stesse portando in una direzione per poi scoprire, meravigliati o irritati che il vero punto d’arrivo era un altro? Non tutti i libri possono essere recensiti ad un capitolo dalla fine, anche se alcuni ne gioverebbero, ma per questa volta voglio provare a parlarvi di un grande libro condividendo con voi l’attesa per le ultime preziose parole dell’autrice.

In Una stanza tutta per sé Virginia Woolf affronta il tema della donna e del romanzo, ma invece che raccogliere i suoi pensieri in una forma rigida e iperstrutturata, ci permette di seguire il treno dei suoi pensieri, senza cancellature, con tutti i ripensamenti del caso. La bellezza di questo libro sta proprio nella possibilità di assistere alla formazione di un pensiero, di un’idea, attraverso le capacità analitiche (oltre che stilistiche) di una grandissima autrice, che mi ha inevitabilmente portato a pensare alla donna nella mia società, quella che la Woolf  non ha potuto vedere e che avrebbe offerto altri spunti alla sua riflessione che mi dispiace non poter leggere.

Non sono una critica letteraria, nè una scrittice, per cui lascio alla vostra curiosità di (ri)leggere questo saggio, per limitarmi ad una sintesi del messaggio principale, con le parole della Woolf

“Datele altri cento anni (…) datele una stanza tutta per lei e cinquecento sterline l’anno, lasciatele dire quello che pensa, ignorate la metà di quello che dice oggi e uno di questi giorni scriverà un libro migliore (…)

Sarà un poeta. (…) tra cento anni.

Così scrive Virginia della donna dei suoi tempi, costretta alla lontananza dalla scrittura da idee, pregiudizi maschili e incombenze attribuite dalla società; ripercorrendo le tappe con cui le donne si sono avvicinate alla scrittura la Woolf parla di come la rabbia per i pregiudizi subiti abbia offuscato la prosa di capaci scrittrici, perchè per scrivere è necessaria la serenità che sono l’indipendenza economica (e mentale) portano con sè.

Anche se la Woolf parla di donne e letteratura, non credo sia esagerato leggere in questo saggio un inno all’importanza delle libertà dai pregiudizi e dai giudizi della società quale chiave della realizzazione della propria forza creativa, che sia tramite lo scrivere, il dipingere o il semplice lavoro. Che dire della donna oggi? Non abbiamo forse (la maggior parte di noi) mezzi finanziari per disporre liberamente del nostro tempo, non ci sono aperte tutte le scuole e le università?

E’ questa la libertà?

Siceramente non credo che i pregiudizi di cui parlava la Woolf siano sconfitti; non vedo certo la donna soggiogata all’uomo, e mi rendo conto dei passi che sono stati fatti nei rapporti tra uomini e donne. Ma la società che è una realtà complessa che presenta più o meno apertamente dei modelli comportamentali a cui fa sentir bene adeguarsi; mi spiego meglio, in un mondo in cui le donne lavorano quanto gli uomini, come si spiega che il lavoro casalingo sia fatto ancora per la maggior parte dalle donne (fate riferimento alle indagini sui costumi delle famiglie)? Come si spiega che le donne scelgano di faticare di più? Perchè non si può certo parlare di costrizione (nella maggior parte dei casi) nè di mancanza di independenza economica per quelle donne che lavorano! Qual’è la chiave della convivenza che permette ancora una così asuimmetrica divisione dei compiti? In un suo interessante lavoro, l’economista Akerlof spiega questa apparente stranezza introducendo il valore del concetto di identità: poichè l’identità femminile nella società prevede che sia lei a condurre i lavori domestici, la donna stessa sceglie di conformarsi (anche incosciamente) a questo aspetto della sua identità sociale poichè il non farlo le causa una sofferenza (abilmente tradotta in termini economici come una disutilità). La forza di questa tesi, che l’autore estende a casi anche più estremi, sta nella sua semplicità: l’identità sociale, l’insieme delle norme con cui definiamo i rapporti tra uomini e donne, gioca un ruolo fondamentale nelle nostre scelte, anche nella più totale libertà di scelta.

In questo blog si è parlato della necessità di un nuovo ordine, ed è rifacendomi a questi illustri autori che mi sento di definirlo come un nuovo ordine di identità che permetta di costruire nuove categorie (perchè forse davvero la nostra mente ha bisogno di categorie) che ci permettano di essere lavoratrici e madri, capaci di delegare i lavori domestici senza sentirne la disutilità. Come già ho detto l’affermazione di una nuova identità femminile non è nè in contrasto nè in contraddizione con l’identità maschile, anzi non ci può essere nuovo ordine senza che donne e uomini accolgano nuove forme di identità!

E ora, all’ultimo capitolo!

-Caterina-

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Può essere che a volte far sorgere negli uomini la coscienza che il lavoro domestico è solo una responsabilità da condividere, sia troppo faticoso. Oppure che le donne pensino che è un piccolo potere che non vogliono farsi togliere (il potere di nutrire e accudire). Il condizionamento è così forte che tu stessa hai usato il termine “delegare”: si delega un potere, una facoltà, un compito che appartiene, che si sente proprio. Ciao e grazie.


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