MA E’ PROPRIO VERO CHE SIAMO USCITI DALLA CRISI MEGLIO DEGLI ALTRI?

Posted on marzo 6, 2010. Filed under: economia | Tag:, , |

Andamento del PIL nei principali paesi dell'euro.Si è fatto un gran parlare sui giornali della tenuta dimostrata dall’economia italiana durante la crisi del credito. Più esponenti del governo hanno ripetuto che ce la siamo cavata meglio degli altri Paesi europei, il che ci farebbe sperare in una ripresa rapida e duratura. Se dovessi giudicare dalle mie impressioni di italiano all’estero, direi che non è esattamente così: gli italiani con cui ho a che fare mi sembrano preoccupati per il futuro almeno tanto quanto gli inglesi, nonostante l’effetto devastante che il credit crunch ha avuto sulla vita economica di Londra. Così ho pensato di dare una rapida occhiata ai numeri.

Ho preso i dati dell’OCSE sulla contabilità nazionale e ho controllato il tasso di crescita trimestrale del PIL, il principale indicatore della salute dell’economia, delle cinque più grandi nazioni dell’Europa occidentale. La prima conclusione è che la crisi ha avuto un effetto molto simile sui cinque Paesi o, in altre parole, che i cicli economici sono molto allineati. Perfino il PIL della Gran Bretagna, che non fa parte dell’unione monetaria, ha avuto lo stesso andamento degli altri.

In secondo luogo, la Germania e la Francia sono emerse dalla recessione prima di tutti gli altri (nel secondo trimestre del 2009). L’Italia ha fatto molto bene nel terzo trimestre del 2009 ma per il resto non sembra spiccare come la nazione che se l’è cavata meglio di tutte. Anche in confronto a Gran Bretagna e Spagna, abbiamo fatto meglio nella fase di inizio della ripresa ma abbiamo sofferto di più (particolarmente rispetto agli spagnoli) nel punto più profondo della crisi. In conclusione, al massimo si può dire che non ne siamo usciti peggio degli altri ma niente di più.

Eppure il nostro sistema bancario sembra meno esposto degli altri ad una crisi generata inizialmente dall’esposizione a complessi prodotti strutturati, come spiega un articolo del Financial Times dell’anno scorso. Nessun altro settore bancario è così legato ai depositi dei piccoli risparmiatori come il nostro, come non si stancano di ripeterci gli ottimisti. Cosa ne pensano i mercati finanziari?

Gli investitori si fidano meno del governo italiano come debitore, rispetto a quasi tutti gli altri Paesi dell’euro. Infatti, secondo Bloomberg al momento attuale il Tesoro deve pagare un tasso di interesse intorno al 3.95% per farsi prestare soldi attraverso un’obbligazione (un BTP) per dieci anni. Alla Germania basta pagare un interesse del 3.16%. Poiché i titoli di stato si equivalgono (stessa scadenza e stessa valuta), la differenza viene di solito attribuita al diverso rischio di fallimento dei due emittenti. Per fare un paragone, la Grecia sull’orlo del tracollo è arrivata ad un tasso del 6.06%. Rispetto all’Italia, la Spagna è messa leggermente meglio (3.86%). E la Francia paga ancora poco più del governo tedesco sul debito del tesoro (3.44%).

In conclusione, se dovessimo guardare meramente ai numeri, la conclusione sarebbe che non siamo messi meglio degli altri. Anzi, a ben guardare c’è poco da stare allegri.

Giulianosq

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CRISI ECONOMICA E IMPLICAZIONI SULLA SALUTE PUBBLICA

Posted on luglio 13, 2009. Filed under: Attualità e politica | Tag:, , , , |

L’attuale crisi finanziaria, iniziata con il crollo nel 2007 dei mutui subprime in Nord America e in Europa, si è estesa anche ai Paesi a basso e medio reddito. Vi sono già paesi che hanno ricevuto – o sono in trattativa – un sostegno finanziario di emergenza del Fondo monetario internazionale. Eppure, affermano gli studiosi economisti, proprio queste forme di sostegno potrebbero limitare la capacità dei governi di investire nella salute pubblica.

Dottore e paziente

Dottore e paziente

Nonostante le tinte fosche che sembra assumere la situazione, è difficile valutare le implicazioni della crisi per la salute delle persone in tutto il mondo. Per fare un po’ di luce sulla crisi attuale, gli economisti stanno analizzando le passate recessioni e il loro effetto sull’assistenza sanitaria. Tre sono i periodi di recessione mondiale negli ultimi 20 anni: 1990-93, 1997-98, 2001-02. Gli ultimi due sono stati trainati da crisi finanziarie e sono, in qualche modo, simili alla crisi attuale.

Di recente a Venezia, si è svolto il “G8 sulla Sanità” tra Ministri della Salute Pubblica, propedeutico – credo sia un termine adatto –  al G8 dell’Aquila (evidenzio che Ministro italiano e Governatore veneto si sono ber guardati dal parteciparvi … entrambi pesantemente impegnati nel non intaccare gli equilibri politici interni …). Quello che è emerso in sostanza è che l’analisi degli effetti della recessione economica sui sistemi sanitari nazionali è cosa molto complessa. Sembrano esistere infatti fattori di compensazione che, in ambito sanitario, durante i momenti di crisi economica, permettono di limitare gli effetti negativi sulla salute delle persone. A tal proposito, ho partecipato ad un interessante seminario promosso dall’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) – nonché organizzatore del G8 veneziano –  e dall’Unità Complessa per le Relazioni Socio-Sanitarie Internazionali della Regione del Veneto, dove tra tecnici si è analizzata la situazione internazionale e messo in luce i possibili scenari aperti dalla crisi economica. In tempi di crisi, ad esempio, i governi possono imparare a impiegare in modo più efficace i propri bilanci sanitari utilizzando maggiormente i farmaci generici, oppure – com’è accaduto in alcuni paesi – adottando nuove misure di protezione sociale. In fase di recessione è importante che i governi proteggano le fasce di popolazione più povere e svantaggiate.

Tornando all’evento veneziano, mi sembra importante evidenziare come il punto chiave del dibattito – che ho avuto modo si ascoltare “da dietro alle quinte” – sia che la tutela della salute pubblica non basta. Per garantire il benessere dei cittadini, i Ministri della Salute devono ridurre le ingiustizie sociali, migliorare e controllare la qualità del cibo, affrontare la questione dei cambiamenti climatici e della proprietà intellettuale dei farmaci, investire sulla prevenzione e sulla tutela della salute a livello globale. Riflettendo su queste indicazioni, mi piace constatare una forte convergenza con quanto dichiarato da Obama nel suo documento elettorale per il Potenziamento del Sistema Sanitario, nonché con quanto da lui confermato in occasione del vertice dell’Aquila. Obama, nel tentativo di risollevare gli Stati Uniti da una situazione sanitaria non sempre all’altezza della prima potenza economica mondiale, difende l’accessibilità ai farmaci generici a tutti i Paesi sovrani, così da poter far fronte alle necessità della salute pubblica, rompendo la morsa di alcune case farmaceutiche. E’ una politica dura, che incontra l’opposizione dei conservatori e delle lobby, ma che giunge diretta alle persone!

Come per tutte le grandi questioni, più che dagli investimenti e dai finanziamenti veri e propri, la rivoluzione arriva dalle persone, dalle ideologie e dall’orientamento dei vertici.

Lisa

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Una giornata irreale alla City di Londra

Posted on aprile 2, 2009. Filed under: Attualità e politica | Tag:, |

Eravamo stati avvisati fin dalla settimana precedente: mercoledì, il giorno prima del G20, ci sarebbe stato un rischio concreto per chi si faceva vedere in giro per la City in giacca e cravatta. Meglio mettersi i jeans e evitare di rispondere alle eventuali provocazioni. Così abbiamo fatto in molti, c’era molta meno gente del solito in metropolitana e ci scambiavamo occhiate come per dire “Sì, anch’io”.

Quattro gruppi diversi hanno sfilato dalle quattro principali stazioni dei treni della City: Moorgate,
Liverpool Street, London Bridge e Cannon Street. Ognuna delle quattro processioni, identificata con uno
dei cavalli dell’apocalisse, ricordava un tema della manifestazione: il cambiamento climatico, la guerra,
la responsabilità delle istituzioni finanziarie nella crisi e il 360° anniversario della rivoluzione dei Diggers.

Quando sono arrivato a Moorgate non c’era ancora nessun manifestante, mentre la presenza della polizia
non passava inosservata. Altre manifestazioni erano in programma allo European Climate Exchange, una sorta di piccola borsa in cui si scambiano contratti finanziari che danno alle aziende il diritto di rilasciare nell’atmosfera un certo livello di gas inquinanti, in applicazione del protocollo di Kyoto.

A metà giornata, un gruppo di pacifisti avrebbe marciato dall’ambasciata americana verso Trafalgar Square per protestare contro tutte le guerre.

All’ora di pranzo eravamo in piedi in ufficio, i più in jeans, attorno allo schermo a guardare le immagini della Bank of England (la banca centrale inglese), che si trova a dieci minuti di cammino. Lì si sono ritrovate le quattro manifestazioni dei cavalli dell’apocalisse, accerchiate da cordoni di poliziotti. Come in altri casi simili, la polizia ha usato il sistema chiamato kettling: accerchiare i manifestanti stringendo o allargando a seconda di come si mettono le cose, senza lasciarli andare via. Ad un certo punto ci sono stati alcuni scontri e un certo numero di arresti. Com’era prevedibile, alcuni se la sono presa con una filiale della Royal Bank of Scotland (tra l’altro vuota) che si trova quasi di fianco alla banca centrale. La RBS era un obiettivo simbolico per vari motivi: è una delle banche più grandi del Regno unito, è ormai sostanzialmente di proprietà pubblica e per via dello scandalo di Fred Goodwin. Quest’ultimo è l’ex amministratore delegato della banca che ha ottenuto un prepensionamento milionario (si parla di 650.000 sterline lorde all’anno) lasciandosi dietro le perdite colossali che hanno costretto il governo a nazionalizzare l’azienda per evitare la bancarotta.

Dopo aver visto queste scene sono andato a curiosare intorno a Liverpool Street prima di comprare qualcosa da mangiare per pranzo. Ho visto gli ambientalisti accampati fuori dallo European Climate Exchange, una scena irreale visto che Bishopgate è normalmente una delle strade più trafficate di quella parte della città. L’atmosfera sembrava allegra, la gente mangiava e ballava (e fumava, si sarebbe detto a giudicare dall’odore che veniva dalle tende). Lo schieramento di polizia era impressionante ma non c’era tensione. I cartelli portavano slogan contro l’inquinamento, lo sviluppo selvaggio e la logica di mercato che sta alla base dell’idea dell’Exchange.

Quello che non sapevamo era che nel frattempo uno dei manifestanti della Bank of England stava per rimetterci la vita. Cosa sia successo non è ancora chiaro. In effetti, se ne parla molto poco sulla stampa inglese per il momento e i comunicati della polizia non dicono granché. Secondo i giornali, testimoni hanno riferito di aver visto un uomo accasciarsi all’interno del cordone di sicurezza. Alcuni dei manifestanti avrebbero chiesto aiuto ai poliziotti, i quali avrebbero cercato di prestare soccorso suscitando la reazione violenta della folla. Sulla violenza della reazione le fonti non concordano: alcuni dicono che il lancio di oggetti è cessato immediatamente, altri che ha reso impossibile un intervento sul luogo e costretto gli agenti a trasportare il ferito altrove. Quello che sappiamo è che il quarantasettenne Ian Tomlinson è stato dichiarato morto all’ospedale poco dopo.

Un’inchiesta indipendente è stata aperta dalle autorità, ma il caso De Menezes ci ha insegnato che inchieste simili sono lunghe e laboriose. Intanto stasera a Regent’s Park, intorno alla residenza dell’ambasciatore americano, c’è ancora un numero impressionante di poliziotti armati di mitra. L’ospite di questi giorni ha dominato la scena del G20, che ha concluso affermando che i leader del mondo hanno risposto al dolore e all’incertezza di tanti individui nel mondo con una serie di misure coordinate che non hanno precedenti nella storia. Serviranno?

Giuliano

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La grande occasione

Posted on marzo 24, 2009. Filed under: Politica | Tag:, |

Mai come in questo periodo di crisi economica ho sentito parlare così tanto di welfare state, redistribuzione del reddito e solidarietà sociale. Esempi di politiche tradizionalmente considerate di sinistra che vengono proposte, adottate e lodate dai governi di grandi paesi occidentali abbondano.

La gravità della crisi fornisce argomenti a quelli che vorrebbero sospendere alcuni dei precetti fino a qualche anno fa considerati fondamentali del nostro sistema capitalistico. Il Guardian ha ironizzato poco tempo fa su questa tendenza del governo laburista con una vignetta. Vi si vedono il primo ministro e il ministro delle finanze mentre portano uno scheletro su una barella al cimitero. Di fronte a una tomba, su cui si legge l’iscrizione ‘Dr. Keynes, assassinato dal thatcherismo’, si fermano e chiamano: “Fatti vedere, c’è un paziente per te!”

Il Financial Times ha gestito un blog molto interessante sul futuro del capitalismo, ospitando interventi, piuttosto inconsueti per un quotidiano finanziario, di economisti e politici sulla crisi del sistema economico e i difetti dell’economia di mercato. Dalle mie parti si diceva una volta: “Fin che ghe n’è, viva el re; co’ non ghe n’è più, viva Gesù”.

Un intervento che mi ha particolarmente colpito è quello del presidente brasiliano Lula, il quale ha ricordato come il successo del Brasile sia stato determinato dal rifiuto dell’ortodossia liberista del Fondo Monetario Internazionale. Un’ortodossia che vacillava già da parecchi anni a giudicare dal successo di un libro come La globalizzazione e i suoi oppositori di Joseph Stiglitz. Fatto sta che due delle economie più citate come esempi di successo economico, il Brasile appunto e la Cina, hanno entrambe difeso con forza l’indipendenza delle proprie politiche economiche.

Un altro premio Nobel per l’economia che ha criticato certi assunti del paradigma dominante, particolarmente la loro applicabilità ai paesi in via di sviluppo, è Amartya Sen. Nel suo intervento nel blog del FT, Sen sottolinea che la natura stessa del mercato nel sistema capitalistico implica la sua incapacità di autoregolarsi. Egli puntualizza, non senza una certa ironia, che l’idea di mitigare le tendenze egoistiche della pura ricerca del profitto con valori di prudenza, giustizia e generosità era centrale nell’opera dello stesso Adam Smith.

Da sempre esistono teorie in grado di fornire strumenti per capire i limiti dello sviluppo capitalistico e l’importanza della solidarietà per ogni idea di giustizia sociale. Per esempio Hyman Minsky, non certo un economista marxista, è stato riscoperto anche nel mondo della finanza per la sua analisi dei meccanismi del credito che getta luce sulla crisi attuale. Un aspetto che, invece, si presenta forse per la prima volta nel nostro tempo, è l’affermazione di leader pronti a testimoniare con il peso della propria videnda personale l’importanza della solidarietà sociale e della redistribuzione del reddito.

Nel blog di cui parlavo sopra, lo stesso Lula cerca, ricordando il suo passato, di dare forza alle sue credenziali di progressista nemico delle disuguaglianze sociali. Egli scrive del difficile trasferimento della sua famiglia da un’area povera del Brasile rurale a San Paolo, e della sua mancata istruzione. Sottolinea come l’avere provato queste difficoltà sulla propria pelle gli abbia permesso di mantenere l’obiettivo fondamentale dell’uguaglianza contro i pregiudizi più radicati. Lula conclude il suo intervento con una frase che potremmo fare nostra fin da ora: “Non mi importa come si chiamerà l’ordine economico e sociale che uscirà da questa crisi, purché ponga al centro dell’attenzione gli esseri umani”.

Ma l’esempio che più mi ha colpito, a cui la sinistra italiana si è esplicitamente richiamata, è Barack Obama. Quanto è importante la storia personale nel suo trionfo del 2008? Durante il discorso di accettazione della candidatura democratica, molti di noi si sono commossi a sentirlo parlare delle difficoltà dei suoi nonni, di sua madre e degli operai di Chicago, che Obama definì “i miei eroi”. “Le loro storie hanno dato forma alla mia vita” disse, e noi sappiamo che ora il presidente ha l’opportunità di mettere in atto una politica fiscale tra le più espansive della storia recente.

Paradossalmente, quella che è cominciata come la crisi più devastante dalla Depressione a oggi potrebbe rivelarsi una grande occasione.

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