Giustizia

MENO REGOLE, PIU’ LIBERTA’!

Posted on luglio 8, 2010. Filed under: Attualità e politica, Giustizia | Tag:, , |

Bentrovati a tutti, è un po’ che non mi faccio sentire, ma mi pare di non essere l’unico.

In attesa di notizie dal mondo, traggo come di consueto spunto da un’esperienza personale di dimensione “micro”, per alcune considerazioni di carattere generale “macro” sui tempi che stiamo vivendo.

Qualche giorno fa incontro un mio coinquilino, ormai ex, che stava ultimando il trasloco dall’appartamento in cui era in affitto. Non lo conosco molto, ma da quel poco direi una persona normale, sicuramente non molto socievole in quanto un po’ scorbutico. Mi dice più o meno che è abbastanza contento di andarsene, perché i vicini sono una banda di matti, maleducati, ecc. Cita tra le varie cose il fatto che uno dei vicini si è lamentato perché lui e gli operai che lo aiutavano avevano usato l’ascensore per trasportare i mobili, provocando alcuni strisci sul pavimento. Gli ho quindi fatto presente che in effetti il regolamento del condominio (sottoscritto da tutti i proprietari) vieta l’uso dell’ascensore per il trasporto di mobili o oggetti voluminosi proprio per evitare danni. Dapprima mi sorride ironico, dicendomi “non vorrai dirmi che tutti i condomini si sono fatti il trasloco senza ascensore?” Al che gli rispondo che è proprio così, e che anzi, trattandosi di case nuove, l’ascensore l’avevamo fatto attivare solo dopo circa 3 mesi dal nostro ingresso, quando quasi tutti i condomini erano già entrati nei loro appartamenti.

Per tutta risposta l’ex condomino mi dice che lui il regolamento non lo aveva mai letto (gli ho ricordato che era un suo diritto/dovere, anche se non era proprietario ma solo inquilino), ma che a questo punto era proprio contento di andarsene, perchè non si può vivere con queste regole così strette! Cito testualmente: “Ci vuole un po’ di “buonsenso”: un po’ più di libertà e meno regole!”.

Dopodichè esprime più o meno lo stesso concetto quando abbiamo discusso di una signora del piano terra, che purtroppo non rispetta la regola per cui non si può tenere animali negli appartamenti, se gli stessi recano disturbo agli altri condomini (tipo cagnolini abbaianti giorno e notte). Per inciso, a suo tempo la signora in questione, alle nostre proteste aveva risposto con due argomenti sconcertanti, del tipo “mi sono presa la casa col giardino apposta per avere un cane, e quindi non vi rinuncio”, o quello ancora migliore “allora se tua figlia comincia a piangere dovrei protestare anch’io!”.

Insomma a questo nuovo argomento l’ex coinquilino sgrana gli occhi, ritenendo folle un regolamento che non consente di tenere in appartamento un cane, anche se abbaia.

Ora, come quelli di voi che abitano in condominio ben sapranno, i regolamenti dei condominii sono pressochè tutti uguali: vi sono piccole variazioni, ma generalmente le due regole che ho citato sono sempre presenti e abbastanza note.

Saprete bene anche che il condominio perfetto non esiste: per quanto piccolo, c’è sempre una varietà di caratteri che sono lo specchio di ogni società: c’è il rompiscatole, il menefreghista, il riservato, il “caciarone”, il pignolino, il pazzo furioso, ma anche il compagnone, il tuttofare, la vecchina simpatica, ecc. Proprio questa diversità di caratteri impone alle società di fissare delle regole di convivenza (per i condomini, le piccole società, le famiglie…) o delle vere e proprie leggi (quando si tratta di società più grandi e complesse).

Tuttavia le dinamiche sono le stesse, a prescindere dalla dimensione della società “normata”.

E’ per questo che parlando con l’ex coinquilino, mi sono sorpreso a riflettere sul perché la nostra società è messa come è messa, e soprattutto la nostra Res-publica italiana.

Quella frase “più libertà e meno regole”, nella sua disarmante semplicità, mi ha fatto capire dove un governo e una classe dirigente come quelli attuali hanno trovato terreno fertile, hanno vinto e continueranno a farlo, salvo risveglio improvviso della società stessa. Se ci pensate in realtà è proprio uno degli slogan con cui Berlusconi ha conquistato milioni di elettori. Il messaggio che è passato (“se ci sono le regole non sei libero”), è stato davvero diabolicamente geniale (del resto Berlusconi è pur sempre un bravissimo piazzista, come diceva Montanelli). Alcuni elettori erano ben consapevoli della strategia, e anzi desiderosi di “sregolatezza”; altri forse erano in buona fede.

Fatto sta che il “piazzista” ha tradotto in slogan un desiderio già diffuso, che a volte era già una prassi in uso da tanti anni (forse da sempre?) nel nostro paese: se possibile le regole si cancellano, o si diminuiscono, o si rendono inoffensive (e di esempi recenti di questa prassi ne abbiamo da vendere!) Se ciò non è possibile, allora si “usa il buon senso”: “In fondo, che sarà mai?… Non muore mica nessuno!…”.

Questo non vuol dire che il buon senso non vada usato. Tuttavia credo sia un problema di priorità: prima si legge e si capisce la regola, poi si cerca in tutti i modi di osservarla, e poi eventualmente (non a priori) si applica il buon senso. Tra l’altro non bisogna dimenticare che le regole – se si vede che non funzionano – possono essere modificate dalla stessa società, previo accordo tra tutte le parti, o quantomeno con una congrua maggioranza di esse. Non certo con una semplice imposizione da parte di un’oligarchia, o peggio di un unico despota, o peggio ancora decidendo unilateralmente di fare finta che non esistano!

Va infine ricordato che il fatto di essere VIP, gente importante e quasi sempre ricca, fornisce da sempre una sorta di autocertificazione, per cui “le regole valgono, tranne che per me”(concetto tra l’altro sdoganato dall’ormai famoso “super inter pares”).

Quando alcuni giornalisti, politici, opinionisti, anche magistrati, soprattutto negli ultimi mesi davano l’allarme contro una inesorabile caduta del nostro paese in una sorta di anarchia selettiva, ero già piuttosto allarmato. Questa conversazione con l’ex coinquilino mi ha allarmato ancora di più, e mi ha fatto riflettere anche su me stesso: quante volte anch’io ho pensato “non faccio mica male a nessuno…”!

Forse da oggi in centro città starò più attento ad andare a 50 km/h. Facciamolo tutti: ne guadagneremo sicuramente in sicurezza, e soprattutto, anche se non sarà molto, sarà pur sempre una goccia d’acqua fresca nel deserto arido dell’illegalità.

Alvise

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SAGRE PAESANE SOSTENIBILI

Posted on giugno 13, 2010. Filed under: Ambiente, Attualità e politica, Giustizia | Tag:, |

Ho pensato di dare una mano agli organizzatori della sagra del mio paese.

Ho pensato che oltre che in cucina, potessi dare un contributo anche nella definizione delle linee guida della sagra.

Ho pensato che a far la sagra ci si mette tanto impegno e tante energie e si usano anche molte risorse della terra.

Ho pensato di proporre agli organizzatori questo documento che contiene:

  • la giustificazione teorica del perché è importante usare meno materiali, energia e risorse
  • 10 proposte concrete per rendere la Sagra più sostenibile dal punto di vista ambientale

So per esperienza che le cose nuove, le cose teoriche e le cose che servono per difendere l’ambiente sono difficili da accettare. Questa proposta contiene tutti e tre questi elementi “difficili”, ma mi ci sono tuffato lo stesso con il necessario entusiasmo.

Ovviamente non è filato tutto liscio, ma sentite com’è andata:

In una prima riunione allargata ho buttato lì l’argomento. In una seconda, più ristretta, ho fatto lo stesso. Di fronte allo scetticismo e l’incomprensione ho chiesto la possibilità di incontrare due volte alcune persone che ricoprivano ruoli “utili” alla sagra per spiegare meglio di che si trattava. La prima riunione si è svolta e ho presentato il già citato documento. Qui sono emerse le prime critiche più circostanziate. Al secondo incontro han cambiato l’ordine del giorno e la sostenibilità è scomparsa.

Assieme alle giuste e concrete critiche di singole attività che avevo proposte ce ne son state tre di fenomenali:

  • “a cosa serve un documento scritto? A me piace guardarmi in faccia con la gente e dire quel che ho da dire”
  • “dovrebbero pagarci per fare queste cose, che le facciano loro”
  • “no, noi è meglio che non facciamo ‘ste robe, che è difficile. Ma senti qua: perché non proponiamo a un gruppo di ragazzi dei centri estivi di farle loro?”

I veneti sono un popolo concreto: poche parole e molti fatti. I conti si fanno coi soldi e non con le chiacchiere. In tutto questo non c’è spazio per la cultura e il suo mezzo prediletto: la scrittura. Se riusciamo a star bene insieme, a divertirci e bere un ombra de vin, siamo tutti soddisfatti.

La crisi ambientale esiste e bisogna fare qualcosa? Finché non vedo che la casa crolla, tiro dritto. E se c’è da raffonzare le fondamenta, che siano altri a farlo. Chi? Non si sa bene, forse il governo, forse coloro che hanno scoperto le crepe.

Va bene, è vero, fare qualcosa è giusto. Quindi che siano i bambini a fare queste esperienze. Io devo dare il buon esempio? Ci sono gli educatori per questo.

Come dicevo, ci sono state anche critiche assolutamente giustificate:  l’organizzazione, i tempi, il fatto che senza molta esperienza è bene partire con le minime incognite possibili, ecc. Per questo avevo preparato alcune contromosse. Ma contro la cultura che sa guardare solo al futuro immediato, mi sento veramente impotente.

Che facciamo?

Marco

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UNA STORIA FINITA BENE

Posted on aprile 22, 2010. Filed under: Attualità e politica, Giustizia, Inchieste, Politica | Tag:, , , |

Una donna Senegalese si presenta in Questura munita di regolare passaporto nazionale privo di visto d’ingresso per l’area Schengen ed essendo in stato di gravidanza (regolarmente documentato mediante esibizione di documentazione ospedaliera) chiede il relativo permesso di soggiorno.
La Questura da un lato avvia la pratica amministrativa di rilascio del permesso speciale, dall’altro denuncia la donna per il reato di “ingresso illegale nel Territorio dello Stato”
Il Pubblico Ministero autorizza la presentazione immediata dell’imputata avanti al Giudice di Pace per celebrare il processo penale.
Il giorno del processo la difesa produce documentazione anagrafica attestate l’avvenuta nascita e documentazione medica mediante la quale si certifica che lo stato di gravidanza era anteriore all’entrata in vigore del nuovo reato di clandestinità.
Sulla base di detta documentazione la difesa, oltre a svariate altre considerazioni, evidenzia che nei confronti della donna senegalese il medesimo testo unico (art. 19) prevede l’inespellibilità e, pertanto, che la donna, non potendo essere espulsa, deve considerarsi legittimamente presente in Italia (tertium non datur … Aristotele insegna) e che l’eventuale situazione di illegalità anteriore all’entrata in vigore della legge ha rilevanza solo sotto il profilo amministrativo in base al principio costituzionale di irretroattività della legge penale.
Il Giudice di Pace, con decisione non certamente scontata in assenza di precedenti analoghi, accoglie la mia richiesta di proscioglimento.
Nella stessa giornata sono stati celebrati almeno altri 15 processi per il medesimo reato nei confronti di stranieri tutti irreperibili o contumaci
Gli irregolari sono stati complessivamente condannati dal GdP ad una pena pecuniaria di circa 75.000 euro … somma che, moltiplicata per tutti gli uffici del GdP sparsi sul territorio, potrebbe contribuire a sanare il debito nazionale, peccato che tali somme siano difficilmente recuperabili, che di fronte alla Corte Costituzionale vi siano oltre 50 richieste di illegittimità costituzionale dell’art. 10 bis (in caso di pronuncia di illegittimità tutte le condanne verrebbero azzerate)
Unica certezza non molto confortante per chi abbia a cuore l’ordine pubblico, almeno una decina tra poliziotti e carabinieri, chiamati a testimoniare sulla attività che li aveva portati a denunciare gli immigrati irregolari, sono rimasti per l’intera mattinata confinati in aula senza che, nella gran parte dei casi, vi sia stata alcuna necessità di ascoltarli o comunque per essere esaminati al massimo cinque minuti (il tempo necessario a spiegare al giudice che lo straniero irregolare era appunto irregolare)
Tommaso

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TAORMINA SU BERLUSCONI: ACCIDENTI!

Posted on aprile 19, 2010. Filed under: Attualità e politica, Giustizia | Tag:, , , , , |

Mi ha colpito per la forza delle affermazioni dell’Avvocato Carlo Taormina, l’intevista che gli ha fatto il giornalista Alessandro Gilioli su Berlusconi, un paio di mesi fa. L’intervista, che racconta delle vere intenzioni di Berlusconi, è pubblicata qui.

Carlo Taormina

Taormina dice, tra l’altro, che approfittando della debolezza dell’opposizione, Berlusconi potrebbe richiedere nuove elezioni prima dello scadere del mandato, al fine di consentirsi di rimanere al potere fino alla scadenza del mandato di Napolitano. D’altronde anche Bossi un paio di giorni fa ha ricordato che la vera ambizione del Cavaliere è divenire Presidente della Repubblica.

Qualcuno suggerisce di non credere al personaggio, vista la sua storia, ma forse vale comunque la pena di perdere cinque minuti a leggere le sue affermazioni.

Marco

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CI SONO COSE CHE NON SI POSSONO COMPRARE…

Posted on aprile 14, 2010. Filed under: Attualità e politica, Cultura, Giustizia, Pace, Politica, Uncategorized | Tag: |

Ho davvero poco da aggiungere alla lettera anonima del cittadino di Adro che ha pagato i debiti di alcune famiglie che in questi mesi erano rimaste indietro con i pagamenti della mensa scolastica dei loro figli e si e’ offerto di continuare a farlo fino a fine anno. Di fronte alla possibilita’ che il comune sospendesse il servizio a quei bambini (per la serie ” a scuola senza pranzo!”) una voce si e’ levata, e continua giustamente a difendere il suo anonimato.

La lettera la trovate qui se ancora non l’avete letta e vorrei solo sottolinearne  una parte che mi ha fatto molto riflettere. Il cittadino di Adro si chiede perche’ invece di ergersi contro i morosi, i cittadini della citta’ non si chiedano come l’amministrazione spenda i soldi delle sue casse per non poter nemmeno pagare una mensa scolastica.

Non e’ una questione di colori politici, ma di visione allargata o ristretta che abbiamo della societa’: le persone non sono solo contribuenti, i bambini non sono solo fruitori di un servizio, la tutela di un dovere (pagare la retta) non puo’ essere l’unico obiettivo. Come il cittadino di Adro immagino ci possano essere dei “furbetti” tra quelle famiglie come in tantissime altre circostanze, ma perche’ difendere a dispetto di tutti l’obbligo di pagare le rette e non la nostra capacita’ di dire no ai gesti che non hanno senso (perche’ puniscono chi non ha colpa) ?

Come dici bene, anonimo cittadino ci sono cose che non si possono comprare, ma per cui vale bene darsi da fare, come si puo’.

Neanche io ci sto!

-Caterina

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UN ATTACCO DI GIUSTIZIALISMO? Prima parte

Posted on febbraio 19, 2010. Filed under: Attualità e politica, etica, Giustizia, Inchieste, Politica, Uncategorized | Tag: |

Gli episodi corruttivi emersi negli ultimi giorni (e le difese abbozzate da alcuni leader: “questa volta chi ruba non lo fa per il partito ma per sé stesso” così più o meno il pensiero del Presidente Fini) ripropongono una questione emersa nell’immediato post tangentopoli: la responsabilità dei partiti per i fatti illeciti commessi dai propri membri.
La questione, da giovane studente di giurisprudenza, mi aveva appassionato per le implicazioni di natura costituzionale.
La passione però col tempo tende a spegnersi, soprattutto se sul fuoco si lanciano secchiate d’acqua.
Nel 2001 con l’approvazione della legge in materia di responsabilità (para)penale degli enti il mio interesse era sto risvegliato dalla circostanza che la normativa (di derivazione europea e che ha introdotto nel nostro ordinamento una forma di responsabilità penale che molti credevano contraria ai principi fondamentali della nostra Carta) avesse espressamente escluso la responsabilità di soggetti pubblici e partiti politici.
Mentre per i primi (stato, regioni, comuni etc) esiste una spiegazione razionale, il salvacondotto rilasciato ai secondi (che sono pur sempre dal punto di vista del diritto privato associazioni non riconosciute) mi lasciava e lascia piuttosto perplesso.
In pratica mentre una società, una fondazione, una qualsiasi associazione (diversa dai partiti) possono essere condannati se al proprio interno vengono commessi alcuni tipi di reato (dalla corruzione agli infortuni sul lavoro) salvo che i vertici delle medesime abbiano dimostrato di aver adottato modelli organizzativi idonei alla prevenzione del rischio reato, il Partito è esente da qualsiasi coinvolgimento nei processi penali che riguardano i propri membri (e non solo quando esercitano le proprie prerogative costituzionali ma anche quando agiscono iure privatorum e, ad esempio, non rispettano la normativa in materia di sicurezza sul lavoro)
Ho pensato quindi di ripercorre l’iter legislativo degli ultimi vent’anni e poi di fare alcune valutazioni complessive.
Comincio proponendovi uno spezzone di relazione parlamentare
RELAZIONE – N. 725 – 4339-A Onorevoli Colleghi! – Il testo in esame è il risultato di un lungo percorso di elaborazione che è partito da proposte di legge nate sull’onda emotiva della necessità di dare una risposta immediata al fenomeno di “tangentopoli” che ha devastato il sistema politico ed evidenziato l’intreccio affaristico tra pubblica amministrazione, politica ed economia. Non a caso la proposta di legge da cui è partita la discussione (AC 725 Martinat ed altri) recava come titolo “Norme per lo scioglimento e la confisca dei beni dei partiti politici a seguito di condanne penali dei loro segretari nazionali politici o amministrativi”. Questa proposta era in realtà viziata da rilevanti profili di incostituzionalità e, nella previsione dello scioglimento dei partiti in caso di reati contro la pubblica amministrazione, faceva carico ad un soggetto che si configura ancora come associazione privata di una responsabilità oggettiva in campo penale, sconosciuta nel nostro ordinamento generale. La discussione, pur salvaguardando il principio di individuare una responsabilità del partito e del movimento politico qualora propri titolari di cariche elettive avessero commesso reati contro la pubblica amministrazione, ha proceduto alla riarticolazione del testo, cercando di coniugare la trasparenza e la responsabilità dei partiti con i princìpi generali del nostro ordinamento senza incorrere in posizioni estranee e demagogiche di scarsa efficacia concreta.
L’articolo 1 introduce il concetto di responsabilità in solido, da accertare in sede civile, del partito politico per eventuali danni patrimoniali alla pubblica amministrazione, conseguenti alla commissione da parte di un titolare di carica elettiva di uno dei due delitti di cui al capo I del titolo II del libro II del codice penale. Al comma 2 dell’articolo 1 viene ovviamente prevista la possibilità per il partito o movimento politico della prova liberatoria, cioè della dimostrazione di non aver potuto evitare il fatto illecito compiuto dal proprio titolare di carica elettiva. Il principio di responsabilità solidale viene a queste norme direttamente collegato nella quantità, e di conseguenza limitato al contributo che il singolo partito riceve ai sensi della legge 2 gennaio 1997 n. 2.
L’articolo 2 prevede un’estensione dell’articolo 1 qualora i reati in esso previsti siano stati consumati, per il finanziamento dell’attività politica dei partiti, da chi al momento del fatto delittuoso non ricopriva cariche elettive.
Nell’articolo 3 viene affrontato il problema del finanziamento ai partiti al di fuori di quello previsto dalla legge n. 2 del 1997. Nel comma 1 viene fatto divieto assoluto agli organi della pubblica amministrazione, agli enti pubblici, alle società con partecipazione di capitale pubblico pari o superiore al 10 per cento e alle società controllata da queste ultime, di erogare contributi sono qualsiasi forma a partiti o movimenti politici e alle loro articolazioni. Chiunque corrisponde o riceve questi contributi è punito con la reclusione da uno a cinque anni, con la multa fino a cinque volte l’ammontare della somma erogata, nonché con l’interdizione dai pubblici uffici. Nel comma 2 dell’articolo 3 è stabilito che il divieto di cui al comma 1 si applichi anche alle società di persone o di capitali che elargiscano contributi a partiti o movimenti senza che gli stessi siano deliberati dall’organo sociale competente e quindi regolarmente iscritti in bilancio. Viene fatto obbligo anche a coloro che ricevono i contributi di accertarsi, richiedendo la relativa certificazione, delle corrispondenti deliberazioni della società. La pena prevista in questo caso è la reclusione da sei mesi a quattro anni e la conseguente interdizione dai pubblici uffici.
Nell’articolo 4 viene regolamentata la responsabilità del partito e del movimento politico che intenzionalmente omettono di dichiarare o dichiarano in misura mendace di avere ricevuto contributi o elargizioni da società con regolare delibera e iscrizione in bilancio, o da privati. In questo caso la sanzione prevista è del pagamento di una somma pari a cinque volte l’ammontare percepito, nonché l’interdizione dai pubblici uffici da uno a tre anni. Le dichiarazioni non sono richieste quando i contributi siano di valore inferiore a lire 10 milioni, da calcolare nell’ambito dello stesso anno. Il comma 2 del medesimo articolo richiama la forma in cui devono essere fatte le dichiarazioni di cui al comma 1, facendo riferimento all’articolo 8 della legge n. 2 del 1997. Al comma 3 vengono abrogate le norme dell’articolo 7 della legge n. 195 del 1974, e dell’articolo 14, commi dal primo al sesto, della legge 18 novembre 1981, n. 659.
L’articolo 5 prevede che qualora con sentenza passata in giudicato sia stato accertato il finanziamento illecito al partito, come previsto dagli articoli precedenti, l’importo del contributo volontario destinato al partito ai sensi della legge n. 2 del 1997 sia decurtato di una somma pari al doppio di quella illegittimamente percepita.
L’articolo 6 prevede che le sentenze di condanna siano trasmesse al ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica per gli adempimenti relativi alla eventuale decurtazione del finanziamento ai partiti.
Per far fronte alla preoccupazione relativa ad una possibile incidenza degli articoli 3 e 4 sui procedimenti penali in corso, dove è contestato il reato di finanziamento illecito ai partiti ai sensi dell’articolo 7 della legge n. 195 del 1974, è stata approvata dalla Commissione anche una norma transitoria che stabilisce che la nuova legge va applicata solo per i fatti successivi alla sua entrata in vigore.
Questa deroga ai princìpi generali del diritto penale, che invece afferma il principio del favor rei ha trovato già un suo autorevole precedente nelle disposizioni della legge n. 4 del 1929 (articolo 20), confermata dalla Corte costituzionale che in diverse sentenze ha stabilito che il principio del favor rei non gode di copertura costituzionale, ma solo di legge ordinaria quale il codice penale.
La Commissione ha anche tenuto conto, approvando alcuni emendamenti in questo senso, delle osservazioni contenute nel parere favorevole espresso dal Comitato per la legislazione.” CENTO, Relatore.
Com’è andata a finire?
Fine della prima parte.
Tommaso

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SFIDA VERSO LA PARITA’ DI GENERE: RAPPRESENTANZA FEMMINILE CAMPANA 1 – GOVERNO ITALIANO 0

Posted on febbraio 4, 2010. Filed under: Attualità e politica, Cultura, Giustizia, Politica | Tag: |

La Corte Costituzionale ha salvato una norma della regione Campania che, per la prima volta nell’ordinamento italiano, prevede la cosiddetta preferenza di genere. In particolare, dispone che l’elettore può esprimere uno o due voti di preferenza e che, nel caso di espressione di due preferenze, una deve riguardare un candidato di genere maschile ed una un candidato di genere femminile della stessa lista, pena l’annullamento della seconda preferenza.
La norma citata trova fondamento nell’art. 5 del nuovo statuto della Regione Campania «Al fine di conseguire il riequilibrio della rappresentanza dei sessi, la legge elettorale regionale promuove condizioni di parità per l’accesso di uomini e donne alla carica di consigliere regionale mediante azioni positive».
La finalità della nuova regola elettorale è dichiaramente quella di ottenere un riequilibrio della rappresentanza politica dei due sessi all’interno del Consiglio regionale, in linea con l’art. 51, primo comma, Cost., nel testo modificato dalla legge costituzionale 30 maggio 2003, n. 1 («Tutti i cittadini dell’uno e dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini»)
e con l’art. 117, settimo comma, Cost., nel testo modificato dalla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 («Le leggi regionali rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e promuovono la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive»)
La legge regionale ha l’obiettivo di predisporre condizioni generali volte a favorire il riequilibrio di genere nella rappresentanza politica, senza introdurre strumenti che possano, direttamente o indirettamente, incidere sull’esito delle scelte elettorali dei cittadini.
La Consulta ha in passato già escluso che possano essere legittimamente introdotte nell’ordinamento misure che «non si propongono di rimuovere gli ostacoli che impediscono alle donne di raggiungere determinati risultati, bensì di attribuire loro direttamente quei risultati medesimi» (sentenza n. 422 del 1995) e ha precisato che i vincoli imposti dalla legge per conseguire l’equilibrio dei generi nella rappresentanza politica non devono incidere sulla «parità di chances delle liste e dei candidati e delle candidate nella competizione elettorale» (sentenza n. 49 del 2003).
La Consulta ha ritenuto che la norma campana impugnata dal Governo (sostenendo che la medesima operava alterando forzosamente la composizione dell’assemblea elettiva rispetto a quello che sarebbe il risultato di una scelta compiuta dagli elettori in assenza della regola contenuta nella norma medesima, ovvero attribuiva ai candidati dell’uno o dell’altro sesso maggiori opportunità di successo elettorale rispetto agli altri) sia legittima in quanto ll’espressione della doppia preferenza è meramente facoltativa per l’elettore, il quale ben può esprimerne una sola, indirizzando la sua scelta verso un candidato dell’uno o dell’altro sesso. Solo se decide di avvalersi della possibilità di esprimere una seconda preferenza, la scelta dovrà cadere su un candidato della stessa lista, ma di sesso diverso da quello del candidato oggetto della prima preferenza. Nel caso di espressione di due preferenze per candidati dello stesso sesso, l’invalidità colpisce soltanto la seconda preferenza, ferma restando pertanto la prima scelta dell’elettore.
Già la sentenza n. 422 del 1995 della Consulta sottolineava che al riequilibrio tra i sessi nella rappresentanza politica «si può (…) pervenire con un’intensa azione di crescita culturale che porti partiti e forze politiche a riconoscere la necessità improcrastinabile di perseguire l’effettiva presenza paritaria delle donne nella vita pubblica, e nelle cariche rappresentative in particolare».
Vedremo il concreto impatto della norma salvata dal boicottaggio govrnativo sulle vicine elezioni regionali.
Tommaso

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EDUCARE ALLA LEGALITÀ

Posted on dicembre 11, 2009. Filed under: Attualità e politica, Giustizia | Tag:, |

Una mia collega mi ha raccontato una sua recente esperienza che nella sua banalità mi ha colpito molto. Era andata a comprare due vestiti per il figlio in uno dei nostri tanti centri commerciali. Parcheggiata l’auto, le si fanno avanti due ragazzini, zingari, forse rom, che con la consueta insistenza cominciano a fare le loro richieste. Non chiedono soldi, ma merendine e magari una Coca Cola! La collega cede (molto presto, conoscendola). Ricordo che lei doveva solo comprare i vestiti, per cui dopo aver preso le cose per il figlio, si è infilata al supermercato (con tanto di coda di 10 minuti alla cassa) solo ed esclusivamente per esaudire il desiderio dei piccoli nomadi.

Vignetta da: ilcorrieredelweb.blogspot.com

Tornata alla sua auto, nota che i ragazzini sono ancora lì, ma stanno subendo la ramanzina da parte di due signore che li invitano ad andarsene, ricordando che hanno fatto lo stesso con i loro fratelli. Una volta che le signore se ne sono andate, la mia collega fa cenno ad uno dei due bambini di avvicinarsi e consegna il “corpo del reato”: come da accordi una confezione di merendine e una bottiglietta di Coca Cola (non ho chiesto informazioni dettagliate, ma penso che il totale della spesa non superasse i 5 Euro).

Appena consegnato il sacchetto, sbucano da dietro le due signore di prima, che mostrando un distintivo della polizia apostrofano l’incauta collega, dicendole di vergognarsi, che tutto il loro lungo lavoro per insegnare a questi ragazzini come ci si guadagna onestamente da vivere viene vanificato continuamente dalle persone immorali e sprovvedute come lei… e giù con anatemi e vari “chili di carne”.

La mia collega ha raccontato di essersi sentita mortificata, una vergogna che l’ha portata quasi alle lacrime. Ora, io non c’ero e non so come avrei reagito, ma ho provato a immedesimarmi e penso che davvero a queste due cosiddette rappresentanti delle “forze dell’ordine” avrei avuto qualcosa da dire.

Tanto per cominciare, care vigilantes che garantite la sicurezza di noi bravi cittadini, se il vostro lavoro di “educazione” è stato così lungo ed ha sortito questi effetti, evidentemente non è così efficace. Non sarà il caso di cambiare strategia?

E poi: avrei potuto giustificare una predichetta se avessi dato denaro contante ai ragazzini (cosa che peraltro cerco sempre di evitare). Magari avrei capito comunque un ammonimento, fatto spiegando le vostre ragioni, ma con ben altri modi! Ma mi (vi) chiedo: se io avessi comprato una merendina e una bibita ad un bambino italiano (cosa che a me personalmente è capitata), mi avreste fatto la stessa predica?

Ma ditemi: ai vostri figli, se ne avete, comprate mai una caramella, un dolcetto… così tanto per comunicare qualcosa?

E soprattutto, vi siete mai domandate cosa spinge un bambino a chiedere ad uno sconosciuto di comprargli una merendina? E’ solo il gusto dell’accattonaggio, il piacere dell’illegalità, o c’è qualcosa di più dietro a quella richiesta?

Quando avrete risposto a queste domande, forse sarete più degne di rappresentare le nostre forze dell’ordine.

Propongo per la prossima cena ricostituente merendine e cocacole per tutti! Sempre che non siano articoli illegali…

A presto.

Alvise

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IL PROGETTO NESSUNO ESCLUSO (E UNA RIFLESSIONE SUL RUOLO DEI PARTITI CENTRALIZZATI)

Posted on dicembre 4, 2009. Filed under: Attualità e politica, Cultura, Giustizia, Inchieste, Pace, Politica | Tag:, , , , , , |

A volte l’azione amministrativa riesce a tradurre in pratica il paradigma della multiculturalità con metodo ed intelligenza.
Il Comune di Novellara (RE) con il suo progetto “Nessuno escluso” è sicuramente un buon esempio.
Recentemente, con una associazione a cui appartengo (La magnifica Compagnia della Melanzana, che magari vi descriverò con qualche maggior dettaglio in seguito) abbiamo premiato il sindaco di questa cittadina, Raul Daoli, e questi, per l’occasione, ci ha illustrato il senso della sua esperienza.
Nel suo discorso mi ha colpito, in particolare, la assoluta mancanza di enfasi e la volontà di rifuggire da qualsiasi “ismo” (buonismo, catastrofismo).
Il suo è un progetto saldamente ancorato a solide premesse teoriche e ad una accurata analisi della realtà territoriale (tanto apparentemente inattaccabile per serietà e senso del futuro quanto concretamente ostacolato anche all’interno dell’area di centro sinistra in cui è stato concepito, sic!).
Ho avuto la curiosità di consultare il sito del Comune e di apprezzare il lungo iter in cui il progetto si sviluppa (dai convegni per riflettere sui dati emersi dal territorio alla istituzione del mediatore culturale; dalle collaborazioni con le scuole alle celebrazioni delle festività -dal Capodanno cinese al Ramadan- tipiche delle comunità residenti a Novellara, etc.)
Consiglio quindi una visita sul web, a prescindere da temi e contenuti, si tratta infatti di un qualcosa di “esportabile”,
Questi progetti ed altri analoghi dovrebbero venire “messi in circolo” a cura delle strutture di partito nazionali.
Invece spesso queste iniziative anche l’iscritto al partito le conosce della tv o dal web, mentre riceve continue sollecitazioni per partecipare ad estemporanee manifestazioni di piazza che lasciano solo impronte sulla sabbia (a volte verrebbe da dire fango) della politica.
Se un partito come struttura centralizzata non venisse sistematicamente meno alla sua funzione
a) di canalizzazione dal basso verso l’alto di energie, idee, progettualità,
b) di incubazione di tali input ed elaborazione di output da far ricadere a cascata sul territtorio
probabilmente non si starebbe tanto a ragionare sulla crisi del sistema, sarebbe uno “strumento” molto utile a prescindere dalla sua strutturazione.
Per chiudere tornando sul tema iniziale, riporto un simpatico stralcio tratti da un convegno tenutosi a Novellara nel 2007 dal titolo “Il dialogo fra paura e scoperta dell’altro”:
“Una storia mediorientale racconta di un viandante nel deserto che, all’improvviso, vide in lontananza un mostro orribile e cattivo che, ovviamente, gli fece molta paura.

In breve, il mostro gli si avvicinò e vide che in realtà era un uomo: certo un uomo che incuteva paura, ma pur sempre un uomo.

Dopo poco quell’uomo gli fu vicino e quando poté finalmente guardarlo negli occhi, riconobbe che era sua fratello”
Dalla politica della paura dobbiamo passare a quella della conoscenza, della ragione, della convivenza. A volte la nostra paura e la nostra ignoranza ci fanno vedere dei mostri che non esistono e delle differenze che non hanno rilevanza”

Tommaso

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NON DITECI CHE LO FATE PER NOI

Posted on novembre 26, 2009. Filed under: Attualità e politica, Giustizia | Tag:, , |

Il governo e la maggioranza sostengono che sia necessario imporre tempi massimi per la durata dei processi di cittadini incensurati: due anni nel primo grado, escluse le indagini preliminari; altrettanti in appello; idem davanti alla Cassazione. Se si supera una di queste tre soglie il processo… svanisce!

Non si curano del fatto che alcuni delinquenti rimarranno impuniti, né che le vittime possano avere giustizia.

Sentiamo cosa dice il mio guru politico: Luciana Littizzetto.

Allora due commenti:

  1. per trasformare queste intenzioni in realtà bisognerebbe dare risorse alla magistratura, perché non si può fare la faraona ripiena con una quaglia imbottita di niente. Non sembra che su questo aspetto vi sia la stessa chiarezza e attenzione che c’è nell’indicare i tempi massimi. Io ho provato a mettermi nei panni di un Ministro della Giustizia in Italia: di fronte al problema della durata dei processi non mi verrebbe mai in mente di cominciare dal definire un tetto massimo alla loro durata. Rivedrei l’organizzazione delle procure, la facilità con cui si accede a troppi gradi di giudizio, l’informatizzazione delle comunicazioni, ecc. Vivaddio c’è già la prescrizione!
  2. l’Associazione Nazionale Magistrati ha presunto che il 50% dei processi in corso incapperebbe nelle maglie di questa legge e non arriverebbe a conclusione. Alfano alza gli scudi: “no, solo l’1%”. … E tu per l’1% del dei processi fai una legge che dici affronti il problema? Il re è definitivamente nudo. Che il motivo di questa legge sia un altro è chiaro a tutti.

Potete sentirne una interpretazione dalle parole di Marco Travaglio, ad Annozero:

Insomma basta: non diteci più che lo fate per noi!

Marco

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