SUICIDI DI LAVORO

Posted on maggio 13, 2012. Filed under: Attualità e politica, economia, lavoro |

Nelle ultime settimane è stato posto in risalto nei mass media il fenomeno dei lavoratori e degli imprenditori che si sono tolti la vita a causa della perdita del lavoro e dei debiti. Uccisi dalla crisi, si dice. Non entro nel merito delle motivazioni personali di ciascuno, ma vorrei invece tentare un approfondimento sul contesto che favorisce o quantomeno consente questi suicidi.

Mi sembra che due elementi che caratterizzano la nostra società abbiano come risvolto l’attaccamento al lavoro che può risultare fatale: il ruolo e il denaro.

Il primo elemento riguarda il ruolo dei maschi nella società patriarcale. Da una breve ricerca in internet non sono riuscito a trovare donne che si siano suicidate per motivi di lavoro nell’ultimo anno, mentre sembra siano stati una settantina gli imprenditori (e lavoratori) maschi suicidi. Addirittura le vedove hanno svolto una manifestazione di ricordo e protesta a Bologna il mese scorso. I ruoli che i maschi hanno dovuto (e voluto) vestire per secoli comprendono il recupero dal mondo esterno delle risorse necessarie a sé e alla propria famiglia per sopravvivere. Esiste una divisione dei compiti per cui l’uomo segue la vita fuori della casa e la donna dentro: e l’uomo si occupa più del “fuori di sé”, la donna del “dentro di sé”. La perdita del ruolo equivale ad una perdita di identità che l’uomo è tanto meno abituato a gestire in quanto la sua “specializzazione” è gestire conflitti all’esterno di sé e non interni come quelli di identità.

Oggi tali ruoli e i conseguenti stereotipi sono in buona misura superati ma non per tutti e non per tutti nella stessa misura. Coloro che non hanno fatto un lavoro di analisi cercando di riposizionarsi nel post-patriarcato sono più soggetti a elementi che lo mettono in discussione.

Il secondo elemento di riflessione è dato dalla constatazione che nella nostra società è necessario non tanto fare delle attività, quanto fare delle attività retribuite con denaro. Chi lavora ma non riceve un salario (come ad esempio una persona che accudisce i genitori anziani gratuitamente, per amore) non è socialmente considerato. Anche io per definirmi ho bisogno di dire quale lavoro retribuito faccio: trovo difficile dire “faccio il papà” oppure “faccio il volontario in ambito ambientale”.

Ritengo verosimile pensare che le persone che hanno deciso di togliersi la vita, oltre alle principali motivazioni di ordine prettamente economico (non ho i soldi sufficienti a pagare l’affitto e a mangiare) abbiamo anche pensato che non potevano farcela perché non avevano un lavoro retribuito, l’unico che ti assegna il ruolo con cui ti presenti in società.

Eppure, raramente da noi ma più frequentemente in altre società, si può ottenere di che vivere anche senza scambi monetari. Credo che questo sia un elemento critico su cui riflettere: la nostra dipendenza dal denaro anche quando non ne abbiamo bisogno perché confondiamo la soddisfazione dei nostri bisogni con l’acquisto di merci che ci dicono essere indispensabili per noi.

La difficoltà a gestire il proprio ruolo in assenza di un lavoro e la definizione di lavoro come quello che si vende e si compra nel mercato sono, a mio modo di vedere, concause dell’ansia e della disperazione di molti.

Marco

Annunci

Make a Comment

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

7 Risposte to “SUICIDI DI LAVORO”

RSS Feed for RICOSTITUENTE Comments RSS Feed

Alcune mattine, al risveglio, il fatto di sapere che quelle poche ore di lavoro retribuite che devo svolgere nell’arco della settimana le organizzo in base alle esigenze mie e della mia famiglia (e non viceversa) mi fa star bene.. altre mattine, però, la consapevolezza che questo non può durare se non per un breve periodo a causa delle ristrettezze economiche che nel tempo si genererebbero, mi fa star male.. e l’incognita sulle reali possibilità offerte dal mondo del lavoro mi fa paura.. per me, per la mia famiglia e, soprattutto, per mia figlia. E’ nei momenti in cui sopravviene questa paura che tutto ti sembra drammatico.
In questo aiutano molto i microgruppi, la piccola cerchia di amici e confidenti ..alcuni di loro magari nella stessa situazione o maggiormente stressati e delusi dal sistema lavorativo in cui sono catapultati quotidianamente. Insieme, senza deprimersi, si incrementa invece la propensione alla ricerca di un modus vivendi (si dice così?) più vicino all’essere umano!

Daniela S.

Condivido in pieno le riflessioni. Aggiungo anche che – secondo me -molti di questi uomini non hanno avuto modo, occasione, forza, coraggio di esprimere la loro difficoltà, il loro disagio (non solo economico) ad altri. E un po’ di tempo che sto riflettendo sulla possibilità/opportunità di trovare un canale (pensavo ad una trasmissione radio ma può essere qualcos’altro) dove portare in pubblico qualche caso di difficoltà/disagio che ha trovato una qualche soluzione. Così da proporre qualche esempio positivo e invitare anche altre persone in difficoltà a chiamare ed esprimere la loro situazione. Prima di tutto per essere ascoltati e poi – eventualmente – per trovare anche qualche possibile percorso di uscita.
Volevo avere qualche opinione su una iniziativa di questo genere.
Grazie

Io non vedo in maniera del tutto positiva la possibilità di mettere nella “rete” dei media i cosidetti casi in difficoltà… Farei più un pensierino sulla necessità di creare ad esempio un punto di incontro (che può essere un blog o un sito..) ad esempio tra gli operatori agricoli e gli ortocoltori che in questo periodo si stanno spezzando la schiena e non chiedono aiuto per paura di dover tirare fuori dei soldi. Non si potrebbe ipotizzare uno scambio tra le ore di lavoro offerte dal disoccupato o dal cassa integrato e qualche prodotto agricolo/ortofrutticolo?
Ho notato che questa cosa fa molta fatica a decollare (una cooperativa vicino a casa mia che in questo momento sta raccogliendo fragole pur di non chiamare esterni si fa aiutare dalle mamme, magari di 60 anni, dei dipendenti..). Ecco a mio avviso una formalizzazione di una “rete” di questo tipo potrebbe essere utile..

Daniela

[…] rapporti di genere. E nel modo di costruirsi un’identità. Mi ha fatto molto riflettere un post scritto sul blog Ricostituente, in cui Marco Sacco fa notare, fra le altre cose: “Da una breve […]

Penso che gli uomini avrebbero molto bisogno di ascoltarsi nel profondo, nell’intimo con onestà e sincerità e di poterne poi parlare tra loro, potendo veramente permettersi di non giudicarsi e non giudicare e soprattutto di provare a utilizzare parole e punti di vista nuovi. Intendo proprio un modo nuovo di intendere e vivere la vita, il lavoro, la famiglia, i figli, la compagna, le passioni.
Alle donne ha fatto molto bene in passato incontrarsi, parlarsi, relazionarsi, insomma “fare cerchio” e quindi mi sento di suggerirlo con il cuore anche agli uomini (come ho fatto con il mio compagno e con mio figlio).
Chiara

[…] nei rapporti di genere. E nel modo di costruirsi un’identità. Mi ha fatto molto riflettere un post scritto sul blog Ricostituente, in cui Marco Sacco fa notare, fra le altre cose: “Da una breve […]

[…] di genere. E nel modo di costruirsi un’identità. Mi ha fatto molto riflettere, tempo fa, un post scritto sul blog Ricostituente, in cui Marco Sacco fa notare, fra le altre cose: “Da una breve […]


Where's The Comment Form?

Liked it here?
Why not try sites on the blogroll...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: