LARGO AI GIOVANI

Posted on ottobre 31, 2009. Filed under: Attualità e politica, Giovani, lavoro | Tag:, , , , |

Entrata da poco nel terzo decennio della mia esistenza, mi trovo frequentemente a fare i conti con un’età che, almeno biologicamente, dovrebbe avermi traghettato nella maturità, e una situazione professionale che fatica ad abbandonare definitivamente una connotazione tipicamente giovanile. Il riferimento è, naturalmente, al perdurare della fase di inserimento flessibile (per alcuni precario, atipico, saltuario) nel mondo del lavoro. Condizione alla quale sembra che ormai la maggior parte dei “giovani” sia soggetta. Pur da un osservatorio privilegiato (ho un lavoro flessibile virtuoso, che mi concede spazi, vera libertà di orario, aggiornamento, crescita …), non posso non riflettere sulla condizione dei giovani lavoratori che vedono perdurare periodi di stagnazione professionale e, di conseguenza, anche economica e personale.
E subito mi ritrovo davanti ad un paradosso non di poco conto. Da un lato, va considerato che il progressivo invecchiamento della popolazione – dovuto all’aumento della durata di vita media e ai bassi tassi di natalità – non può non assumere una sempre maggiore rilevanza nel mondo del lavoro che si ritrova a dover trattenere una grossa quantità di “giovani sessantenni”, con una speranza di vita ancora troppo lunga per pensare di poter smettere di lavorare e contare su una buona pensione. Dall’altro lato ci sono eserciti di giovani che attendono con ansia il consolidarsi del proprio posto nella società, con difficoltà sempre più gravose a causa delle evidenti mutazioni che hanno coinvolto il mondo del lavoro e, complice, non indifferente, questa fase prolungata di crisi economica.

Furio Colombo, nel suo libro La paga. Il destino del lavoro e altri destini (edito da Il Saggiatore, Milano, 2009), racconta di una “guerra all’ultimo sangue tra i giovani che non riescono ad accedere ai posti di lavoro, e i vecchi, che ingombrano il passaggio” e ne attribuisce la responsabilità a “un’economia da campo che monta e smonta in fretta le sue attività con tecniche da spettacolo”. La sua visione è molto drammatica. Per Colombo siamo ormai avvolti in una spirale di incertezza, dove l’investimento non è mai sufficiente (in termini di qualità e quantità di lavoro, di tempo, di investimento personale) ed il precariato è l’unica condizione sicura. Il mondo del lavoro è “un gioco dove la selezione, la formazione, il merito, la crescita sono solo apparenti, si perdono in un percorso labirintico che non porta al dignitoso e meritato posto di lavoro”.

È vero anche che, come scriveva Michele Serra in un’Amaca di qualche anno fa (10 maggio 2005), “il nostro slittamento nella gerontocrazia sembra inarrestabile ed è perfettamente coincidente con una cultura di governo che cura pochissimo la formazione culturale, la scuola e la ricerca […]”. Ciononostante, la capacità di adattamento umana si è dimostrata davvero illimitata ed ha portato al progressivo cambio delle variabili osservate per la classificazione delle età anagrafiche. “Avendo la barba già grigia, e dopo trent’anni di giornalismo e di scrittura, mi sono sentito definire «giovane autore» in qualche recente dibattito. Ne consegue che i trentenni italiani sono considerati teen-ager e i quarantenni giovanotti”. Serra conclude chiedendosi se questo cambiamento sia causato prevalentemente dalla prepotenza degli adulti o dalla timidezza e pigrizia dei giovani ma la sua ultima frase non lascia spazio a fraintendimenti: “Non so rispondere se non dicendo questo: che non ho l’impressione di dovermi difendere, nel mio lavoro, da agguerrite e insistenti pressioni di giovani leoni che aspirano al mio cadreghino”.

Queste parole di Serra mi avevano molto impressionato, e il pensiero autocritico nei confronti della mia generazione è prevalso. Ma penso anche fortemente che abbiamo sotto gli occhi, oggi più che mai, esempi di spazi non lasciati, maturi prepotenti e troppo attaccati al cadreghino, che non lasciano spazio alle giovani leve. Nel mondo del lavoro e, ancor più, nella politica. Occorrerebbe, in entrambi i contesti, una rivoluzione del modo di concepire l’investimento personale, il tempo concesso e l’apporto di competenze. Ad esempio, la flessibilità dei contratti di lavoro, che attualmente è strettamente concepita per la fase iniziale della vita lavorativa, andrebbe utilizzata per attenuare le forti rigidità della fase finale. Questo favorirebbe un ricambio generazionale graduale e virtuoso. Favorirebbe il passaggio delle competente ai giovani mantenendo un ruolo attivo dei lavoratori più anziani ed eviterebbe il permanere in condizioni lavorative precarie per lungo tempo. Forse, in questo modo, quando la responsabile del call center del film Un giorno perfetto di F. Ozpetek comunica la decisione di non rinnovare il contratto a termine alla precaria centralinista quarantenne perché “L’azienda preferisce personale più giovane”, potrebbe essere per un posto di quadro o dirigente, con un contratto a tempo indeterminato …

Ilaria

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2 Risposte to “LARGO AI GIOVANI”

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E brava Ilaria, pare che qualcuno dei nostri suggerimenti sia andato a segno…
Aggiungo per precisione l’osservazione che facevo venerdì sera: è davvero sintomatico il fatto che tu definisca la tua condizione come un lavoro flessibile “virtuoso” anzichè “normale”, visto che si tratta delle condizioni che dovrebbero essere normalissime per un co.co.pro: spazi, vera libertà di orario, aggiornamento, crescita… Purtroppo siamo talmente abituati ai furbetti che mascherano un lavoro subordinato a tutti gli effetti in un “progetto” rinnovabile ad libitum, che ormai i veri contratti a progetto sono diventati eccezione.
Coraggio.
Alvise

Eh si Alvise, il brainstorming di venerdì è stato prezioso! Condivido pienamente la tua precisazione: il mio sentirmi privilegiata dovrebbe essere un must per tutti i co.co.pro. Purtroppo siamo ben lontani da questo e le varie “innovazioni” legislative (tra cui la Legge Biagi) si prestano troppo a libere interpretazioni. Ciao a presto


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