UN ATTACCO DI GIUSTIZIALISMO? Prima parte

Posted on febbraio 19, 2010. Filed under: Attualità e politica, etica, Giustizia, Inchieste, Politica, Uncategorized | Tag: |

Gli episodi corruttivi emersi negli ultimi giorni (e le difese abbozzate da alcuni leader: “questa volta chi ruba non lo fa per il partito ma per sé stesso” così più o meno il pensiero del Presidente Fini) ripropongono una questione emersa nell’immediato post tangentopoli: la responsabilità dei partiti per i fatti illeciti commessi dai propri membri.
La questione, da giovane studente di giurisprudenza, mi aveva appassionato per le implicazioni di natura costituzionale.
La passione però col tempo tende a spegnersi, soprattutto se sul fuoco si lanciano secchiate d’acqua.
Nel 2001 con l’approvazione della legge in materia di responsabilità (para)penale degli enti il mio interesse era sto risvegliato dalla circostanza che la normativa (di derivazione europea e che ha introdotto nel nostro ordinamento una forma di responsabilità penale che molti credevano contraria ai principi fondamentali della nostra Carta) avesse espressamente escluso la responsabilità di soggetti pubblici e partiti politici.
Mentre per i primi (stato, regioni, comuni etc) esiste una spiegazione razionale, il salvacondotto rilasciato ai secondi (che sono pur sempre dal punto di vista del diritto privato associazioni non riconosciute) mi lasciava e lascia piuttosto perplesso.
In pratica mentre una società, una fondazione, una qualsiasi associazione (diversa dai partiti) possono essere condannati se al proprio interno vengono commessi alcuni tipi di reato (dalla corruzione agli infortuni sul lavoro) salvo che i vertici delle medesime abbiano dimostrato di aver adottato modelli organizzativi idonei alla prevenzione del rischio reato, il Partito è esente da qualsiasi coinvolgimento nei processi penali che riguardano i propri membri (e non solo quando esercitano le proprie prerogative costituzionali ma anche quando agiscono iure privatorum e, ad esempio, non rispettano la normativa in materia di sicurezza sul lavoro)
Ho pensato quindi di ripercorre l’iter legislativo degli ultimi vent’anni e poi di fare alcune valutazioni complessive.
Comincio proponendovi uno spezzone di relazione parlamentare
RELAZIONE – N. 725 – 4339-A Onorevoli Colleghi! – Il testo in esame è il risultato di un lungo percorso di elaborazione che è partito da proposte di legge nate sull’onda emotiva della necessità di dare una risposta immediata al fenomeno di “tangentopoli” che ha devastato il sistema politico ed evidenziato l’intreccio affaristico tra pubblica amministrazione, politica ed economia. Non a caso la proposta di legge da cui è partita la discussione (AC 725 Martinat ed altri) recava come titolo “Norme per lo scioglimento e la confisca dei beni dei partiti politici a seguito di condanne penali dei loro segretari nazionali politici o amministrativi”. Questa proposta era in realtà viziata da rilevanti profili di incostituzionalità e, nella previsione dello scioglimento dei partiti in caso di reati contro la pubblica amministrazione, faceva carico ad un soggetto che si configura ancora come associazione privata di una responsabilità oggettiva in campo penale, sconosciuta nel nostro ordinamento generale. La discussione, pur salvaguardando il principio di individuare una responsabilità del partito e del movimento politico qualora propri titolari di cariche elettive avessero commesso reati contro la pubblica amministrazione, ha proceduto alla riarticolazione del testo, cercando di coniugare la trasparenza e la responsabilità dei partiti con i princìpi generali del nostro ordinamento senza incorrere in posizioni estranee e demagogiche di scarsa efficacia concreta.
L’articolo 1 introduce il concetto di responsabilità in solido, da accertare in sede civile, del partito politico per eventuali danni patrimoniali alla pubblica amministrazione, conseguenti alla commissione da parte di un titolare di carica elettiva di uno dei due delitti di cui al capo I del titolo II del libro II del codice penale. Al comma 2 dell’articolo 1 viene ovviamente prevista la possibilità per il partito o movimento politico della prova liberatoria, cioè della dimostrazione di non aver potuto evitare il fatto illecito compiuto dal proprio titolare di carica elettiva. Il principio di responsabilità solidale viene a queste norme direttamente collegato nella quantità, e di conseguenza limitato al contributo che il singolo partito riceve ai sensi della legge 2 gennaio 1997 n. 2.
L’articolo 2 prevede un’estensione dell’articolo 1 qualora i reati in esso previsti siano stati consumati, per il finanziamento dell’attività politica dei partiti, da chi al momento del fatto delittuoso non ricopriva cariche elettive.
Nell’articolo 3 viene affrontato il problema del finanziamento ai partiti al di fuori di quello previsto dalla legge n. 2 del 1997. Nel comma 1 viene fatto divieto assoluto agli organi della pubblica amministrazione, agli enti pubblici, alle società con partecipazione di capitale pubblico pari o superiore al 10 per cento e alle società controllata da queste ultime, di erogare contributi sono qualsiasi forma a partiti o movimenti politici e alle loro articolazioni. Chiunque corrisponde o riceve questi contributi è punito con la reclusione da uno a cinque anni, con la multa fino a cinque volte l’ammontare della somma erogata, nonché con l’interdizione dai pubblici uffici. Nel comma 2 dell’articolo 3 è stabilito che il divieto di cui al comma 1 si applichi anche alle società di persone o di capitali che elargiscano contributi a partiti o movimenti senza che gli stessi siano deliberati dall’organo sociale competente e quindi regolarmente iscritti in bilancio. Viene fatto obbligo anche a coloro che ricevono i contributi di accertarsi, richiedendo la relativa certificazione, delle corrispondenti deliberazioni della società. La pena prevista in questo caso è la reclusione da sei mesi a quattro anni e la conseguente interdizione dai pubblici uffici.
Nell’articolo 4 viene regolamentata la responsabilità del partito e del movimento politico che intenzionalmente omettono di dichiarare o dichiarano in misura mendace di avere ricevuto contributi o elargizioni da società con regolare delibera e iscrizione in bilancio, o da privati. In questo caso la sanzione prevista è del pagamento di una somma pari a cinque volte l’ammontare percepito, nonché l’interdizione dai pubblici uffici da uno a tre anni. Le dichiarazioni non sono richieste quando i contributi siano di valore inferiore a lire 10 milioni, da calcolare nell’ambito dello stesso anno. Il comma 2 del medesimo articolo richiama la forma in cui devono essere fatte le dichiarazioni di cui al comma 1, facendo riferimento all’articolo 8 della legge n. 2 del 1997. Al comma 3 vengono abrogate le norme dell’articolo 7 della legge n. 195 del 1974, e dell’articolo 14, commi dal primo al sesto, della legge 18 novembre 1981, n. 659.
L’articolo 5 prevede che qualora con sentenza passata in giudicato sia stato accertato il finanziamento illecito al partito, come previsto dagli articoli precedenti, l’importo del contributo volontario destinato al partito ai sensi della legge n. 2 del 1997 sia decurtato di una somma pari al doppio di quella illegittimamente percepita.
L’articolo 6 prevede che le sentenze di condanna siano trasmesse al ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica per gli adempimenti relativi alla eventuale decurtazione del finanziamento ai partiti.
Per far fronte alla preoccupazione relativa ad una possibile incidenza degli articoli 3 e 4 sui procedimenti penali in corso, dove è contestato il reato di finanziamento illecito ai partiti ai sensi dell’articolo 7 della legge n. 195 del 1974, è stata approvata dalla Commissione anche una norma transitoria che stabilisce che la nuova legge va applicata solo per i fatti successivi alla sua entrata in vigore.
Questa deroga ai princìpi generali del diritto penale, che invece afferma il principio del favor rei ha trovato già un suo autorevole precedente nelle disposizioni della legge n. 4 del 1929 (articolo 20), confermata dalla Corte costituzionale che in diverse sentenze ha stabilito che il principio del favor rei non gode di copertura costituzionale, ma solo di legge ordinaria quale il codice penale.
La Commissione ha anche tenuto conto, approvando alcuni emendamenti in questo senso, delle osservazioni contenute nel parere favorevole espresso dal Comitato per la legislazione.” CENTO, Relatore.
Com’è andata a finire?
Fine della prima parte.
Tommaso

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