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CONFERENZA DECRESCITA – L’ESPERIENZA DI UN VOLONTARIO

Posted on settembre 28, 2012. Filed under: Ambiente, Pace, Politica, Uncategorized | Tag:, |

Accidenti che fatica! Tra il 19 e il 23 settembre ho dato una mano come volontario alla terza conferenza internazionale sulla decrescita che si è svolta a Venezia, presso la sede dell’ex cotonificio dello IUAV

Dico subito che la conferenza è stata un successo: circa 700 partecipanti da una cinquantina di paesi del mondo hanno discusso sia in piccoli gruppi (workshop), sia in sedute plenarie, di molti argomenti collegati al tema della decrescita.

Grazie all’aiuto di traduttori e facilitatori, persone di differenti culture ed esperienze hanno potuto dibattere e costruire assieme progetti per portare avanti l’idea che il nostro stare assieme come persone e popoli del mondo non può basarsi sulla crescita economica e la massimizzazione del profitto, ma che sia necessario mettere al centro delle nostre vite i diritti delle persone, la difesa dell’ecosistema, la partecipazione alla costruzione della società attraverso il lavoro.

Purtroppo, non ho potuto seguire molto i lavori perché, in quanto volontario, avevo anche io le mie mansioni, eh!

Giovedì 20 mi sono occupato di una rassegna cinematografica: prima abbiamo visto un bel documentario sul cotone indiano e su come le sementi geneticamente modificate stiano impoverendo i contadini ed il terreno, poi altri documentari sull’estrazione di petrolio in sudamerica, sulle società matriarcali, sulla scienza non come osservazione ma come partecipazione al tutto che è la terra e altro.

Il tempo è stato Image0552amico e i momenti del pranzo che si svolgeva all’aperto erano proprio un bel colpo d’occhio.

Molti volontari si dovevano occupare dell’accoglienza dei partecipanti e di dar loro le informazioni necessarie e sono stati arruolati anche una decina di giovani che svolgevano il servizio civile internazionale, così avevamo proprio un bel desk multiculturale 😉

Io mi sono occupato di vendere, pardon, di regalare a fronte di offerta, le magliette della conferenza e della gestione dei rifiuti. Su questo fronte vorrei raccontarvi che ai partecipanti era stato chiesto di portarsi piatti, posate e bicchiere da casa, ma che solo una piccola parte di loro lo ha fatto. Tuttavia il fatto che si distribuisse acqua in caraffa e vino dai cartoni, oltre che piatti, posate e bicchieri lavabili in lavastoviglie, ha consentito che si producessero pochi rifiuti. Rigorosamente differenziati. Alla fine tra tutta la carta usata nelle varie attività di 5 giorni e i pasti di 3 giorni (600 persone alla volta) abbiamo raccolto meno di una decina di bidoni della spazzatura, che non è spazzatura ma materiali che si ricicleranno.

E’ stato anche bello essere fianco a fianco con i big della decrescita Serge Latouche col suo bastone, Alex Zanotelli forte più che mai, Luca Mercalli che sembrava un piccoletto fuori moda. Rob Hopkins, mi dicono che sia gentilissimo, il prof. Tamino si è portato il bicchiere da casa, ho fatto da interprete alla regista Helena Norberg-Hodge e ho rivisto Maurizio Pallante.

Inoltre era possiVolontariRifiutibile ospitare alcuni partecipanti alla conferenza, per favorire la creazione di relazioni (sempre non commerciali) tra noi “locali” e coloro che venivano da fuori. La mia famiglia ne ha ospitati tre: Antonio, operaio in cassa integrazione dello stabilimento FIAT di Pomigliano e dirigente sindacale ci ha raccontato del dramma della perdita del lavoro con tre figli a carico; Marco, ricercatore all’Università di Milano, assieme alle spezie dall’Uzbekistan, ci ha portato le sue tesi su decrescita e partecipazione dei cittadini; Agelos giovane greco inquieto e generoso ci ha detto che era qui perché la sua felicità non era completa se non la poteva diffondere a tutti (!!!).

Ovviamente tutto questo è stato possibile grazie alla collaborazione di mia moglie che ha tenuto il nostro bambino in questi giorni e ha garantito che agli ospiti non mancasse niente a casa.

Per concludere direi che la cosa più importante di questo evento è stata la possibilità di creare relazioni tra persone e tra movimenti. L’auspicio è quindi che queste relazioni permangano e si rafforzino in modo da rendere sempre più efficace la promozione di un mondo più giusto.

Marco

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CI SONO COSE CHE NON SI POSSONO COMPRARE…

Posted on aprile 14, 2010. Filed under: Attualità e politica, Cultura, Giustizia, Pace, Politica, Uncategorized | Tag: |

Ho davvero poco da aggiungere alla lettera anonima del cittadino di Adro che ha pagato i debiti di alcune famiglie che in questi mesi erano rimaste indietro con i pagamenti della mensa scolastica dei loro figli e si e’ offerto di continuare a farlo fino a fine anno. Di fronte alla possibilita’ che il comune sospendesse il servizio a quei bambini (per la serie ” a scuola senza pranzo!”) una voce si e’ levata, e continua giustamente a difendere il suo anonimato.

La lettera la trovate qui se ancora non l’avete letta e vorrei solo sottolinearne  una parte che mi ha fatto molto riflettere. Il cittadino di Adro si chiede perche’ invece di ergersi contro i morosi, i cittadini della citta’ non si chiedano come l’amministrazione spenda i soldi delle sue casse per non poter nemmeno pagare una mensa scolastica.

Non e’ una questione di colori politici, ma di visione allargata o ristretta che abbiamo della societa’: le persone non sono solo contribuenti, i bambini non sono solo fruitori di un servizio, la tutela di un dovere (pagare la retta) non puo’ essere l’unico obiettivo. Come il cittadino di Adro immagino ci possano essere dei “furbetti” tra quelle famiglie come in tantissime altre circostanze, ma perche’ difendere a dispetto di tutti l’obbligo di pagare le rette e non la nostra capacita’ di dire no ai gesti che non hanno senso (perche’ puniscono chi non ha colpa) ?

Come dici bene, anonimo cittadino ci sono cose che non si possono comprare, ma per cui vale bene darsi da fare, come si puo’.

Neanche io ci sto!

-Caterina

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Anziani in gambissima!

Posted on febbraio 26, 2010. Filed under: Uncategorized | Tag:, , , |

L’esclusione sociale è un fenomeno complesso che può essere osservato da più prospettive: la famiglia, il lavoro, la cittadinanza, la condizione fisica… e molteplici sono le categorie di persone potenzialmente vittime: giovani, disabili, immigrati, lavoratori… Ma c’è un segmento particolarmente fragile, quello degli anziani. Non solo l’anziano solo e malato, per il quale si cerca di attivare strumenti di assistenza (largamente insufficienti, comunque), ma anche l’anziano vitale e autosufficiente, ancora potenzialmente in grado di mantenere una partecipazione attiva nella società.

Règis Debray, intellettuale francese, ha scritto con tono molto provocatorio un libro che rende l’esatta immagine di come viene concepita l’età anziana nella società attuale (Debray R., 2004, Le plan vermeil. Modeste proposition, Editions Gallimard, Paris – testo italiano: Fare a meno dei vecchi. Una proposta indecente, Marsilio Editori, Venezia, 2005). Secondo Debray, «la nostra è la prima società all’interno della quale un bambino di sei anni è meglio attrezzato per affrontare la vita di quanto non lo sia un uomo di sessanta […], la prima epoca in cui bisogna sempre essere giovani. Pensate agli spot pubblicitari: le persone anziane vi sono ammesse solo a condizione di recitare la parte del giovincello». Debray si riferisce alla società francese ma in Italia l’immagine dell’anziano che passa dai media non è diversa: la nonna deve sgranocchiare la mela e vincere il set di tennis e il nonno deve saltare la palizzata.

La dissonanza tra questa immagine dell’anziano che cerca in ogni modo di contrastare l’invecchiamento, e la composizione del nostro sistema di welfare è evidente su almeno due livelli: un primo livello legato alla realtà biologica delle persone e alla possibilità di accesso a strutture e forme di assistenza socio-sanitaria pubbliche; un secondo legato, invece, alla effettiva possibilità di soddisfare il bisogno di socialità e di relazione, al miglioramento della qualità della vita. Infatti, se da un lato è vero che l’anziano è cambiato negli anni, e con lui sono cambiati i bisogni, le aspettative e i desideri, dall’altro è pur vero che questa sua nuova immagine aumenta la fragilità e l’esclusione sociale delle fasce di popolazione anziana con meno indipendenza economica e/o fisica. Basta entrare in una casa di riposo per anziani per accorgersi di quanto questo sia un problema presente e rilevante. Le “formule” di ospitalità dipendono prevalentemente dalla condizione fisica dell’anziano.

A mio avviso, però, questa formula non attribuisce la giusta importanza alla dimensione della socialità, perché penalizza sia gli anziani autosufficienti (che spesso non lo sono in maniera sufficiente da permettergli di coltivare rapporti sociali, di recarsi ad incontri o semplicemente di passeggiare in compagnia), sia i non autosufficienti (chiunque sia stato almeno una volta dentro una casa di riposo non ha bisogno di alcuna spiegazione). Il pensiero che non riesco a non fare è che per la società molto più semplice convincersi (e convincere) che l’anziano è forte, attivo, autosufficiente, che progettare politiche e gestire strutture che siano davvero in grado di sostenerlo sia dal punto di vista sanitario, sia dal punto di vista della socialità e della partecipazione.

Ilaria

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UN ATTACCO DI GIUSTIZIALISMO? Prima parte

Posted on febbraio 19, 2010. Filed under: Attualità e politica, etica, Giustizia, Inchieste, Politica, Uncategorized | Tag: |

Gli episodi corruttivi emersi negli ultimi giorni (e le difese abbozzate da alcuni leader: “questa volta chi ruba non lo fa per il partito ma per sé stesso” così più o meno il pensiero del Presidente Fini) ripropongono una questione emersa nell’immediato post tangentopoli: la responsabilità dei partiti per i fatti illeciti commessi dai propri membri.
La questione, da giovane studente di giurisprudenza, mi aveva appassionato per le implicazioni di natura costituzionale.
La passione però col tempo tende a spegnersi, soprattutto se sul fuoco si lanciano secchiate d’acqua.
Nel 2001 con l’approvazione della legge in materia di responsabilità (para)penale degli enti il mio interesse era sto risvegliato dalla circostanza che la normativa (di derivazione europea e che ha introdotto nel nostro ordinamento una forma di responsabilità penale che molti credevano contraria ai principi fondamentali della nostra Carta) avesse espressamente escluso la responsabilità di soggetti pubblici e partiti politici.
Mentre per i primi (stato, regioni, comuni etc) esiste una spiegazione razionale, il salvacondotto rilasciato ai secondi (che sono pur sempre dal punto di vista del diritto privato associazioni non riconosciute) mi lasciava e lascia piuttosto perplesso.
In pratica mentre una società, una fondazione, una qualsiasi associazione (diversa dai partiti) possono essere condannati se al proprio interno vengono commessi alcuni tipi di reato (dalla corruzione agli infortuni sul lavoro) salvo che i vertici delle medesime abbiano dimostrato di aver adottato modelli organizzativi idonei alla prevenzione del rischio reato, il Partito è esente da qualsiasi coinvolgimento nei processi penali che riguardano i propri membri (e non solo quando esercitano le proprie prerogative costituzionali ma anche quando agiscono iure privatorum e, ad esempio, non rispettano la normativa in materia di sicurezza sul lavoro)
Ho pensato quindi di ripercorre l’iter legislativo degli ultimi vent’anni e poi di fare alcune valutazioni complessive.
Comincio proponendovi uno spezzone di relazione parlamentare
RELAZIONE – N. 725 – 4339-A Onorevoli Colleghi! – Il testo in esame è il risultato di un lungo percorso di elaborazione che è partito da proposte di legge nate sull’onda emotiva della necessità di dare una risposta immediata al fenomeno di “tangentopoli” che ha devastato il sistema politico ed evidenziato l’intreccio affaristico tra pubblica amministrazione, politica ed economia. Non a caso la proposta di legge da cui è partita la discussione (AC 725 Martinat ed altri) recava come titolo “Norme per lo scioglimento e la confisca dei beni dei partiti politici a seguito di condanne penali dei loro segretari nazionali politici o amministrativi”. Questa proposta era in realtà viziata da rilevanti profili di incostituzionalità e, nella previsione dello scioglimento dei partiti in caso di reati contro la pubblica amministrazione, faceva carico ad un soggetto che si configura ancora come associazione privata di una responsabilità oggettiva in campo penale, sconosciuta nel nostro ordinamento generale. La discussione, pur salvaguardando il principio di individuare una responsabilità del partito e del movimento politico qualora propri titolari di cariche elettive avessero commesso reati contro la pubblica amministrazione, ha proceduto alla riarticolazione del testo, cercando di coniugare la trasparenza e la responsabilità dei partiti con i princìpi generali del nostro ordinamento senza incorrere in posizioni estranee e demagogiche di scarsa efficacia concreta.
L’articolo 1 introduce il concetto di responsabilità in solido, da accertare in sede civile, del partito politico per eventuali danni patrimoniali alla pubblica amministrazione, conseguenti alla commissione da parte di un titolare di carica elettiva di uno dei due delitti di cui al capo I del titolo II del libro II del codice penale. Al comma 2 dell’articolo 1 viene ovviamente prevista la possibilità per il partito o movimento politico della prova liberatoria, cioè della dimostrazione di non aver potuto evitare il fatto illecito compiuto dal proprio titolare di carica elettiva. Il principio di responsabilità solidale viene a queste norme direttamente collegato nella quantità, e di conseguenza limitato al contributo che il singolo partito riceve ai sensi della legge 2 gennaio 1997 n. 2.
L’articolo 2 prevede un’estensione dell’articolo 1 qualora i reati in esso previsti siano stati consumati, per il finanziamento dell’attività politica dei partiti, da chi al momento del fatto delittuoso non ricopriva cariche elettive.
Nell’articolo 3 viene affrontato il problema del finanziamento ai partiti al di fuori di quello previsto dalla legge n. 2 del 1997. Nel comma 1 viene fatto divieto assoluto agli organi della pubblica amministrazione, agli enti pubblici, alle società con partecipazione di capitale pubblico pari o superiore al 10 per cento e alle società controllata da queste ultime, di erogare contributi sono qualsiasi forma a partiti o movimenti politici e alle loro articolazioni. Chiunque corrisponde o riceve questi contributi è punito con la reclusione da uno a cinque anni, con la multa fino a cinque volte l’ammontare della somma erogata, nonché con l’interdizione dai pubblici uffici. Nel comma 2 dell’articolo 3 è stabilito che il divieto di cui al comma 1 si applichi anche alle società di persone o di capitali che elargiscano contributi a partiti o movimenti senza che gli stessi siano deliberati dall’organo sociale competente e quindi regolarmente iscritti in bilancio. Viene fatto obbligo anche a coloro che ricevono i contributi di accertarsi, richiedendo la relativa certificazione, delle corrispondenti deliberazioni della società. La pena prevista in questo caso è la reclusione da sei mesi a quattro anni e la conseguente interdizione dai pubblici uffici.
Nell’articolo 4 viene regolamentata la responsabilità del partito e del movimento politico che intenzionalmente omettono di dichiarare o dichiarano in misura mendace di avere ricevuto contributi o elargizioni da società con regolare delibera e iscrizione in bilancio, o da privati. In questo caso la sanzione prevista è del pagamento di una somma pari a cinque volte l’ammontare percepito, nonché l’interdizione dai pubblici uffici da uno a tre anni. Le dichiarazioni non sono richieste quando i contributi siano di valore inferiore a lire 10 milioni, da calcolare nell’ambito dello stesso anno. Il comma 2 del medesimo articolo richiama la forma in cui devono essere fatte le dichiarazioni di cui al comma 1, facendo riferimento all’articolo 8 della legge n. 2 del 1997. Al comma 3 vengono abrogate le norme dell’articolo 7 della legge n. 195 del 1974, e dell’articolo 14, commi dal primo al sesto, della legge 18 novembre 1981, n. 659.
L’articolo 5 prevede che qualora con sentenza passata in giudicato sia stato accertato il finanziamento illecito al partito, come previsto dagli articoli precedenti, l’importo del contributo volontario destinato al partito ai sensi della legge n. 2 del 1997 sia decurtato di una somma pari al doppio di quella illegittimamente percepita.
L’articolo 6 prevede che le sentenze di condanna siano trasmesse al ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica per gli adempimenti relativi alla eventuale decurtazione del finanziamento ai partiti.
Per far fronte alla preoccupazione relativa ad una possibile incidenza degli articoli 3 e 4 sui procedimenti penali in corso, dove è contestato il reato di finanziamento illecito ai partiti ai sensi dell’articolo 7 della legge n. 195 del 1974, è stata approvata dalla Commissione anche una norma transitoria che stabilisce che la nuova legge va applicata solo per i fatti successivi alla sua entrata in vigore.
Questa deroga ai princìpi generali del diritto penale, che invece afferma il principio del favor rei ha trovato già un suo autorevole precedente nelle disposizioni della legge n. 4 del 1929 (articolo 20), confermata dalla Corte costituzionale che in diverse sentenze ha stabilito che il principio del favor rei non gode di copertura costituzionale, ma solo di legge ordinaria quale il codice penale.
La Commissione ha anche tenuto conto, approvando alcuni emendamenti in questo senso, delle osservazioni contenute nel parere favorevole espresso dal Comitato per la legislazione.” CENTO, Relatore.
Com’è andata a finire?
Fine della prima parte.
Tommaso

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CERVELLI…IN TRASFERTA!

Posted on febbraio 15, 2010. Filed under: economia, Giovani, lavoro, Ricerca, Uncategorized | Tag:, |

Senza dubbio la questione dei “cervelli in fuga” non poteva essere tralasciata da questo blog, che oltre ad avere due di questi cervelli (Silvia -ex collaboratrice e Giuliano-attuale autore) nella squadra di lavoro, ha da qualche tempo una forma ibrida di tale migrazione: un cervello in trasferta! Infatti, da poche settimane mi sono trasferita all’Università di Nottingham per un semestre all’estero per il mio dottorato. Oggi, oltre a suggerirvi la lettura delle mirabilanti avventure mie e dei miei altri colleghi in trasferta, vorrei cercare di usare l’esperienza personale per stimolare la riflessione sul perchè di queste fughe cerebrali.

L’Università di Nottingham sorge all’interno di un grande campus immerso nel verde, subito fuori dai confini della città di Nottingham. La School of

Welcome to the School of Economics!

economics contiene uno dei più importanti centri di economia comportamentale e sperimentale d’Europa, che è anche la ragione per cui mi trovo qui per questo semestre. Come ci si aspetta dal mondo anglosassone, è tutto super organizzato e per venire qui  come studente in visita si segue una formale procedura di accettazione (con tanto di lettere di raccomandazione). Al mio arrivo mi è stata assegnata una scrivania con computer in una stanza con altri studenti e  assicurato l’accesso a tutti i servizi (stampa, sala ristoro ecc).

Durante il semestre seguirò dei corsi, i cui materiali sono inseriti e aggiornati online su un server specifico dove i professori caricano homeworks, letture ecc. Fin qui nulla di nuovo, più o meno questi sono i servizi che tutte le università (almeno la mia) offrono ai dottorandi.

La cosa che più mi ha colpito da quando sono qui è la gentilezza e l’apertura dei professori del Centro, che mi hanno accolta con simpatia e dimostrando fin da subito la massima disponibilità. Abituata al rigore del darsi del lei, essere ricevuta dal direttore del Centro e accolta da tutto lo staff come una risorsa mi è sembrata una cosa meravigliosa!

Non so se per il clima (sempre uggioso con piogga intermittente), per cultura o per indole delle persone che lavorano in questo posto, ma l’ambiente di lavoro è quanto mai stimolante (non c’è niente di più stimolante del vedere interesse intorno a sè,  verso il lavoro di tutti, dottorandi e staff) e c’è un’atmosfera davvero collaborativa da parte di tutti.

Da bravo “cervello in trasferta” me ne tornerò a Venezia a giugno portando a casa anche la convinzione che la cultura del merito può produrre un ambiente molto umano in cui è bello lavorare, con ritmi  normali (qui non c’è nessuno dopo le 6 di sera) e tanto spirito d’accoglienza.

Ne ho parlato anche con i miei colleghi inglesi (la cui borsa di studio è pagata dal governo che di fatto li paga solo se restano a studiare nel paese) e grazie alla loro prospettiva ho capito che il diverso sistema che regola il lavoro all’interno dell’università (tenure accademica) consente di incentivare i professori a coltivare i giovani di talento e a spronarli e promuoverli. Infatti, una volta ottenuta la tenure un professore è legato all’istituto per cui lavora non solo attraverso benefici finanziari e di servizi ma anche ragioni “identitarie”, per cui il bene dell’Università diventa anche il suo.

Non so bene come ci riescano, ma quello che ho visto finora mi fa pensare che sia possibile. E’ evidente che esistono anche delle ragioni economiche per cui i nostri cervelli fuggono, ma risolvere queste problematiche secondo me richiede anche cambiare prospettiva mentale.

C'è anche tanta natura!

E a me questa prospettiva inglese per ora sembra un buono spunto di riflessione.

-Caterina

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QUANDO IL LEONE RAGGIUNGE LA GAZZELLA… È TROPPO TARDI!

Posted on novembre 22, 2009. Filed under: Attualità e politica, Uncategorized | Tag:, , , , |

Il Decreto Legge n. 11 del 23 febbraio 2009 (poi convertito in legge il 23 aprile 2009, l. n. 38) ha introdotto un “nuovo” reato in Italia: lo stalking. “Stalking è un termine inglese (letteralmente: perseguitare) che indica una serie di atteggiamenti tenuti da un individuo che affligge un’altra persona, perseguitandola ed ingenerando stati di ansia e paura, che possono arrivare a comprometterne il normale svolgimento della quotidianità. La persecuzione avviene solitamente mediante reiterati tentativi di comunicazione verbale e scritta, appostamenti ed intrusioni nella vita privata” (fonte: Wikipedia). Il termine utilizzato è decisamente appropriato: lo stalker è un predatore, che si apposta e pianifica inseguimenti, azioni minatorie, diffamazioni, violenze. È colui che aspetta per ore sotto casa, che segue furtivamente, che telefona ad ogni ora, che controlla, che insulta. E che fa paura.

Le modifiche che questo decreto legge apporta al codice penale sono molto importanti. In primo luogo perché conferiscono la giusta importanza a comportamenti apparentemente non gravi quali telefonate, pedinamenti, ecc… ma che sono, in realtà, veri e propri atti persecutori e che, in moltissimi casi, sono l’anticamera di comportamenti violenti, abusi e omicidi: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita. La pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona che sia stata legata da relazione affettiva alla persona offesa” (fonte: Ministero dell’Interno).

Un secondo elemento positivo, è l’introduzione dell’Ammonimento: “(…) la persona offesa può esporre i fatti all’autorità di pubblica sicurezza avanzando richiesta al questore di ammonimento nei confronti dell’autore della condotta. La richiesta è trasmessa senza ritardo al questore. Il questore, assunte se necessario informazioni dagli organi investigativi e sentite le persone informate dei fatti, ove ritenga fondata l’istanza, ammonisce oralmente il soggetto nei cui confronti è stato richiesto il provvedimento, invitandolo a tenere una condotta conforme alla legge e redigendo processo verbale. (…). Il questore valuta l’eventuale adozione di provvedimenti in materia di armi e munizioni. (…)” (fonte: Ministero dell’Interno).

Un grande passo avanti è stato indubbiamente fatto, anche se ancora non riesco a credere che tutto ciò sia stato possibile solo nel duemilanove (!!!!), dopo migliaia di casi finiti in tragedia, ed ettolitri di lacrime versate dalle vittime e dalle loro famiglie. MunchQuesta legge riconosce, finalmente, la gravità delle persecuzioni a cui milioni di donne (e pochissimi uomini) sono soggette quotidianamente. Le forti implicazioni psicologiche nelle vittime degli stolker si protraggono anche per tutta la vita.

Ma ci sono ancora molte questioni da risolvere. L’attuazione della nuova legge è ancora largamente insufficiente per arginare questo drammatico problema sociale e ne sono dimostrazione tutti i casi in cui persone denunciate di stalking riescono comunque a ledere la loro vittima (ultimo episodio raccontato dai giornali solo qualche giorno fa a Pescara) o, una volta scontata la pena, ricominciano la loro attività oppressiva.

Secondo i dati della polizia di stato, da aprile 2009 ad oggi sono state arrestate 520 persone e ne sono state denunciate 2.950. Come mai solo un quinto (circa) delle denunce hanno portato all’arresto?

La risposta che mi sono data è molto semplice: è difficilissimo accedere a strumenti, far avviare le indagini, ottenere davvero una tutela finché non accade qualcosa di grave (a meno che la vittima non sia una persona famosa, o ricca o un politico – perdonate la vena polemica …). È più facile sentirsi elargire consigli banali (“se teme di essere seguita giri più volte attorno ad una rotonda” … “si prenda lo spray al peperoncino” … “tolga il numero dall’elenco telefonico”) che ottenere la vera e propria apertura di un caso.

La speranza è che questa nuova legge tenga sempre alta l’attenzione e la discussione su questo crimine e che, prima o poi, ogni vittima possa ottenere giustizia prima di essere raggiunta dal leone.

Ilaria

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TWILIGHT: L’ETA’ DEGLI EROI ANTIROMANTICI?

Posted on ottobre 22, 2009. Filed under: Uncategorized |

Recentemente ho letto (a tempo di record) le migliaia di pagine che costituiscono la saga di Twilight -Twilight, New Moon, Eclipse e Breaking Dawn. La trama è molto avvincente, abbastanza ricca di colpi di scena, ma al fin della fiera devo dire che sono rimasta piuttosto delusa dal tono così poco antieroico di questa moderna favola d’amore.

Pensiamo al dilemma centrale del romanzo: seguire l’amore della propria vita in un’esistenza dannata rinunciando ai piaceri della vita mortale oppure scegliere il destino per cui si è nati imparando a vivere con coraggio tutti i cambiamenti rinunciando ad un perenne idillio d’amore? Comunque la pensiate, credo sarete d’accordo con me su un punto: nessuna scelta davvero eroica può essere senza prezzo! Dai dolori del giovane Werther in poi ci hanno abituato a credere che ci sia gloria nel sacrificio d’amore, ma che soprattutto il vero eroe soffre, perde qualcosa e solo in questo processo trova e definisce se stesso! Pensiamo a Jane Eyre, che è coraggiosa, forte del suo carattere più che della sua bellezza ma che ne passa di tutti i colori prima di poter coronare il suo sogno d’amore. Potrei però suggerire anche il paragone con un’altra saga più recente, quella di Harry Potter, che pur nella sua modernità si colloca senza dubbio nel filone della figura eroica: Harry Potter per caso o per sorte è messo nelle condizioni di combattere per ciò che è giusto con la possibilità di non aderire a quello che sembra il suo destino,  che sceglie comunque pagando un carissimo prezzo pur di difendere ciò in cui crede.

A dispetto delle mie aspettative in questa saga i protagonisti non hanno niente dell’eroico di matrice romantica (in senso storico del romanticismo) che tanto siamo abituati a conoscere! Nè Bella, la protagonista inizialmente umana, nè Edward e i suoi amici vampiri sono costretti a rinunciare a nulla per essere felici insieme; gli ostacoli disseminati lungo la trama sono appunto solo questo, degli ostacoli da saltare, che rallentano l’arrivo al traguardo ma non modificano la traiettoria per raggiungerlo. Anche quella che sembra una scelta di sacrificio -qualunque cosa Bella scelga dovrà rinunciare a qualcosa- si trasforma in una scelta senza alcun prezzo, una trasformazione totalmente migliorativa, che si suggerisce addirittura naturale per la protagonista. Quello che trovo più antieroico è che le scelte difficili compiute in questa saga avvengono sull’onda dell’inevitabilità, con un cambio di regole del gioco del tutto imprevisto che risolve situazioni largamente irrisolvibili.

La ragione della mia critica viene da una valutazione di fondo: cosa vogliamo davvero da un libro? Personalmente mi piace che mi mostri un percorso che non riesco ad immaginare, che mi renda spettatrice di un evento umano personale capace di suggerire sentimenti e pensieri legati solo a me, anche se non c’entro nulla con la storia. Leggere questi romanzi è davvero come guardare un film, accade tutto quello che accadrebbe in un film, la mia sorpresa è stata aver indovinato esattamente come sarebbe andata (peccato avessi scartato l’ipotesi perchè mi sembrava troppo assurda per un libro).

Questa saga però ha un grandissimo successo insieme a tutte le pubblicazioni a carattere fantastico e mi chiedo perchè. Per ora non ho grandi risposte, se non pensare che storie fantastiche e caratterizzate da aspetti di ineluttabilità (nessuna scelta implica nessuna responsabilità per le conseguenze che ne derivano) vanno molto di moda in questa fase di mancanza di sicurezza. Forse è solo una nuova moda senza spiegazione della letteratura di evasione. Comunque sia, quando penso che viviamo nell’era in cui Win for life, che di fatto smonta il mito della vittoria magari impossibile che però ti cambia la vita con un più realistico aiuto quotidiano, diventa un caso di successo, non riesco a non chiedermi dov’è finito il sano, godibile romanticismo di una volta!?!

Caterina

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IL FUTURO DEI PARTITI

Posted on settembre 22, 2009. Filed under: Uncategorized |

Cito da Piero Ignazi L’Espresso del 10 settembre 2009

In tutte le democrazie mature i partiti soffrono di una crisi di legittimità. I cittadini contestano con sempre maggiore durezza le loro manchevolezze sia in termini di efficienza e rispondenza – non sono più in grado di interpretare le domande della società civile e di offrire risposte convincenti e/o realizzabili – che di onestà e trasparenza – curano solo i loro interessi trincerandosi dietro paraventi impenetrabili.

-“(I partiti) europei hanno fondato la loro legittimità e la loro ragion d’essere nell’inquadrare, e così rappresentare, ampi strati della popolazione. Seguendo il vecchio mito del partito di massa novecentesco, più numerosi erano gli iscritti, più legittimo e più forte era il partito. Tutto ciò aveva senso all’epoca della rivoluzione industriale quando il numero ‘era’ la forza. Ma nella società post-industriale e post-moderna questi parametri non valgono più. La forza dei partiti non sta più nelle loro quantità, bensì nelle risorse che riescono ad estrarre dallo Stato, sia direttamente in termini di finanziamenti, strutture e personale, sia indirettamente attraverso la lottizzazione. Senza alcun dubbio oggi i partiti sono più forti di un tempo perché dispongono di più risorse e controllano più direttamente le politiche pubbliche. Ma sono giganti dai piedi d’argilla perché, oltre ad aver perso iscritti, hanno perso credito.”

-“L’apertura alla società civile solleva però un altro problema: qual è il ruolo dell’iscritto? Se gli viene tolto il potere di selezione dei candidati e dei leader e anche le grandi scelte politiche vengono sottoposte al giudizio dei simpatizzanti attraverso blog e referendum elettronici, che senso ha iscriversi? In effetti il dilemma dei partiti contemporanei si concentra tutto qui. Per recuperare consenso e fiducia si aprono alla società, ma in tal modo sguarniscono ancora di più le loro fila, finendo quindi per essere di nuovo accusati di aver perso contatto con i cittadini, di non riscuotere più la loro fiducia e quindi, alla fine, di non vantare più alcuna legittimità. Una sorta di circolo vizioso, di trappola, nella quale rischiano di precipitare”.
Probabilmente il vero problema è anche che difficilmente si può pretendere da una classe politica che, nel bene o nel male (ricordate le parole di Craxi), ha gestito il potere con determinati strumenti di deporre le armi sic et simpliciter.

D’altronde il machiavelliano “fine che giustifica i mezzi” pervade l’azione politica da tempi immemorabili.

Occorre sempre più riportare la riflessione a livello locale e sul livello locale, ridisegnando il ruolo del partito, individuando quali debbano essere le sue risorse umane, materiali, economiche, i suoi rapporti verso l’esterno.

Potrebbe anche essere che all’esito della riflessione ci si trovi in mano uno strumento così diverso da quello tradizionale …. che l’etichetta richieda di essere cambiata.

“È la storia che va, bellezza e tu non ci puoi fare niente. Niente!”

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A CHI VANNO I “SOLDI PER L’AFRICA”?

Posted on luglio 23, 2009. Filed under: Uncategorized | Tag:, , , , , |

Qualche settimana fa, nel pieno dello “spettacolo G8”, ascoltando la radio in auto mia moglie se ne esce con una delle sue domande che ti stroncano e che ti fanno dire: “ma perché non ci ho mai pensato?…” Domande che, tra l’altro, sono una delle ragioni per cui l’ho sposata.

Alla radio stavano dicendo più o meno che “…gli 8 capi hanno ottenuto un grandissimo risultato: verranno stanziati 20 miliardi di Dollari in 3 anni per l’Africa…” Mia moglie allora mi chiede: “Ma chi è che rappresenta l’Africa?” Io dico: “se non sbaglio mi pare che al G8 ci sia l’Egitto…” “No, no – risponde lei – intendo proprio chi è il rappresentante ufficiale… Insomma, come per gli Stati Uniti c’è Obama…” Io rimango un po’ così, poi dico: “ma l’Africa non è uno Stato sovrano, è un continente composto da “tot” Stati sovrani… non c’è neanche un’organizzazione tipo Unione Europea che li raggruppi almeno in parte, c’è solo qualche accordo commerciale… che senso ha questa domanda?”

Quanti Dollari del G8 saranno arrivati a queste donne con i loro bambini?

Beneficiarie dei fondi stanziati dall'ultimo G8

E la domanda un senso ce l’aveva eccome! Insomma, nessuno si è mai domandato: “Ok, ci sono 20 mld di Dollari stanziati “per l’Africa”. Ma non essendo l’Africa uno Stato con il suo bel bilancio, la sua Banca Centrale, ecc, allora quanti soldi vanno al Congo? Quanti allo Swaziland? Quanti al Ghana, alla Repubblica Centrafricana, all’Eritrea, all’Egitto, al Burkina Faso? E alla piccola Guinea Equatoriale? E alla nostra amica Libia (che ne ha estremo bisogno per pattugliare le coste affinchè non partano i barconi in direzione Lampedusa)? Boh!

E cosa si fa con questi soldi? Chi controlla che “si faccia sul serio”? Riboh!

Qualcuno per la verità una questione l’aveva sollevata, anche durante il recente G8. Si diceva che in realtà durante tutti i G8/G14/G20/G198 i Paesi ricchi stanziano i “soldi per l’Africa”. Ma quanti? Come? Dove? Per fare che? Addirittura c’è stato chi questa volta ha insinuato che almeno parte di quei 20 miliardi fossero fondi già stanziati in precedenti G8 e mai erogati. Diciamo che non lo so, ma che se fosse vero non mi stupirei. Tra l’altro un amico del Benin recentemente mi ha confermato questa ipotesi.

Quanti? Come? Dove? Per fare che? Domande banalissime, ma pensateci bene: qualcuno vi ha mai dato su questo una risposta chiara? A me no. E dire che in qualche modo lavoro nel settore… Anzi a dire la verità un altro amico (Ottavio, che fa il missionario in Burundi, e che una volta mi aveva commentato un articolo su Ricostituente; sto cercando di convincerlo a mandarmi qualcosa sulla sua esperienza) qualche tempo fa mi ha dato una notizia abbastanza sconcertante. Mi ha detto che in Burundi la percentuale di APD (Aiuto Pubblico allo Sviluppo, quindi fondi della cooperazione internazionale) è attualmente ancora pari al 60% del PIL del Paese. Per chi fosse interessato e conosce il francese, mi ha anche fornito una fonte sull’argomento: http://imf.org/external/pubs/ft/fandd/fre/2002/06/pdf/heller.pdf

Ora, io come al solito mi ritengo un’ignorante, ma mi pare che ci sia qualcosa che non va in queste cifre. E la valutazione peggiora ulteriormente se penso che 10 anni fa il il Ministero della Difesa del Burundi spendeva il 39% del bilancio nazionale… oggi dovremmo essere ancora al 20% (che mi dici Ottavio?), anche se la guerra è, per così dire, “finita”. Restiamo quindi nell’attesa fiduciosa che qualcuno ci spieghi:

a)     Quanti soldi si spendono “per l’Africa” davvero ogni anno;

b)     Come vengono davvero utilizzati questi soldi, ma soprattutto…

c)      Quali Stati davvero beneficiano di questi “aiuti allo sviluppo”, e infine…

d)     Perché, dopo decenni di erogazioni, il numero di morti di fame continua a salire e l’unico settore in sviluppo è in genere quello militare…

Se conoscete qualcuno che queste risposte le sa, fatemi un fischio!

Buona estate a tutti

Alvise

PS: lo so, dovevo scrivere di pannolini lavabili con un’”intervista” alla mia espertissima moglie… portate pazienza arriverà anche quello. Nel frattempo, approfittando dell’estate, provvedete a procreare, altrimenti a che vi servono i pannolini?

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LA TERRA DEL SIGNORE

Posted on giugno 14, 2009. Filed under: Uncategorized | Tag:, , , , , , , , |

Il 2 giugno, a Castelfranco Veneto (TV) si è svolto uno spettacolo organizzato dai “Cittadini per la pace” e da altre associazioni intitolato “La Terra del Signore” con Moni Ovadia e Mario Brunello.

Mario Brunello e Moni Ovadia

Mario Brunello e Moni Ovadia

Diversamente da altre volte, Moni Ovadia non è stato impegnato in canti e balli per l’intero spettacolo. La gran parte di esso è stata infatti una narrazione chiara e dettagliata di come si è arrivati allo stato di terribile conflitto in cui è immersa la Terra Santa.

All’inizio Ovadia ha raccontato ai presenti che il padre delle tre grandi religioni monoteiste, Abramo, in seguito all’abbandono dell’iconoclastia e alla sua conversione, si mette in viaggio attraverso la Mesopotamia e l’Egitto. Dio parla ad Abramo della terra promessa nella quale potrà abitare il suo popolo, ma, nella Bibbia è riportato numerose volte,  specifica che la terra sarà comunque sempre sua (di Dio), non del popolo che la abiterà.
Significativo è dunque che per fare la volontà di Dio si debba uscire dalla propria terra ed abbandonare la propria famiglia, quindi uscire dai confini ed incontrare lo straniero, il diverso per eccellenza.

Citando invece la storia di Mosé, Ovadia racconta come questi non fosse come Charlton Heston nel film “I 10 comandamenti” ma fosse verosimilmente un piccoletto mite ed insicuro, ed il popolo eletto non fosse composto che da una minoranza (circa il 20% di coloro che abitavano l’Egitto) di ebrei: in prevalenza schiavi piagnucolosi.

Schiavi e stranieri, dunque. Questo il popolo al quale Dio garantisce i suoi benefici e una terra su cui vivere, anche se non da possedere. Quindi Dio, interpreta Moni, si manifesta principalmente nell’incontro con l’altro e si dichiara contrario alla “proprietà” di una terra da parte del suo popolo.

Come è possibile che oggi la maggior parte degli abitanti di Israele si sia dimenticato questi concetti? Come è possibile che i governi israeliani non riconoscano negli abitanti degli stessi territori e dei territori contigui il diverso con il quale relazionarsi? Come è possibile che ne ignorino l’esistenza (lo stato di Israele è stato fondato sul presupposto che ci fosse della terra “libera” da occupare) e le sofferenze?

Ovadia però esamina anche la parte non divina del percorso di creazione dello stato di Israele: il colonialismo britannico, definito il primo responsabile della situazione attuale, le risoluzioni dell’ONU e le guerre israeliane. Rispetto alle risoluzioni dell’ONU fa notare che il governo israeliano, mentre ha giovato delle risoluzioni in suo favore, si è sempre rifiutato di rispettare quelle che ponevano limiti al proprio espansionismo (ho cercato si verificare a quali risoluzioni si riferisse Ovadia, ma sono decine quelle non rispettate da Israele).

Lo spettacolo è poi passato ad altre dimensioni grazie alla performance di Mario Brunello uno dei più famosi violoncellisti del mondo. Toccante la preghiera ebraica in onore di tutti i morti nei campi di concentramento suonata da Brunello e con la “vociaccia” di Ovadia, con la quale si è concluso lo spettacolo.

Marco

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