ANCORA SULL’AFRICA: COSTUMI DA COMBATTERE NEL BENIN

Posted on settembre 24, 2009. Filed under: Attualità e politica, Cultura | Tag:, , , , |

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Baobab

Questa volta la sorte mi ha fatto incontrare Mons. Pascal N’Koue, vescovo della Diocesi di Natitingou nel nord del Benin, con il quale abbiamo fatto un’interessante chiacchierata in auto da Vittorio Veneto a Rovigo. Intanto toglietevi dalla testa l’immagine del porporato con aria serafica che impartisce benedizioni (uno così non avrebbe osato salire sulla mia auto: almeno un Mercedes, altro che Opel Zafira! A metano poi!). Macchè: anche Mons. Pascal indossa la “tuta mimetica”.

In realtà lo avevo già conosciuto perché da qualche anno sto collaborando ad alcuni progetti di sviluppo proprio nella sua zona. Ma questa era la prima volta che avevo l’occasione di parlare con lui a quattr’occhi (facendo attenzione alla strada…).

Pratiche da estirpare: il matrimonio forzato e l’uccisione dei bambini “strani”

L’ultima idea che stiamo concretizzando negli ultimi mesi è un progetto di costruzione e avvio di una scuola nel villaggio di Matéri, destinata a ragazze giovani e giovanissime della sua Diocesi, vittime del fenomeno del “matrimonio forzato”. L’idea in sostanza è quella di combattere questo malcostume garantendo a tutti, ma soprattutto alle femmine, un’adeguata istruzione, che lo stesso Mons. Pascal ritiene fondamentale per far uscire la sua gente dal degrado economico e sociale nel quale si trova.

Nell’antica tradizione Berba infatti una ragazza è destinata a sposarsi, ed il suo matrimonio è legato alle scelte della famiglia. In questo sistema, la famiglia X dà una ragazza alla famiglia Y e viceversa. La pratica del matrimonio forzato è molto diffusa, e per questo volutamente proibita da numerosi documenti internazionali. A partire dalla “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo” (ONU, 1948), che all’articolo 16 cita “il pieno e libero consenso delle parti” quale fondamento del matrimonio; alla “Convenzione sul consenso al matrimonio, sul limite di età al matrimonio e sulla registrazione dei matrimoni” (ONU, 1964), che fissa a 15 anni (art. 2), salvo casi specifici previsti dalla legislazione nazionale, il limite minimo di età per contrarre matrimonio.

Trattandosi di una pratica tradizionale, diffusa a macchia di leopardo e svolta per lo più in zone rurali e remote, è molto difficile fornire dati ufficiali, come rileva S.H. Umemoto, nel suo studio “Il matrimonio precoce” (Istituto degli Innocenti – Firenze, 2001). Anche Umemoto, come Mons. Pascal, afferma che una delle best practices per cercare di arginare il fenomeno sia proprio la scolarizzazione.

Il progetto che stiamo portando avanti in Benin si prefigge esattamente di combattere questa piaga culturale attraverso l’accesso all’istruzione primaria delle vittime di tale pratica. Si osserva infatti che le ragazze scolarizzate normalmente sono esentate dal fenomeno. Le ragazze con un minimo di istruzione si sottraggono a questa tradizione perché si aprono alle relazioni: il cambiare mentalità permette loro di acquisire anche la consapevolezza e la conoscenza delle istanze giuridiche per difendersi. Di conseguenza, mentre nel passato questa usanza matrimoniale si applicava alle ragazze attorno ai 18 anni, oggi purtroppo si registra una tendenza drammatica per cui, per evitare la loro scolarizzazione, le famiglie usano farle sposare o promettere in spose già giovanissime (tra i 7 e i 10 anni), età in cui vengno introdotte direttamente nella famiglia del futuro sposo, spesso senza conoscerlo (come avviene in molte altre culture). Ciò dimostra quanto le stesse famiglie temano lo sradicamento dell’ignoranza. Dal 2000, secondo le informazioni delle Suore Teatine di Matéri, il 98% delle ragazze che fuggono da queste situazioni hanno un’età compresa tra i 10 e i 14 anni, tutte assolutamente prive di istruzione scolastica.

E’ evidente che una bambina che tra i 7 e i 10 anni si ritrova sbalzata in una tale situazione salta brutalmente le tappe progressive della sua maturazione umana per diventare prematuramente sposa. Segnata e distrutta psicologicamente.

Per sfuggire a queste situazioni, molte bambine fuggono dalle loro famiglie per rifugiarsi nelle strutture caritative della Chiesa Cattolica, oppure, quando sono già grandi, disperate diventano candidate all’emigrazione, per la gioia di Bossi & C.

Va detto che la Chiesa in Africa lotta contro questo costume antico da circa 30 anni, cercando fare in modo che la donna ritrovi in questa regione la sua dignità persa. Tuttavia questo messaggio passa difficilmente in una regione dove la popolazione è all’80% analfabeta.

La cosa a mio parere paraddossale è che la pratica del matrimonio quantomeno “combinato” era molto diffusa in alcune zone della cattolicissma Italia anche fino a non più di 30-40 anni fa (guarda caso in zone in cui il tasso di analfabetismo era molto alto…). Questo rappresenta insieme un monito alla Chiesa a riflettere ancora una volta sulle proprie pratiche passate, ma anche un messaggio di speranza per le popolazioni africane: un altro matrimonio è possibile!

Chiacchierando con Mons. Pascal, scopro altre pratiche, diffuse nella sua Diocesi e non solo, che mi lasciano sconcertato. Una di queste è quella per cui i bambini e le bambine che non nascono “regolari” vengono uccisi. Attenzione: per “regolari” non intendo solo con malformazioni o malattie più o meno gravi: è sufficiente che nascano podalici per essere considerati “spiriti malvagi” o cose del genere, e quindi una iattura per la famiglia e per l’intera comunità del villaggio. Di conseguenza in caso di parto podalico viene chiamato subito un personaggio (una specie di stregone) che arriva e provvede all’eliminazione fisica del neonato.

Che fare?

Ora qui come al solito la faccenda si fa delicata. E’ giusto intervenire sulla cultura locale per combattere queste usanze che noi occidentali non esitiamo a definire barbare?

Per Mons. Pascal si ripropone quello che si diceva con don Miguel del Perù (che a proposito vi saluta tutti in attesa di poterci leggere regolarmente grazie ai pannelli solari che gli dovrebbero arrivare). Nel senso che va fatto un lavoro delicatissimo e difficilissimo di combinazione tra la salvaguardia della vita, della dignità della donna, e della libertà di contrarre matrimonio con chi si vuole, e la tradizione e la cultura locale. Per questo tutti gli sforzi e le risorse che abbiamo a disposizione vorremmo impiegarli per garantire comunque istruzione a tutti. Soprattutto in questo caso appare chiaro che l’istruzione è e deve essere la base dello sviluppo integrale della persona, non tanto per la quantità di informazioni che si possono acquisire (che, ricordo, potrebbero essere anche sbagliate!) ma quale strumento per dare a tutti gli esseri umani la possibilità di operare scelte cosapevoli. Insomma a me piacerebbe che i bambini dei villaggi del Benin potessero conoscere la propria cultura e la propria storia, praticare le proprie usanze, senza per questo essere costretti a veder uccidere i loro fratelli e sorelle. Chissà se ce la faremo.

E poi, ci sono le ONG internazionali che operano nel Benin, molte francesi o comunque di paesi “economicamente e socialmente sviluppati”. Mons. Pascal mi riferisce che alcune (troppe) di esse in modo molto sottile favoriscono l’eliminazione dei bambini “non normali”. Il messaggio indiretto che passano nei villaggi è questo: “voi siete in tanti, non c’è cibo a sufficienza, quindi se una parte della popolazione viene sterminata alla nascita non è così male per voi…”

Di aumentare le risorse perché tutti abbiano da mangiare e possano istruirsi non se ne parla nemmeno.

Aspetto vostri commenti, nel frattempo vedrò di convincere anche Mons. Pascal a mandarmi qualcosa ogni tanto, così la rete internazionale degli amici di Ricostituente si allarga…

A presto.

Alvise

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