economia

ESISTE UN RISPARMIO GIUSTO?

Posted on febbraio 17, 2013. Filed under: Attualità e politica, economia, etica | Tag:, , , |

Il 31 gennaio scorso, a Salzano (VE), ho partecipato ad un incontro organizzato dal Movimento per la Decrescita Felice di Venezia dal titolo ESISTE UN RISPARMIO “GIUSTO”?

Il problema mi pareva serio per due motivi:

  1. il primo non è nuovo e riguarda l’utilizzo etico del risparmio: è giusto che con i miei soldi vengano finanziate attività che io reputo sbagliate? Come posso evitarlo visto che non mi viene data l’informazione di chi fa cosa col mio denaro?
  2. il secondo credo sia più recente: una volta poteva interessare solo a noi anime belle che il nostro denaro non fosse usato per armi o attività inquinanti. Alla maggior parte delle persone interessava solo avere un ritorno in termini di denaro: l’interesse. Da alcuni anni, però, questo interesse è molto diminuito e, a volte, non basta nemmeno a pagare le commissioni della banca. Inoltre aumenta la percezione che l’uso speculativo dei nostri risparmi sia stato causa della crisi economica che da 4 anni ci attanaglia.

Renato Mazzone di MAG Venezia ci ha commentato questa storia che illustra cosa può capitare se il denaro si slega dalla realtà: si può vivere di credito, quindi al di sopra delle proprie possibilità, magari senza rendersene pienamente conto, se non quando è ormai troppo tardi. I risultati sono disastrosi per l’economia reale e per la vita delle persone.

Giancarlo Cioli, dell’associazione che sta promuovendo in Italia una banca di tipo JAK, ci ha raccontato alcune cose interessanti sugli interessi. La più interessante è questa: se devo comprare la casa mi posso fare prestare i soldi da una banca e firmo un contratto di mutuo nel quale c’è scritto che devo ridare indietro i soldi che ho ricevuto in prestito più gli interessi. Alla fine di un certo periodo pago tutto. Se il periodo è lungo pago più interessi che capitale, in modo che finanzio la banca e chi le ha prestato i soldi senza.

Questo lo sapevamo.

Ma anche se io non ho bisogno di un mutuo e non mi compro la macchina né niente altro a rate, pago molti interessi. Come? Comprando beni per di soggetti che hanno avuto bisogno di andare a prestito, ovvero tutti. Se compro una scatola di tonno al supermercato è verosimile che il supermercato, il distributore all’ingrosso del tonno, l’inscatolatore, la ditta che ha pescato il tonno abbiano avuto bisogno di prestiti nella loro vita economica e che abbiano inserito nel costo del tonno anche quello dei loro interessi.

Alla fine della mia vita io, normale cittadino-consumatore, avrò pagato più interessi di quelli che avrò avuto dal sistema bancario. E questo vale per l’80% dei cittadini occidentali. Il 10% ne riceve tanti quanti ne paga e il 10% si prende tutti gli interessi pagati dall’80%.

Chi sono i fortunati che fanno parte di quest’ultimo 10%? I super ricchi. Anche loro pagano interessi in ogni cosa che comprano, ma siccome hanno una montagna di soldi da parte, su questi guadagnano anche una montagnetta di interessi.

L’interesse è quindi un modo sistematico e spietato attraverso cui i poveri finanziano i ricchi.

Se ne può fare a meno? Be’, la banca JAK, che ancora non esiste in Italia ma che invito tutti a sostenere, riceve denaro e lo presta senza interessi, attraverso il sistema dei punti risparmio. Se tieni in banca 100 euro per un mese  guadagni 100 punti che ti consentono di avere in prestito 100 euro per un mese. Puoi tenere i soldi lì per 10 anni e poi, quando avrai una spesa grossa li potrai avere a prestito. Oppure il pensionato con poche spese può mettere a disposizione del nipote che deve comprarsi la casa i suoi punti risparmio. O, meglio di tutto, si possono mettere i propri punti accumulati a disposizione di tutta la collettività. D’altronde, se tutte le attività economiche del mio paese vengono finanziate senza interessi io stesso ci guadagno perché i prezzi dei beni saranno più bassi e perché non avrò sostenuto il sistema di finanziamento occulto ai ricchi di cui ho scritto sopra.

Infine ricordo che MAG Venezia e JAK sono poi attente a finanziare solo soggetti e attività che rispecchiano determinati criteri che le rendono socialmente accettabili.

Potete sapere di più su MAG Venezia qui e su JAK Italia qui. La banca svedese JAK è stata oggetto di un interessante puntata di report che è possibile vedere qui.

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Addio a Elinor Ostrom

Posted on giugno 15, 2012. Filed under: Attualità e politica, economia, Ricerca | Tag: |

Scopro oggi, con un ritardo di tre giorni, che il 12 giugno 2012 è morta Elinor Ostrom, prima donna a vincere il Premio Nobel per l’Economia. L’ho scoperto grazie alla newsletter di un bellissimo sito, ingenere.it che colgo l’occasione di segnalarvi per la lucidità e qualità degli approfondimenti sulle questioni di genere (ma non solo).

Elinor Ostrom è morta a 78 anni, aveva avuto una bella carriera in un tempo in cui alla donne molte strade professionali erano sconsigliate e aveva vinto uno dei premi più prestigiosi al mondo per il suo lavoro sui commons nel 2009. Sarà perchè i miei interessi di ricerca sono simili ai suoi e ammiro il suo lavoro anche per la sua chiarezza espositiva e per quanto ha fatto per sviluppare e diffondere metodi per la ricerca sul campo e in laboratorio, ma è una notizia che mi ha intristito.

Con il suo lavoro ha sviluppato un nuovo metodo di lavoro legato alla gestione dei commons, quei beni comuni che non possono essere utilizzati da tutti contemporaneamente e indefinitamente, come le foreste, gli animali, l’acqua pulita. Ha messo al centro della sua analisi l’idea che diverse situazioni richiedano diversi sistemi di gestione, che la fiducia e la capacità di comunicare possano aiutare a trovar meccanismi ottimi di gestione in grado di preservare le risorse nel tempo, senza bisogno di un intervento statale o centralizzato. In un certo senso ha messo un uomo economico più realistico all’interno del suo modo di vedere il mondo.

Riassumere la sua carriera è un compito impossibile per questo post e per me, ma credo che il suo lavoro sia particolarmente rilevante in questo periodo storico, in cui si cercano nuovi modi di gestire le risorse (poche o tante che siano) e di valutare ricchezza, povertà, uso eccessivo, uso giusto. I suoi studi comparati sul campo hanno mostrato come esistano casi di felice “auto gestione” delle risorse, il che mi fa pensare alla necessità di ricostruire la fiducia tra le persone come via importante per costruire nuovi modelli di sviluppo, pensati e realizzati insieme.

Voorei concludere citando una frase tratta dalla sua autobiografia sul sito dei Nobel: ” I learned not to take initial rejections as being permanent obstacles to moving ahead.”

Come donna, come wannabe economista e come ammiratrice, grazie del suo lavoro Professoressa Ostrom.

-Caterina

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SUICIDI DI LAVORO

Posted on maggio 13, 2012. Filed under: Attualità e politica, economia, lavoro |

Nelle ultime settimane è stato posto in risalto nei mass media il fenomeno dei lavoratori e degli imprenditori che si sono tolti la vita a causa della perdita del lavoro e dei debiti. Uccisi dalla crisi, si dice. Non entro nel merito delle motivazioni personali di ciascuno, ma vorrei invece tentare un approfondimento sul contesto che favorisce o quantomeno consente questi suicidi.

Mi sembra che due elementi che caratterizzano la nostra società abbiano come risvolto l’attaccamento al lavoro che può risultare fatale: il ruolo e il denaro.

Il primo elemento riguarda il ruolo dei maschi nella società patriarcale. Da una breve ricerca in internet non sono riuscito a trovare donne che si siano suicidate per motivi di lavoro nell’ultimo anno, mentre sembra siano stati una settantina gli imprenditori (e lavoratori) maschi suicidi. Addirittura le vedove hanno svolto una manifestazione di ricordo e protesta a Bologna il mese scorso. I ruoli che i maschi hanno dovuto (e voluto) vestire per secoli comprendono il recupero dal mondo esterno delle risorse necessarie a sé e alla propria famiglia per sopravvivere. Esiste una divisione dei compiti per cui l’uomo segue la vita fuori della casa e la donna dentro: e l’uomo si occupa più del “fuori di sé”, la donna del “dentro di sé”. La perdita del ruolo equivale ad una perdita di identità che l’uomo è tanto meno abituato a gestire in quanto la sua “specializzazione” è gestire conflitti all’esterno di sé e non interni come quelli di identità.

Oggi tali ruoli e i conseguenti stereotipi sono in buona misura superati ma non per tutti e non per tutti nella stessa misura. Coloro che non hanno fatto un lavoro di analisi cercando di riposizionarsi nel post-patriarcato sono più soggetti a elementi che lo mettono in discussione.

Il secondo elemento di riflessione è dato dalla constatazione che nella nostra società è necessario non tanto fare delle attività, quanto fare delle attività retribuite con denaro. Chi lavora ma non riceve un salario (come ad esempio una persona che accudisce i genitori anziani gratuitamente, per amore) non è socialmente considerato. Anche io per definirmi ho bisogno di dire quale lavoro retribuito faccio: trovo difficile dire “faccio il papà” oppure “faccio il volontario in ambito ambientale”.

Ritengo verosimile pensare che le persone che hanno deciso di togliersi la vita, oltre alle principali motivazioni di ordine prettamente economico (non ho i soldi sufficienti a pagare l’affitto e a mangiare) abbiamo anche pensato che non potevano farcela perché non avevano un lavoro retribuito, l’unico che ti assegna il ruolo con cui ti presenti in società.

Eppure, raramente da noi ma più frequentemente in altre società, si può ottenere di che vivere anche senza scambi monetari. Credo che questo sia un elemento critico su cui riflettere: la nostra dipendenza dal denaro anche quando non ne abbiamo bisogno perché confondiamo la soddisfazione dei nostri bisogni con l’acquisto di merci che ci dicono essere indispensabili per noi.

La difficoltà a gestire il proprio ruolo in assenza di un lavoro e la definizione di lavoro come quello che si vende e si compra nel mercato sono, a mio modo di vedere, concause dell’ansia e della disperazione di molti.

Marco

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MA E’ PROPRIO VERO CHE SIAMO USCITI DALLA CRISI MEGLIO DEGLI ALTRI?

Posted on marzo 6, 2010. Filed under: economia | Tag:, , |

Andamento del PIL nei principali paesi dell'euro.Si è fatto un gran parlare sui giornali della tenuta dimostrata dall’economia italiana durante la crisi del credito. Più esponenti del governo hanno ripetuto che ce la siamo cavata meglio degli altri Paesi europei, il che ci farebbe sperare in una ripresa rapida e duratura. Se dovessi giudicare dalle mie impressioni di italiano all’estero, direi che non è esattamente così: gli italiani con cui ho a che fare mi sembrano preoccupati per il futuro almeno tanto quanto gli inglesi, nonostante l’effetto devastante che il credit crunch ha avuto sulla vita economica di Londra. Così ho pensato di dare una rapida occhiata ai numeri.

Ho preso i dati dell’OCSE sulla contabilità nazionale e ho controllato il tasso di crescita trimestrale del PIL, il principale indicatore della salute dell’economia, delle cinque più grandi nazioni dell’Europa occidentale. La prima conclusione è che la crisi ha avuto un effetto molto simile sui cinque Paesi o, in altre parole, che i cicli economici sono molto allineati. Perfino il PIL della Gran Bretagna, che non fa parte dell’unione monetaria, ha avuto lo stesso andamento degli altri.

In secondo luogo, la Germania e la Francia sono emerse dalla recessione prima di tutti gli altri (nel secondo trimestre del 2009). L’Italia ha fatto molto bene nel terzo trimestre del 2009 ma per il resto non sembra spiccare come la nazione che se l’è cavata meglio di tutte. Anche in confronto a Gran Bretagna e Spagna, abbiamo fatto meglio nella fase di inizio della ripresa ma abbiamo sofferto di più (particolarmente rispetto agli spagnoli) nel punto più profondo della crisi. In conclusione, al massimo si può dire che non ne siamo usciti peggio degli altri ma niente di più.

Eppure il nostro sistema bancario sembra meno esposto degli altri ad una crisi generata inizialmente dall’esposizione a complessi prodotti strutturati, come spiega un articolo del Financial Times dell’anno scorso. Nessun altro settore bancario è così legato ai depositi dei piccoli risparmiatori come il nostro, come non si stancano di ripeterci gli ottimisti. Cosa ne pensano i mercati finanziari?

Gli investitori si fidano meno del governo italiano come debitore, rispetto a quasi tutti gli altri Paesi dell’euro. Infatti, secondo Bloomberg al momento attuale il Tesoro deve pagare un tasso di interesse intorno al 3.95% per farsi prestare soldi attraverso un’obbligazione (un BTP) per dieci anni. Alla Germania basta pagare un interesse del 3.16%. Poiché i titoli di stato si equivalgono (stessa scadenza e stessa valuta), la differenza viene di solito attribuita al diverso rischio di fallimento dei due emittenti. Per fare un paragone, la Grecia sull’orlo del tracollo è arrivata ad un tasso del 6.06%. Rispetto all’Italia, la Spagna è messa leggermente meglio (3.86%). E la Francia paga ancora poco più del governo tedesco sul debito del tesoro (3.44%).

In conclusione, se dovessimo guardare meramente ai numeri, la conclusione sarebbe che non siamo messi meglio degli altri. Anzi, a ben guardare c’è poco da stare allegri.

Giulianosq

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A LITTLE NUDGE

Posted on marzo 4, 2010. Filed under: Attualità e politica, Cultura, economia, Ricerca | Tag: |

La copertina del libro

Può un libro firmato da due economisti della nota scuola di Chicago essere chiaro, divertente e terribilmente attuale e parlare di politica e di Homer Simpson?

Se parliamo di NUDGE, la risposta è senza dubbio sì! Questo libro di Richard Thaler e Cass Sunstein accompagna il lettore in una rivisitazione dell’economia neoclassica alla luce degli studi sul comportamento umano nelle più classiche decisioni economiche, spiegandoci come l’uomo “economico” della teoria sia diverso da noi comuni “umani”. Scoprire perchè è facile mettere “”perdere 10 kili” nella lista dei buoni propositi di fine anno per poi non riuscire a dire no all’ennesimo cioccolatino, è solo una delle cose che tutti noi “Umani” abbiamo in comune!

Attraverso una serie di esempi anche molto buffi che coinvolgono spesso uno o entrambi gli autori (o anche Homer Simpson), vengono spiegate le più importanti scoperte di quella che viene chiamata “economia comportamentale“, dal metodo sperimentale (come si fanno gli esperimenti in economia e perchè possiamo credere che ci dicano qualcosa sulla realtà?), a tutte le evidenze che contraddicono la teoria e a modi (spesso divertenti) in cui possiamo aiutarci a raggiungere gli obiettivi che ci prefiggiamo.

Tornando all’esempio dei 10 kili da perdere, il meccanismo che gli autori suggeriscono è quello di cominciare la dieta insieme ad un amico, fissare obiettivi comuni e introdurre il seguente meccanismo di controllo: in un qualunque momento uno dei due può chiamare l’altro ad una sessione di pesatura e se il peso non è in linea con il programma… beh si paga una multa!

Personalmente mi interesso di studiare come il comportamento umano si discosti dalle previsioni dell’economia neoclassica, e come gli autori di questo libro, mi chiedo come utilizzare queste informazioni per costruire istituzioni migliori, capaci di aiutare e non schiacciare gli Umani nelle decisioni di tutti i giorni. Al di là del fatto che vi convinca o meno la loro idea di “paternalismo liberale” è indubbio che semplici “spintarelle” (nudges appunto) possano a volte indirizzare l’umano inesperto in percorsi di scelta più comprensibili e quindi a decisioni più ragionate (anche se con la razionalità “limitata” di un Umano). Lo spirito del paternalismo liberale è appunto aumentare la trasparenza delle scelte, non limitare il numero delle opzioni. Ad esempio nella scelta di un mutuo, produrre delle tabelle confrontabili che mostrano la rata futura in diversi scenari economici più o meno favorevoli consente a tutti di comprendere meglio termini e rischi della scelta che sta facendo.

A molti ( e spesso anche a me) la teoria economica sembra qualcosa di assurdamente complicato o troppo astratto per essere applicato nella vita di tutti i giorni. Gli ultimi vent’anni e un gruppo molto nutrito di economisti, psicologi e teorici delle decisioni ci hanno portato un nuovo modo di vedere l’economia, non in contrapposizione con il caso generale che elegantemente ancora rappresenta la teoria neoclassica, ma con un dettaglio diverso e più vicino alla nostra esperienza.

Capire come e perchè siamo influenzati dal contesto in cui prendiamo decisioni è molto importante per capire come gestire meglio tutti quei processi collettivi che affrontiamo ogni giorno, dalle scelte ambientali alla nostra visione di società e per una volta degli economisti ce lo spiegano facendoci anche sorridere!

-Caterina

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Incentivi auto e politiche industriali

Posted on marzo 1, 2010. Filed under: Attualità e politica, economia | Tag:, , , , |

Torno a parlare di auto. La volta scorsa la “partita” era tra Italia e Germania, oggi vorrei cambiare avversario: parliamo della Francia, dei nostri amatissimi cugini mangiarane. Detto con simpatia naturalmente.

Lo spunto viene da una notizia del 17 febbraio scorso. Come avrete sentito, il Ministro Scajola ha dichiarato ufficialmente in Parlamento che per quest’anno gli incentivi per l’acquisto di auto nuove non ci saranno. Di questa dichiarazione si è parlato lo stesso giorno nel corso della trasmissione radiofonica “Caterpillar” su Radio Rai 2. Ospiti telefonici una cittadina italofrancese “corrispondente di Caterpillar” e il Direttore di Quattroruote Mauro Tedeschini. Nel dibattito si accennava al regime degli incentivi vigente in Francia.

Ora direte: “il solito disfattista! Eccolo con l’erba del vicino che è sempre più verde, e con l’Italia che è uno schifo, e bla bla…”. Che volete che vi dica? Non posso farci niente: ancora una volta, ascoltando ciò che succede all’estero, non solo provo un senso di rabbia e – diciamolo pure – di invidia, ma mi domando perché abbiamo una classe politica tanto inetta da non essere nemmeno in grado di copiare le buone cose che si fanno al di là delle Alpi. Basterebbe così poco! Giudicate voi.

Intanto permettetemi una prima considerazione. Trovo sconcertante che un Ministro se ne esca con questa dichiarazione, dopo che il 27 gennaio (20 giorni prima appena) aveva dichiarato: “…noi intenderemo dare incentivi di minore entità per un periodo più breve, in modo che si arrivi ad esaurire il percorso degli incentivi”. Capirete che due dichiarazioni così discordanti anche se vicine nel tempo, e apparentemente innocue, creano invece quantomeno un po’ di scompiglio sia tra le case automobilistiche, sia tra i consumatori, con effetti che possono essere anche rilevanti sull’economia del paese.

Vabbè, ringraziamo il Ministro e veniamo al punto. Il Direttore di Quattroruote alla radio sosteneva che in pratica in Italia la questione “incentivi si – incentivi no” non è nient’altro che una bega tra il Governo e il più grande gruppo industriale del nostro paese. Il problema di fondo, secondo lui, era che mentre in Italia gli incentivi li pagano tutti i contribuenti ma sono studiati per servire alle imprese, in Francia (e nel resto del Mondo) gli incentivi sono pensati innanzitutto come una misura per aiutare i consumatori. Per cui è evidente, e a questo punto normale, che la Fiat e Marchionne abbiano preso la questione degli incentivi come un fatto personale. Abbiamo sentito negli ultimi giorni che l’Amministratore della Fiat, a chi gli rinfacciava il fatto che la sua azienda è sopravvissuta per decenni grazie a finanziamenti pubblici sotto varie forme, ha risposto facendo addirittura l’offeso. Ha detto in sostanza: “ah si? La Fiat sarebbe stata sempre foraggiata dallo Stato? Bene, d’ora in poi possiamo fare a meno dei vostri spiccioli sotto forma di incentivi…” Intanto vedremo come “possono fare a meno”, tanto eventualmente ne farà le spese qualche migliaio di operai e non certo Marchionne (vedi la vicenda Termini Imerese e la recente cassa integrazione per tutti gli stabilimenti). Ma il vero fatto che emerge, a prescindere che sia vero o no che la Fiat abbia vissuto finora di elargizioni statali, è la conferma di quanto dice Tedeschini: in Italia gli incentivi auto sono pensati per servire alle imprese, non ai consumatori. Beninteso: è chiaro che alla fine se ne avvantaggia anche il consumatore (e ci mancherebbe!), ivi compreso il sottoscritto (menomale che ho comprato l’anno scorso!), ma sto facendo un discorso più ampio su qual è il pensiero che sta dietro ad una misura di politica economica.

Insomma, mentre alla radio si diceva questa cosa tanto ovvia, ho pensato che siamo talmente abituati a questo modo di fare politica industriale, che non ci meravigliamo neanche più… Quindi già mi stavo “alterando” un poco, quando è arrivato il colpo di grazia dalla corrispondente francese (se non ricordo male tale sig.ra Marcelinò). Questa signora ha raccontato – notizia confermata da Tedeschini – che in Francia non ci sono incentivi per l’acquisto delle auto, ma una specie di “bonus malus”. Funziona così. Se si compra un auto utilitaria con bassissime emissioni, magari ibrida, si ha diritto ad un incentivo sotto forma di sconto sull’acquisto. Man mano che le emissioni e l’impatto inquinante del modello aumentano, diminuiscono gli sconti, e a partire da un certo valore c’è al contrario una sovrattassa, che aumenta proporzionalmente fino ad arrivare a cospicue somme per l’acquisto ad esempio di un SUV. Per chi come me è rimasto allibito, vorrei girare il coltello nella piaga riassumendo brevemente i vantaggi del sistema. a) è un sistema evidentemente a favore del consumatore (cosciente); b) è un sistema equo: toglie ai ricchi (e agli inquinatori) per dare ai poveri (e a coloro che stanno attenti all’ambiente); c) alla fine è effettivamente un incentivo anche per le case automobilistiche, ma solo per spingerle a produrre auto meno inquinanti (quindi a investire in ricerca, quindi ad assumere cervelli, quindi…); d) è in definitiva una misura di politica economica, ma anche ambientale… allora si può fare!; e) non ultimo: è un sistema che si autofinanzia! Meraviglia! si può replicarlo all’infinito e non c’è bisogno di salassi in finanziaria ogni anno!

Scusate, signori politici e governanti italiani… sì, sì, dico anche a voi del PD: ma un giretto in Francia, no? E mi raccomando: che sia a spese vostre, non sia mai vi venga in mente di pasteggiare a ostriche e Champagne. Anzi, passando, fate una tappa anche a Lourdes che potrebbe venirvi utile…

Alvise

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CERVELLI…IN TRASFERTA!

Posted on febbraio 15, 2010. Filed under: economia, Giovani, lavoro, Ricerca, Uncategorized | Tag:, |

Senza dubbio la questione dei “cervelli in fuga” non poteva essere tralasciata da questo blog, che oltre ad avere due di questi cervelli (Silvia -ex collaboratrice e Giuliano-attuale autore) nella squadra di lavoro, ha da qualche tempo una forma ibrida di tale migrazione: un cervello in trasferta! Infatti, da poche settimane mi sono trasferita all’Università di Nottingham per un semestre all’estero per il mio dottorato. Oggi, oltre a suggerirvi la lettura delle mirabilanti avventure mie e dei miei altri colleghi in trasferta, vorrei cercare di usare l’esperienza personale per stimolare la riflessione sul perchè di queste fughe cerebrali.

L’Università di Nottingham sorge all’interno di un grande campus immerso nel verde, subito fuori dai confini della città di Nottingham. La School of

Welcome to the School of Economics!

economics contiene uno dei più importanti centri di economia comportamentale e sperimentale d’Europa, che è anche la ragione per cui mi trovo qui per questo semestre. Come ci si aspetta dal mondo anglosassone, è tutto super organizzato e per venire qui  come studente in visita si segue una formale procedura di accettazione (con tanto di lettere di raccomandazione). Al mio arrivo mi è stata assegnata una scrivania con computer in una stanza con altri studenti e  assicurato l’accesso a tutti i servizi (stampa, sala ristoro ecc).

Durante il semestre seguirò dei corsi, i cui materiali sono inseriti e aggiornati online su un server specifico dove i professori caricano homeworks, letture ecc. Fin qui nulla di nuovo, più o meno questi sono i servizi che tutte le università (almeno la mia) offrono ai dottorandi.

La cosa che più mi ha colpito da quando sono qui è la gentilezza e l’apertura dei professori del Centro, che mi hanno accolta con simpatia e dimostrando fin da subito la massima disponibilità. Abituata al rigore del darsi del lei, essere ricevuta dal direttore del Centro e accolta da tutto lo staff come una risorsa mi è sembrata una cosa meravigliosa!

Non so se per il clima (sempre uggioso con piogga intermittente), per cultura o per indole delle persone che lavorano in questo posto, ma l’ambiente di lavoro è quanto mai stimolante (non c’è niente di più stimolante del vedere interesse intorno a sè,  verso il lavoro di tutti, dottorandi e staff) e c’è un’atmosfera davvero collaborativa da parte di tutti.

Da bravo “cervello in trasferta” me ne tornerò a Venezia a giugno portando a casa anche la convinzione che la cultura del merito può produrre un ambiente molto umano in cui è bello lavorare, con ritmi  normali (qui non c’è nessuno dopo le 6 di sera) e tanto spirito d’accoglienza.

Ne ho parlato anche con i miei colleghi inglesi (la cui borsa di studio è pagata dal governo che di fatto li paga solo se restano a studiare nel paese) e grazie alla loro prospettiva ho capito che il diverso sistema che regola il lavoro all’interno dell’università (tenure accademica) consente di incentivare i professori a coltivare i giovani di talento e a spronarli e promuoverli. Infatti, una volta ottenuta la tenure un professore è legato all’istituto per cui lavora non solo attraverso benefici finanziari e di servizi ma anche ragioni “identitarie”, per cui il bene dell’Università diventa anche il suo.

Non so bene come ci riescano, ma quello che ho visto finora mi fa pensare che sia possibile. E’ evidente che esistono anche delle ragioni economiche per cui i nostri cervelli fuggono, ma risolvere queste problematiche secondo me richiede anche cambiare prospettiva mentale.

C'è anche tanta natura!

E a me questa prospettiva inglese per ora sembra un buono spunto di riflessione.

-Caterina

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A SPESE NOSTRE

Posted on gennaio 10, 2010. Filed under: economia, Giovani | Tag:, , , |

A volte mi capita di essere arrabbiato per la situazione economica attuale, ma non per la mancanza di denaro o di beni, quanto per la mancanza di prospettive, di opportunità che diano senso alla nostra vita. Oggi vorrei prendermela con l’irresponsabilità dei nostri padri:

lo stato italiano per far fronte alle spese necessarie al suo funzionamento e ai servizi per la popolazione spende dei soldi. A volte però ne spende più di quelli che incassa dalle tasse.

Il 31 dicembre del 2008  il debito pubblico italiano era pari a 1.663.650 milioni di euro e il Prodotto Interno Lordo era 1.572.243 milioni di euro. Significa che il debito accumulato dallo stato negli anni era quasi il 106% di ciò che si produce in Italia in un anno. La spesa per interessi per quel debito  supera gli 80 miliardi, ovvero il 5,1% del Prodotto interno lordo.

DebitoPubblicoTrend_ita

Trend del debito pubblico italiano negli ultimi anni

Gli economisti ci spiegano che è più corretto rapportare il debito pubblico al PIL piuttosto che considerarlo come cifra assoluta perché lo spendere poco o molto va valutato in relazione alla ricchezza che si possiede.

Negli anni ’60, ’70 e inizio ’80 la spesa pubblica italiana è stata alta ed è servita ad ampliare il welfare state ma il rapporto tra debito pubblico e PIL non aveva raggiunto le proporzioni di oggi a causa del boom economico prima e dell’alta inflazione dopo.

La politica economica della generazione dei nostri padri, quella degli anni ’80 e ’90, per capirci, non ha voluto affrontare con coscienza il problema della creazione di debito, cosicché l’Italia è riuscita a raggiungere il ragguardevole rapprorto debito/PIl del 124% nel 1994. Durante i due governi guidati da Bettino Craxi (1983 87) il debito del settore pubblico e’ praticamente raddoppiato passando da 456.031 miliardi di lire a 910.542 miliardi con un tasso d’ incremento del 99,6%.

L’adesione all’Unione Monetaria Europea ci ha poi costretto a smettere di fare gli spendaccioni e quindi abbiamo cessato di creare nuovo debito, ma siamo riusciti ad erodere solo parzialmente  il vecchio.

Oggi ci troviamo a dover fare i bravi. L’Unione europea e la coscienza collettiva ci inducono alla responsabilità: non possiamo spendere molto per non indebitare ulteriormente lo stato; dobbiamo diminuire le pensioni previste perché non possiamo abusare dei denari che servono a mantenere in piedi il nostro sistema pensionistico. Il risultato è che noi che abbiamo 20, 30 o 40 anni nel 2010 siamo becchi e bastonati: tanto responsabili da pagare i debiti dei padri quanto da non lasciarne ai figli!

Ma non si può fare una legge che dice che il debito pubblico lo paga solo chi aveva più di 18 anni quando è stato creato? Perché chi è giovane oggi si deve inserire in un’economia che non è in grado di dargli un posto di lavoro decente, non può mettere da parte quattro soldi per la pensione  e si trova governato dal figlio di Craxi? Ma vi sembra modo? Non c’è niente che possiamo fare?

Accetto consigli…

Marco

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MISSIONI DI PACE?

Posted on ottobre 13, 2009. Filed under: Ambiente, Attualità e politica, economia, Pace, Politica | Tag: |

Missioni di pace?
da qualche tempo volevo affrontare sul blog il tema delle “missioni di pace”, ma non riesco ad affrontare questo argomento in modo sintetico.
Quando l’uso della forza è legittimo?
Penso che rispondere con un mai! sia legittimo solo a livello personale.
Talvolta in presenza di taluni presupposti è inevitabile, il problema è che spesso proprio la responsabilità originaria di quei presupposti deve ascriversi a chi si sente legittimato a reagire (penso ovviamente alle politiche colonialistiche ed energetiche poste in essere da uno Stato in un determinato momento storico ed alle ricadute che hanno sulle generazioni successive rendendo l’uso della forza solo apparentemente difensivo pur in presenza di presupposti astrattamente legittimanti)
L’amministrazione Obama, sia pur ancora a livello prevalentemente simbolico, sembra stia avviando un’opera di riequilibrio che l’Unione Europea e gli Stati che la compongono dovrebbe fare maggiormente propria adottando concrete politiche di lungo periodo che tengano maggiormente in considerazione la necessità da parte dell’Occidente di dover saldare ancora qualche “debito” anziché assumere atteggiamenti da guardiano della civiltà.
Val la pena di ricordare sempre le parole di Brecht
“Avevo un fratello aviatore.
Un giorno, la cartolina.
Fece i bagagli, e via,
lungo la rotta del sud.

Mio fratello è un conquistatore.
Il popolo nostro ha bisogno
di spazio; e prendersi terre su terre,
da noi, è un vecchio sogno.

E lo spazio che s’è conquistato
è sui monti del Guadarrama.
E’ di lunghezza un metro e ottanta,
uno e cinquanta di profondità.”
“Mio fratello aviatore”

Tommaso

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IL COSTO DEI CELLULARI

Posted on settembre 26, 2009. Filed under: Ambiente, economia | Tag:, , , |

Una volta, qualche anno fa, ho comprato un cellulare. Non era il primo che avevo e ne ho avuti anche dopo che quello si è rotto. Il primo me lo ha regalato (o venduto?) mio fratello circa 10 anni fa. Poi negli anni, a parte quella volta che l’ho comprato, ho sostituito i telefoni ai quali non funzionava più la batteria o alcuni tasti, o si spegnevano in corsa, con altri telefoni che altre persone mi regalavano. All’inizio fu un caso, ma poi pensai che fosse giusto così: nella nostra società il cellulare è uno status symbol e molti acquistano l’ultimo modello senza che quello che già possiedono sia fuori uso. A volte lo fanno per le nuove funzionalità che offre, ma di sicuro ci sono più cellulari che persone in Italia. Basta leggere questo articolo per capire come non solo hanno un telefono anche i cani, ma questo fatto è ritenuto positivo dagli economisti.

Un telefono cellulare

Un telefono cellulare

In queste condizioni, ho pensato, non dovrebbe essere difficile ottenere un telefono vecchio ma funzionante gratis da amici e conoscenti. Basta spargere la voce e qualcuno è sempre disposto a darti il suo vecchio. I vantaggi di questo modo di fare sono che si riutilizzano gli apparecchi usati, quindi si diminuiscono i rifiuti in discarica, e onoltre  si fa funzionare un’economia senza denaro, che pure non guasta. Se avessi un figlio farei di tutto per spiegargli che i soldi non comprano tutto e che molte cose (materiali o meno) si possono ottenere grazie alle buone relazioni tra le persone.

Qualche giorno fa ho ricevuto dal mio amico Patrizio questo articolo sul coltan, un minerale necessario per la produzione dei nostri telefoni cellulari che ci racconta come per poterlo ottenere e controllare, bande di guerriglieri scateninano guerre sanguionose. Così come per tutte le altre risorse scarse, anche in questo caso l’ingordigia dell’uomo può uccidere.

Insomma la parola d’ordine per me è sempre la stessa: sobrietà.

L’articolo sul coltan, puurtroppo, l’ho ricevuto dopo il 21 settembre, giorno del mio compleanno e giorno in cui mia moglie ha deciso che non poteva più vedermi con questi telefoni vecchi che non si riesce neanche a leggere un messaggio e me ne ha regalato uno nuovo.

Marco

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