IL FILM: TREELESS MOUNTAIN (2008)

Posted on febbraio 1, 2010. Filed under: Cultura | Tag:, , |

La locandina del film.

La locandina del film.

Tra tutti i film che erano in programma la settimana scorsa, dopo aver dato un’occhiata alle recensioni, ho scelto Treeless mountain. Nel complesso, il critico del New York Times è più entusiasta di quelli del Guardian e dell’Independent ma tutti sono d’accordo nel dire che la regista e sceneggiatrice So Yong Kim ha ottenuto una prova convincente dalle due protagoniste, Hee Yeon Kim e Song Hee Kim, due bambine di sei e quattro anni.

Il film racconta la storia di due bambine di Seul, Jin e Bin, che vivono in piccolo appartamento con la madre. All’inizio accade l’evento che scatenerà tutti gli sviluppi successivi nella vita di Jin e Bin: la madre decide di affidarle temporaneamente alla cognata mentre cerca di rintracciare l’uomo che l’ha abbandonata, il padre delle bambine. La zia si disinteressa delle nipoti, che tratta molto freddamente, e a volte le lascia sole per andare ad ubriacarsi. Nel frattempo le bambine cercano di riempire un piccolo salvadanaio a forma di porcellino perché la madre aveva promesso che sarebbe stata di ritorno prima che il porcellino fosse pieno. Le cose, tuttavia, prendono una piega molto diversa e la zia riceve una lettera dalla madre che la autorizza a portare Bin e Jin in campagna dai nonni.
Questi ultimi accolgono le nipoti con un po’ più di calore ma il clima di tensione tra gli adulti non sfugge alle bambine.

La cinepresa segue sempre le due protagoniste da vicino, con inquadrature asfissianti in primo piano dell’espressione seria di Jin. In generale, il film ci trasporta nel mondo delle due bambine mentre ragionano su quale sia la migliore strategia per riempire il salvadanaio al più presto o si ingegnano a vendere cavallette fritte per racimolare più spiccioli.

Gli oggetti assumono un’importanza simbolica in Treeless mountain: il titolo stesso si riferisce ad un ramo secco piantato dalle bambine su un piccolo ammasso di terra (una montagna dal loro punto di vista) sul quale si siedono per controllare la fermata dell’autobus. Da lì sperano di vedere arrivare la madre, che l’autobus aveva portato via. Il salvadanaio diventa quasi un oggetto magico che racchiude il segreto del ritorno sperato. Molte inquadrature sono riservate al fuoco su cui Jin e Bin arrostiscono (non senza una dose di crudeltà infantile) le cavallette.

Gli adulti rimangono in secondo piano, sempre incapaci di risolvere veramente i problemi delle protagoniste o così deboli e oppressi che le bambine emergono come le persone più sagge nella storia.

Secondo il New York Times, la vicenda è basata, almeno in parte, sulla storia dell’infanzia della regista. Non si può negare che lo stile della narrazione sia improntato a un deciso realismo, rafforzato dallo svolgimento lineare del racconto. I fatti vengono rappresentati di fronte allo spettatore, dal punto di vista delle protagoniste, senza alcun tentativo di creare un documentario o di fare leva sui sentimenti (una tentazione anche troppo ovvia visto il tema). Il critico paragona l’approccio della regista al neorealismo italiano, a De Sica in particolare.

La mia impressione è che Treeless mountain sia più che altro un film sulla speranza, sul coraggio rappresentato dalla testardaggine di queste due bambine che non comprendono il mondo degli adulti ma riescono a sopportare il loro destino sostenendosi l’una con l’altra. E’ un omaggio commovente alla capacità di guardare avanti con un sorriso che solo i bambini possono avere. Un piccolo gioiello.

Giulianosq

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IL FILM: THE GIRLFRIEND EXPERIENCE (2009)

Posted on dicembre 15, 2009. Filed under: Cultura | Tag: |

La locandina del film.

Tre cose mi hanno incuriosito di The girlfriend experience. Anzitutto l’attrice protagonista, Sasha Grey, che ha solo ventun anni e già un numero considerevole di film pornografici alle spalle. In secondo luogo il successo ottenuto al Sundance Festival, vetrina del cinema indipendente. Infine ero curioso di vedere l’ultimo film di Soderbergh, che ultimamente sembra sfornare nuove pellicole a ripetizione.

L’idea su cui si basa The girlfriend experience è molto semplice: la protagonista, Chelsea, è una prostituta di lusso che oltre ad andare a letto con il cliente (a volte al posto di andarci a letto) lo conforta, parla con lui e discute perfino dei suoi problemi finanziari. Completa il quadro un fidanzato-compagno, Chris, che lavora come personal trainer, uno dei personaggi più vuoti e irritanti che vi sarà mai capitato di vedere al cinema.

La trama vede Chelsea trasgredire la regola non scritta secondo cui non si passa mai più di una notte con un cliente. L’eccezione alla regola scatena una serie di reazioni da parte di Chris e coincide con il fallimento del tentativo da parte di Chelsea di mettersi in luce grazie alla recensione di un anonimo esperto in prostitute newyorchesi.

Comincerò col dire che nel complesso mi è sembrato che il film non fosse particolarmente riuscito. A dispetto della abilità tecnica, di cui dirò tra poco, lo spettatore esce dal cinema con la sensazione che le premesse del film siano troppo ambiziose. Una possibile lettura è che tutti noi ci stiamo prostituendo, in nome di una vuota ricerca della ricchezza. Effettivamente certi richiami tra gli atteggiamenti di Chelsea e quelli di Chris, il cui lavoro dovrebbe essere più socialmente rispettabile, fanno pensare ad una amara ironia sulla vacuità della vita moderna. Questa interpretazione è supportata dal fatto che la storia si svolge nel 2008, quando la crisi economica sta per farsi sentire particolarmente tra quelli che, come i protagonisti del film, dipendono dalla fascia più ricca della società per la propria sopravvivenza.

Quello che mi è piaciuto di The girlfriend experience è la tecnica. Il film è quasi completamente girato con una telecamera digitale a mano, un mezzo sfruttato meravigliosamente in alcune scene particolari. Per esempio vediamo una serie di primi piani asfissianti, con colori esageratamente brillanti, di Chris e dei suoi ricchi clienti mentre intrattengono una conversazione stucchevole su un jet privato in viaggio verso Las Vegas. Oppure vediamo due bicchieri di vino, perfettamente a fuoco, in primo piano e i movimenti di Chelsea impegnata con un cliente molto sfocati sullo sfondo. O ancora le tante sequenze in bar e locali alla moda, in cui la telecamera tenuta a mano ad altezza d’uomo dà la sensazione sconcertante e realistica di perdersi in una folla di sconosciuti.

L’ordine in cui sono presentate le scene non è quello in cui gli avvenimenti si svolgono. Diversi piani temporali si sovrappongono, intrecciano e richiamano continuamente quasi come in un documentario televisivo – a volte, va detto, in modo un po’ confuso. Il regista sceglie di enfatizzare alcune scene minori e soffermarsi pochissimo su altre che sembrano più importanti nello svolgimento dei fatti. All’inizio del film una intera sequenza ritrae Chelsea e il suo cliente come una coppia, creando un’illusione svelata nelle scene successive.

Chi va a vedere The girlfriend experience aspettandosi scene di sesso rimane deluso, praticamente niente accade davanti alla telecamera. Il tono prevalente del film è anzi triste, centrato sulle miserie personali della protagonista che fallisce qundo sembra lasciarsi andare alla ricerca di una parvenza di sentimento vero. O quando sente la pressione delle concorrenti più giovani e le parole taglienti del misterioso esperto, anch’egli alla fine mosso dai propri fini egoistici.

Infine la prova di Sasha Grey mi è sembrata eccezionale, in particolare vista la difficoltà di un personaggio che è allo stesso tempo inconsistente e profondo.

Giuliano

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IL FILM: GLI ABBRACCI SPEZZATI (LOS ABRAZOS ROTOS, 2009)

Posted on novembre 15, 2009. Filed under: Cultura | Tag:, |

La locandina del film.

La locandina del film.

Ho visto l’ultimo lavoro di Pedro Almodóvar, Gli abbracci spezzati, qualche settimana fa. Non sono un grande ammiratore dei suoi film ma ero curioso di vederlo dopo averne sentito parlare nelle recensioni. E devo dire che non mi ha deluso.

Con Gli abbracci spezzati il regista torna al tema del cinema nel cinema: la struttura del film è imperniata sulla realizzazione di un lungometraggio in cui tutti i protagonisti sono coinvolti. Di più, l’intero film è un susseguirsi di citazioni e rimandi, prima di tutto ai film di Almodóvar stesso. La scena dell’incendio e la vicenda del gazpacho, che ricorderete da Donne sull’orlo di una crisi di nervi, appaiono direttamente nel film che i protagonisti stanno realizzando.

Il modo in cui la storia è narrata è insolito: Almodóvar comincia in mezzo all’azione, ambientata ai tempi nostri, per poi scoprire attraverso una serie di flashback l’antefatto (avvenuto nei primi anni Novanta) e infine svolgere il finale. Tuttavia questo complicato espediente narrativo viene utilizzato con grande abilità dal regista. Non c’è mai confusione tra i diversi piani del racconto e l’identità dei personaggi appare sempre credibile e ben delineata.

La storia principale al centro del film può essere descritta semplicemente come un triangolo tra l’attrice Lena (Penelope Cruz), il produttore molto più anziano di lei (José Luis Gómez) e il regista (Lluís Homar). I toni principali sono quello dell’amore passionale e un registro comico riuscitissimo. Voglio solo citare, per darvi un’idea, le sequenze divertentissime in cui il figlio omosessuale del produttore è costretto a seguire l’attrice sul set del film dal padre con la scusa di girare un documentario sulla realizzazione da distribuire con il dvd. La scelta di questo stesso tema propone una riflessione sullo stato attuale del cinema. Ogni sera il produttore geloso esamina il materiale sequenza per sequenza con l’aiuto di un’assistente ingaggiata per leggere il labiale dei due amanti.

Gli abbracci spezzati procede, un po’ troppo lentamente forse, a svelare gli interrogativi posti dal susseguirsi di scene nel presente e flashback. Per esempio, il regista è uno scrittore cieco nel presente ma appare chiaro allo spettatore che egli deve aver perso la vista dopo le vicende raccontate al passato. Da metà film in poi si intuisce che la chiave interpretativa sta nell’incidente a cui tutto l’impianto narrativo ci prepara, scena per scena.

Mi sento di dire che, appunto per l’alternarsi di registri così diversi tra loro, il copione sembra richiedere una prova estremamente impegnativa agli attori, soprattutto alla protagonista femminile. Da questo punto di vista, Penelope Cruz mi è sembrata davvero convincente, uno strumento perfetto nelle mani del regista per raccontare la storia di una donna attraverso due decenni.

In conclusione, raccomanderei a tutti di andare a vedere Gli abbracci spezzati. Credo che ogni spettatore possa trovare in questo film qualcosa di gratificante, forse la storia dei personaggi, forse la qualità del lavoro o ancora la riflessione critica e piena d’affetto al tempo stesso sul mondo del cinema.

Giuliano

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IL FILM: IL MIO AMICO ERIC (LOOKING FOR ERIC, 2009)

Posted on ottobre 19, 2009. Filed under: Cultura | Tag:, |

La locandina del film.

La locandina del film.

Ho visto l’ultimo film di Ken Loach, Looking for Eric, a Londra poche settimane fa. Il pubblico era un po’ insolito per un piccolo cinema indipendente come Riverside Studios: c’erano gruppi di ragazzi con la maglietta del Manchester United e pochissime donne. In effetti uno dei temi del film è il calcio, per quanto visto nell’ottica nostalgica di un vecchio tifoso come Ken Loach.

Guardando il film si ha subito l’impressione, tuttavia, che attraverso questa scelta di temi Ken Loach voglia parlarci dei cambiamenti della società e soprattutto del disagio del protagonista, interpretato con grande bravura da Steve Evets. Dalle conversazioni tra i personaggi emerge la nostalgia per un passato in cui i prezzi dei biglietti erano accessibili e gli sponsor e i diritti televisivi non erano così importanti.

Ma soprattutto, come dicevo, il film segue la vicenda personale di Eric, postino in una zona qualunque di una città inglese qualunque. La prima scena propone l’incubo di tutti noi che abbiamo imparato a guidare a destra e poi siamo andati a vivere in Gran Bretagna: Eric imbocca una rotonda contromano e provoca un incidente. Il film presenta quindi la vita piena di problemi del protagonista, trattato male dai figli, stanco del suo lavoro, schiacciato dal rimorso per aver abbandonato moglie e figlia molti anni prima.

Nonostante questo inizio drammatico, il tono del film è senza dubbio comico. In aiuto di Eric, infatti, vengono i suoi colleghi (che organizzano una divertentissima quanto improbabile seduta di training autogeno) e un angelo custode molto particolare, ovvero il calciatore Eric Cantona. Quest’ultimo è un’apparizione che solo Eric il postino può vedere, soprattutto dopo qualche birra e uno spinello. Dopo la sorpresa iniziale (Eric chiede al suo idolo di parlare francese per dimostrare che è veramente Le Roi) le situazioni divertenti si susseguono. Alla fine Cantona aiuterà Eric ad affrontare i suoi problemi su tutti i fronti: sia i gangster da quattro soldi con cui si è inguaiato il figlio, sia il rapporto con la ex moglie.

Looking for Eric è soprattutto, a mio parere, un film sui rapporti umani, in particolare sull’importanza dell’amicizia. Sono infatti gli amici di Eric a tirarlo fuori dai guai in un finale imperniato su una geniale invenzione dello sceneggiatore (che naturalmente non ho intenzione di svelarvi). La lezione più importante che Eric riceve dal suo idolo Cantona è che è importante aprirsi agli altri quando siamo in difficoltà.

Nel complesso, consiglierei a tutti di andare a vedere il film. Non avevo mai visto, nei film precedenti di Loach, un’apertura così netta al registro comico e devo dire che il film è molto riuscito da quel punto di vista. Gli attori, per la maggior parte dilettanti o semi-professionisti, danno una prova molto convincente. L’idea di coinvolgere Eric Cantona, poi, mostrando anche spezzoni originali dei suoi gol e delle sue interviste, funziona perfettamente nell’economia del film.

Giuliano

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IL FILM: PALPEBRE AZZURRE (MESSICO 2007)

Posted on maggio 20, 2009. Filed under: Uncategorized | Tag:, |

Dopo aver letto sul sito del cinema le dieci righe di descrizione di Palpebre azzurre (Parpados azules), l’ultimo lavoro diretto da Ernesto Contreras, mi ero aspettato qualcosa di diverso dal film che stavo per andare a vedere. In effetti, è molto difficile descrivere Palpebre azzurre in poche parole. Quello che mi resta del film è un insieme di dettagli, battute e passaggi a vuoto che male si adattano a un breve riassunto.

Si può tentare, come aveva fatto il sito del cinema, di partire dalla storia. Marina, una commessa messicana insoddisfatta del suo lavoro in un anonimo negozio di uniformi, vince una vacanza di dieci giorni in un lussuoso albergo al mare. Dopo un tentativo di contattare amiche perse di vista da anni, si rassegna a portare la sorella in vacanza con sé. Quando la sorella le chiede di rinunciare al viaggio per permetterle di passare una vacanza romantica con il marito, Marina rifiuta e decide di farsi viva con un improbabile corteggiatore, un modesto impiegato di nome Victor. Questi è lusingato per l’improvvisa attenzione (soprattutto visto il fallimento del primo ridicolo approccio) e la proposta insperata di fare un viaggio assieme, ma a poco a poco si rende conto delle vere intenzioni di Marina. Nelle settimane che precedono la partenza i due si frequentano e, anziché conoscersi meglio e innamorarsi, si arrendono gradualmente alla incomunicabilità e alla noia. Nel finale, che non vi racconterò in questo post, i fatti prendono una piega drammatica e del tutto imprevedibile.

Parallelamente alla storia di Marina e Victor si svolge la vicenda della proprietaria del negozio di uniformi, la quale invecchia sola seguita da un’infermiera e da una cameriera.

Per quanto la storia possa sembrare banale, essa fornisce al regista il fondale per mettere in scena in chiave ironica molte delle scene tipiche di un film d’amore e, in ultima analisi, di mettere a nudo la futilità di certe pulsioni umane. Ne è un esempio la scena del picnic in una specie di aiuola al centro di uno svincolo autostradale in cui i due innamorati riescono appena a parlarsi. Ancora più sconcertante è la scena della prima volta, che vede i due spogliarsi con gesti meccanici e speculari senza mai guardarsi. I gesti stessi esprimono una distanza incolmabile fra due esseri umani che sembrano uniti solo da circostanze casuali.

Per fare giustizia a Palpebre azzurre bisognerebbe anche soffermarsi sulla tecnica delle riprese: i primi piani asfissianti, l’inquadratura inesorabilmente statica, le lunghissime scene senza dialogo in cui telefoni squillano e nessuno è pronto a rispondere. L’uso della musica è circoscritto alla scena nel bar in cui Marina e Victor si danno appuntamento per ballare e appaiono immediatamente (e irrimediabilmente) fuori posto.

Potrei continuare dicendo che Palpebre azzurre è un film giocato sui dettagli: i fiori che Marina dimentica nella macchina di Victor; la sequenza in cui Victor, ripreso dall’esterno di una stanza claustrofobica, passa il tempo a fotocopiare documenti per i suoi superiori che nemmeno ricordano il suo nome; i dialoghi banali e ripetitivi, al punto che alcune battute vengono ripetute nella stessa identica sequenza due volte in scene diverse. I manichini nel negozio di uniformi (una merce certo scelta non a caso) hanno teste inquietanti, prive di espressione e con grandi bocche spalancate che ricordano le bambole gonfiabili di un sex shop.

Va anche detto che Contreras riesce ad inserire, nella trama di avvenimenti insignificanti e dialoghi banali, una serie di metafore. La più importante è quella degli uccelli tropicali liberati dalla vecchia proprietaria del negozio e lasciati al loro destino nel grigiore e nel traffico della grande città.

Vedere Palpebre azzurre non è un’esperienza gradevole, nonostante le molte scene divertenti. La solitudine dei personaggi e lo squallore della vita nella periferia urbana dominano le impressioni che mi rimangono all’uscita dal cinema. Il regista sembra volerci dire che non c’è speranza, che molti dei nostri rapporti sono costruiti su strutture vuote e fasulle la cui necessità è dettata dall’esigenza di integrare gli individui nei meccanismi che fanno funzionare questa società. Marina e Victor non si amano e non si sono mai amati dall’inizio della storia. Entrambi ne sono consapevoli e, ciononostante, la loro storia si svolge avanti ai nostri occhi attraverso tutti i passaggi che caratterizzano una relazione sentimentale, fino al finale sorprendente che ne è, allo stesso tempo, la conclusione più logica.

Alla fine di questa recensione vi aspetterete che vi dica se Palpebre azzurre mi sia piaciuto oppure no. Quello che non mi è piaciuto è la ripetitività di certe soluzioni narrative, particolarmente nella parte centrale che precede la partenza per il viaggio. Detto questo, consiglierei di andarlo a vedere, soprattutto per la tecnica innovativa, l’originalità del progetto e la bravura degli attori.

Giuliano

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