Anziani in gambissima!

Posted on febbraio 26, 2010. Filed under: Uncategorized | Tag:, , , |

L’esclusione sociale è un fenomeno complesso che può essere osservato da più prospettive: la famiglia, il lavoro, la cittadinanza, la condizione fisica… e molteplici sono le categorie di persone potenzialmente vittime: giovani, disabili, immigrati, lavoratori… Ma c’è un segmento particolarmente fragile, quello degli anziani. Non solo l’anziano solo e malato, per il quale si cerca di attivare strumenti di assistenza (largamente insufficienti, comunque), ma anche l’anziano vitale e autosufficiente, ancora potenzialmente in grado di mantenere una partecipazione attiva nella società.

Règis Debray, intellettuale francese, ha scritto con tono molto provocatorio un libro che rende l’esatta immagine di come viene concepita l’età anziana nella società attuale (Debray R., 2004, Le plan vermeil. Modeste proposition, Editions Gallimard, Paris – testo italiano: Fare a meno dei vecchi. Una proposta indecente, Marsilio Editori, Venezia, 2005). Secondo Debray, «la nostra è la prima società all’interno della quale un bambino di sei anni è meglio attrezzato per affrontare la vita di quanto non lo sia un uomo di sessanta […], la prima epoca in cui bisogna sempre essere giovani. Pensate agli spot pubblicitari: le persone anziane vi sono ammesse solo a condizione di recitare la parte del giovincello». Debray si riferisce alla società francese ma in Italia l’immagine dell’anziano che passa dai media non è diversa: la nonna deve sgranocchiare la mela e vincere il set di tennis e il nonno deve saltare la palizzata.

La dissonanza tra questa immagine dell’anziano che cerca in ogni modo di contrastare l’invecchiamento, e la composizione del nostro sistema di welfare è evidente su almeno due livelli: un primo livello legato alla realtà biologica delle persone e alla possibilità di accesso a strutture e forme di assistenza socio-sanitaria pubbliche; un secondo legato, invece, alla effettiva possibilità di soddisfare il bisogno di socialità e di relazione, al miglioramento della qualità della vita. Infatti, se da un lato è vero che l’anziano è cambiato negli anni, e con lui sono cambiati i bisogni, le aspettative e i desideri, dall’altro è pur vero che questa sua nuova immagine aumenta la fragilità e l’esclusione sociale delle fasce di popolazione anziana con meno indipendenza economica e/o fisica. Basta entrare in una casa di riposo per anziani per accorgersi di quanto questo sia un problema presente e rilevante. Le “formule” di ospitalità dipendono prevalentemente dalla condizione fisica dell’anziano.

A mio avviso, però, questa formula non attribuisce la giusta importanza alla dimensione della socialità, perché penalizza sia gli anziani autosufficienti (che spesso non lo sono in maniera sufficiente da permettergli di coltivare rapporti sociali, di recarsi ad incontri o semplicemente di passeggiare in compagnia), sia i non autosufficienti (chiunque sia stato almeno una volta dentro una casa di riposo non ha bisogno di alcuna spiegazione). Il pensiero che non riesco a non fare è che per la società molto più semplice convincersi (e convincere) che l’anziano è forte, attivo, autosufficiente, che progettare politiche e gestire strutture che siano davvero in grado di sostenerlo sia dal punto di vista sanitario, sia dal punto di vista della socialità e della partecipazione.

Ilaria

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