Addio a Elinor Ostrom

Posted on giugno 15, 2012. Filed under: Attualità e politica, economia, Ricerca | Tag: |

Scopro oggi, con un ritardo di tre giorni, che il 12 giugno 2012 è morta Elinor Ostrom, prima donna a vincere il Premio Nobel per l’Economia. L’ho scoperto grazie alla newsletter di un bellissimo sito, ingenere.it che colgo l’occasione di segnalarvi per la lucidità e qualità degli approfondimenti sulle questioni di genere (ma non solo).

Elinor Ostrom è morta a 78 anni, aveva avuto una bella carriera in un tempo in cui alla donne molte strade professionali erano sconsigliate e aveva vinto uno dei premi più prestigiosi al mondo per il suo lavoro sui commons nel 2009. Sarà perchè i miei interessi di ricerca sono simili ai suoi e ammiro il suo lavoro anche per la sua chiarezza espositiva e per quanto ha fatto per sviluppare e diffondere metodi per la ricerca sul campo e in laboratorio, ma è una notizia che mi ha intristito.

Con il suo lavoro ha sviluppato un nuovo metodo di lavoro legato alla gestione dei commons, quei beni comuni che non possono essere utilizzati da tutti contemporaneamente e indefinitamente, come le foreste, gli animali, l’acqua pulita. Ha messo al centro della sua analisi l’idea che diverse situazioni richiedano diversi sistemi di gestione, che la fiducia e la capacità di comunicare possano aiutare a trovar meccanismi ottimi di gestione in grado di preservare le risorse nel tempo, senza bisogno di un intervento statale o centralizzato. In un certo senso ha messo un uomo economico più realistico all’interno del suo modo di vedere il mondo.

Riassumere la sua carriera è un compito impossibile per questo post e per me, ma credo che il suo lavoro sia particolarmente rilevante in questo periodo storico, in cui si cercano nuovi modi di gestire le risorse (poche o tante che siano) e di valutare ricchezza, povertà, uso eccessivo, uso giusto. I suoi studi comparati sul campo hanno mostrato come esistano casi di felice “auto gestione” delle risorse, il che mi fa pensare alla necessità di ricostruire la fiducia tra le persone come via importante per costruire nuovi modelli di sviluppo, pensati e realizzati insieme.

Voorei concludere citando una frase tratta dalla sua autobiografia sul sito dei Nobel: ” I learned not to take initial rejections as being permanent obstacles to moving ahead.”

Come donna, come wannabe economista e come ammiratrice, grazie del suo lavoro Professoressa Ostrom.

-Caterina

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Se non ora quando?

Posted on febbraio 14, 2011. Filed under: Attualità e politica, Politica | Tag:, , , |

Manifestazione Venezia 13 febbraio 2011

Manifestazione Venezia 13 febbraio 2011

Oggi ho accompagnato mia moglie e sua sorella alla manifestazione “Se non ora quando?” indetta dalle donne italiane che non si riconoscono nello stereotipo della donna oggetto del potere maschile.

Le donne che pensano di valere non solo il proprio corpo, ma anche per la propria intelligenza, sensibilità e capacità. Sono stato in una delle tante iazze oggi gremite da quel fiume di donne e uomini che reputa che il modello di uomo e di società incarnati e promossi dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi non possa essere superato da uno più rispettoso di tutti e di tutte.

Mi sono trovato in un abiente piacevole e ironico (un sacco di parenti di Mubarak, anche se ora non so se questa parentela sia un vero vantaggio…) con anche un po’ di musica e spettacolo. Non c’erano sigle di partito e il movimento portava univocamente solo il messaggio sulla dignità delle donne.

Non era quindi purtroppo ciò che serve all’Italia oggi e cioè non solo che le donne si ribellino contro la relegazione a comparse che il potere impone loro, ma una vera rivoluzione culturale che spazzi via una buona parte della classe politica che ci governa. Una volta tanto dovremmo imparare dal Maghreb e non lasciare la piazza fino a che il dittatore non abbia lasciato il potere.

Mentre centinaia di migliaia di donne scendevano in piazza, comunque, Nicole Minetti, accusata di induzione e sfruttamento della prostituzione e autrice di sms di gran classe,  apriva il suo nuovo blog:  Il favoloso mondo di Nicole.

Probabilmente ha ragione a spingerci a non demonizzare il la ricerca della bellezza, ma manca decisamente il punto rispetto al fatto che le donne devono poter ambire ai posti di responsabilità che meritano senza dover dipendere dal signore di turno.

Marco

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BURQA BURQA DELLE MIE BRAME…

Posted on ottobre 28, 2009. Filed under: Attualità e politica | Tag:, , |

… chi è la più libera del reame?

(dialogo immaginario e semiserio con la Ministra Mara Carfagna)

Donne in burqa

Donne in burqa (da: http://www.msnbc.msn.com/id/15766750/ - Christopher Furlong/Getty Images)

Mi è capitato di riflettere comparando il mio post precedente sulle pratiche matrimoniali in Benin, con l’articolo apparso il 13 ottobre sull’ottimo “Il Fatto Quotidiano” a firma dell’ottima Elisa Battistini.

Il filo che lega i due pezzi è una frase della Ministra (insomma si dice Ministra o Ministro? Boh… facciamo Ministra che a proposito fa tanto donna emancipata…). Dice: “Il fenomeno [del burqa nelle scuole] è sintomo di scarsa istruzione”. Più o meno quello che diceva Mons. Pascal N’Koue a proposito dei matrimoni forzati. La premessa insomma è identica, ma l’atteggiamento che ne consegue mi sembra diametralmente opposto: Lì si investe (o si tenta di investire) nell’istruzione, qui si vieta il burqa. Preciso che non voglio parlare di sicurezza: mi fermo all’aspetto “culturale” sollevato dalla Superministra.

Dunque Ministra: la “scarsa istruzione” di chi? Nostra o delle ragazze con il burqa? E se fosse di entrambi? E’ vero, chissà quante ragazze ignoranti sono costrette a mettere il burqa, ma… Ministra, per favore guardiamoci un attimo negli occhi reciprocamente sbarrati. Lo sappiamo che cos’è il burqa? Lo sappiamo perchè si mette? Quanti tipi ne esistono? Chi l’ha inventato e introdotto nella cultura islamica, e perchè?

Io non ho problemi ad ammettere che non lo so; ho alcune informazioni ma a mio parere frammentarie e scarse (ringrazio chi vorrà integrarmele). E lei? Si dice allarmata per la condizione delle immigrate, ma lei si allarma per la condizione delle loro coetanee italiane che si prostituiscono per una ricarica di cellulare? Quali sono i “simboli di sottomissione” nel nostro civilissimo paese? Solo il burqa o c’è dell’altro?

Ministro, invece di “vietare l’espressione di tradizioni, culture e modi di trattare le donne incompatibili con i nostri” (testuale), non sarebbe meglio avviare un dialogo finalmente serio con queste culture per eliminare insieme e da entrambe le parti tradizioni e culture incompatibili con i diritti umani ma anche con la dignità delle donne? O pensa che le nostre siano tutte “compatibili”? E soprattutto – come al solito – chi siamo noi per decidere cosa è “compatibile” e cosa non lo è? Io nel post sul Benin mi sono quantomeno posto il problema, e stavo parlando di tradizioni forse più sconcertanti del burqa.

Su una cosa non sono d’accordo con la Battistini. Quando dice “Una battaglia giusta, quella dell’emancipazione femminile. Che il velo diventi il suo simbolo è però una semplificazione”. Non è una semplificazione: è una sciocchezza. Ho conosciuto personalmente donne velate immensamente più emancipate di tante italiche ragazze con la pancia emancipata in fuori.

A questo punto, per tagliare la testa al toro, sarebbe tanto semplice metterci d’accordo con la ministra una volta per tutte su cosa intendiamo per “emancipazione”. Ma qui subentrano fattori che renderebbero probabilmente impossibile l’accordo. Ministra, abbia pazienza, io ci metto anche tutta la buona volontà, posso anche essere convinto delle sue serie intenzioni e buona fede, ma parliamoci chiaro: che credibilità ha una “calendarista” che affronta questi temi? E per favore non tiriamo fuori la solita storiella del “scurdammoce ‘o passato!” Insomma io cerco di mettermi nei panni (che fatica!) di una ragazza islamica col suo bel velo che ascolta il suo discorso: diciamo che mi viene da sorridere. Anche la Battistini vede oltremodo semplicistico “giudicare una cultura pensando alle donne che si spogliano per fare un calendario”. Siamo già in due: quanti altri ce ne sono?

Ministra Carfagna, non me ne voglia: è la solita questione dell’uovo e della gallina. Non sono io che ce l’ho con lei perché faceva i calendari (ci mancherebbe: era pur sempre un bel vedere!…), ma è lei che, come del resto “altri” prima di lei, si è (liberamente? Spero almeno consapevolmente!) messa a fare un mestiere “incompatibile” (aridaje) con quello precedente, se non altro in termini di credibilità. Trattandosi tra l’altro di uno dei mestieri più difficili ed “alti”, è un bel problema per lei, ma se lo deve risolvere se vuole essere ascoltata da teste anche solo minimamente pensanti.

Un momento: “…se vuole essere ascoltata da teste…” Ecco! Ha ragione! Forse la soluzione è tutta qui: ma chi se ne frega delle teste pensanti? Lei intanto le spara, qualcuno sicuramente raccoglierà…

Auguri Ministra, e buon lavoro!

Alvise

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ANCORA SULL’AFRICA: COSTUMI DA COMBATTERE NEL BENIN

Posted on settembre 24, 2009. Filed under: Attualità e politica, Cultura | Tag:, , , , |

Immagine

Baobab

Questa volta la sorte mi ha fatto incontrare Mons. Pascal N’Koue, vescovo della Diocesi di Natitingou nel nord del Benin, con il quale abbiamo fatto un’interessante chiacchierata in auto da Vittorio Veneto a Rovigo. Intanto toglietevi dalla testa l’immagine del porporato con aria serafica che impartisce benedizioni (uno così non avrebbe osato salire sulla mia auto: almeno un Mercedes, altro che Opel Zafira! A metano poi!). Macchè: anche Mons. Pascal indossa la “tuta mimetica”.

In realtà lo avevo già conosciuto perché da qualche anno sto collaborando ad alcuni progetti di sviluppo proprio nella sua zona. Ma questa era la prima volta che avevo l’occasione di parlare con lui a quattr’occhi (facendo attenzione alla strada…).

Pratiche da estirpare: il matrimonio forzato e l’uccisione dei bambini “strani”

L’ultima idea che stiamo concretizzando negli ultimi mesi è un progetto di costruzione e avvio di una scuola nel villaggio di Matéri, destinata a ragazze giovani e giovanissime della sua Diocesi, vittime del fenomeno del “matrimonio forzato”. L’idea in sostanza è quella di combattere questo malcostume garantendo a tutti, ma soprattutto alle femmine, un’adeguata istruzione, che lo stesso Mons. Pascal ritiene fondamentale per far uscire la sua gente dal degrado economico e sociale nel quale si trova.

Nell’antica tradizione Berba infatti una ragazza è destinata a sposarsi, ed il suo matrimonio è legato alle scelte della famiglia. In questo sistema, la famiglia X dà una ragazza alla famiglia Y e viceversa. La pratica del matrimonio forzato è molto diffusa, e per questo volutamente proibita da numerosi documenti internazionali. A partire dalla “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo” (ONU, 1948), che all’articolo 16 cita “il pieno e libero consenso delle parti” quale fondamento del matrimonio; alla “Convenzione sul consenso al matrimonio, sul limite di età al matrimonio e sulla registrazione dei matrimoni” (ONU, 1964), che fissa a 15 anni (art. 2), salvo casi specifici previsti dalla legislazione nazionale, il limite minimo di età per contrarre matrimonio.

Trattandosi di una pratica tradizionale, diffusa a macchia di leopardo e svolta per lo più in zone rurali e remote, è molto difficile fornire dati ufficiali, come rileva S.H. Umemoto, nel suo studio “Il matrimonio precoce” (Istituto degli Innocenti – Firenze, 2001). Anche Umemoto, come Mons. Pascal, afferma che una delle best practices per cercare di arginare il fenomeno sia proprio la scolarizzazione.

Il progetto che stiamo portando avanti in Benin si prefigge esattamente di combattere questa piaga culturale attraverso l’accesso all’istruzione primaria delle vittime di tale pratica. Si osserva infatti che le ragazze scolarizzate normalmente sono esentate dal fenomeno. Le ragazze con un minimo di istruzione si sottraggono a questa tradizione perché si aprono alle relazioni: il cambiare mentalità permette loro di acquisire anche la consapevolezza e la conoscenza delle istanze giuridiche per difendersi. Di conseguenza, mentre nel passato questa usanza matrimoniale si applicava alle ragazze attorno ai 18 anni, oggi purtroppo si registra una tendenza drammatica per cui, per evitare la loro scolarizzazione, le famiglie usano farle sposare o promettere in spose già giovanissime (tra i 7 e i 10 anni), età in cui vengno introdotte direttamente nella famiglia del futuro sposo, spesso senza conoscerlo (come avviene in molte altre culture). Ciò dimostra quanto le stesse famiglie temano lo sradicamento dell’ignoranza. Dal 2000, secondo le informazioni delle Suore Teatine di Matéri, il 98% delle ragazze che fuggono da queste situazioni hanno un’età compresa tra i 10 e i 14 anni, tutte assolutamente prive di istruzione scolastica.

E’ evidente che una bambina che tra i 7 e i 10 anni si ritrova sbalzata in una tale situazione salta brutalmente le tappe progressive della sua maturazione umana per diventare prematuramente sposa. Segnata e distrutta psicologicamente.

Per sfuggire a queste situazioni, molte bambine fuggono dalle loro famiglie per rifugiarsi nelle strutture caritative della Chiesa Cattolica, oppure, quando sono già grandi, disperate diventano candidate all’emigrazione, per la gioia di Bossi & C.

Va detto che la Chiesa in Africa lotta contro questo costume antico da circa 30 anni, cercando fare in modo che la donna ritrovi in questa regione la sua dignità persa. Tuttavia questo messaggio passa difficilmente in una regione dove la popolazione è all’80% analfabeta.

La cosa a mio parere paraddossale è che la pratica del matrimonio quantomeno “combinato” era molto diffusa in alcune zone della cattolicissma Italia anche fino a non più di 30-40 anni fa (guarda caso in zone in cui il tasso di analfabetismo era molto alto…). Questo rappresenta insieme un monito alla Chiesa a riflettere ancora una volta sulle proprie pratiche passate, ma anche un messaggio di speranza per le popolazioni africane: un altro matrimonio è possibile!

Chiacchierando con Mons. Pascal, scopro altre pratiche, diffuse nella sua Diocesi e non solo, che mi lasciano sconcertato. Una di queste è quella per cui i bambini e le bambine che non nascono “regolari” vengono uccisi. Attenzione: per “regolari” non intendo solo con malformazioni o malattie più o meno gravi: è sufficiente che nascano podalici per essere considerati “spiriti malvagi” o cose del genere, e quindi una iattura per la famiglia e per l’intera comunità del villaggio. Di conseguenza in caso di parto podalico viene chiamato subito un personaggio (una specie di stregone) che arriva e provvede all’eliminazione fisica del neonato.

Che fare?

Ora qui come al solito la faccenda si fa delicata. E’ giusto intervenire sulla cultura locale per combattere queste usanze che noi occidentali non esitiamo a definire barbare?

Per Mons. Pascal si ripropone quello che si diceva con don Miguel del Perù (che a proposito vi saluta tutti in attesa di poterci leggere regolarmente grazie ai pannelli solari che gli dovrebbero arrivare). Nel senso che va fatto un lavoro delicatissimo e difficilissimo di combinazione tra la salvaguardia della vita, della dignità della donna, e della libertà di contrarre matrimonio con chi si vuole, e la tradizione e la cultura locale. Per questo tutti gli sforzi e le risorse che abbiamo a disposizione vorremmo impiegarli per garantire comunque istruzione a tutti. Soprattutto in questo caso appare chiaro che l’istruzione è e deve essere la base dello sviluppo integrale della persona, non tanto per la quantità di informazioni che si possono acquisire (che, ricordo, potrebbero essere anche sbagliate!) ma quale strumento per dare a tutti gli esseri umani la possibilità di operare scelte cosapevoli. Insomma a me piacerebbe che i bambini dei villaggi del Benin potessero conoscere la propria cultura e la propria storia, praticare le proprie usanze, senza per questo essere costretti a veder uccidere i loro fratelli e sorelle. Chissà se ce la faremo.

E poi, ci sono le ONG internazionali che operano nel Benin, molte francesi o comunque di paesi “economicamente e socialmente sviluppati”. Mons. Pascal mi riferisce che alcune (troppe) di esse in modo molto sottile favoriscono l’eliminazione dei bambini “non normali”. Il messaggio indiretto che passano nei villaggi è questo: “voi siete in tanti, non c’è cibo a sufficienza, quindi se una parte della popolazione viene sterminata alla nascita non è così male per voi…”

Di aumentare le risorse perché tutti abbiano da mangiare e possano istruirsi non se ne parla nemmeno.

Aspetto vostri commenti, nel frattempo vedrò di convincere anche Mons. Pascal a mandarmi qualcosa ogni tanto, così la rete internazionale degli amici di Ricostituente si allarga…

A presto.

Alvise

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FLESSIBILITÀ AL FEMMINILE

Posted on giugno 17, 2009. Filed under: lavoro | Tag:, , , , , |

Categorizzare il concetto di flessibilità è impossibile e, soprattutto, poco saggio. È indubbia, in ogni caso, la facilità con la quale tale condizione può assumere una connotazione negativa.

Due sono i modi principali di intendere (e di volere) la flessibilità: da un lato come uno smantellamento del sistema di welfare e come creazione di un esercito di lavoratori precari, dall’altro – in accordo con quelli che erano gli obiettivi della legge Biagi – come un modo per favorire l’emersione del lavoro nero, per regolare le collaborazioni e per creare una categoria di lavoratori (che potremmo chiamare professionals) che sfruttando i rapporti flessibili si costruiscono, attraverso esperienze e formazione, una forte spendibilità all’interno del mondo del lavoro.

Flessibilità donne

Flessibilità donne

Il problema, a questo punto, consiste nella possibilità di comprendere quando la flessibilità cede il posto alla precarietà e quando possiamo parlare di flessibilità virtuosa. In un mutato contesto economico, dove perfino i confini delle organizzazioni diventano poco identificabili, quando un lavoratore è flessibile (si muove da professional in più aziende) e quando è precario (viene sbalzato da un posto di lavoro all’altro)?

A questi e a tutti gli altri argomenti che si possono portare sul tema (pensiamo ad esempio alla proliferazione di contratti co.co.pro. che di progetto non hanno nulla, e a tutte quelle forme di flessibilità “malata” introdotte e in qualche modo regolarizzate dalla Legge Biagi), si aggiunge un ulteriore fattore di complessità quando si osserva il mondo del lavoro al femminile. La domanda, a questo punto, diventa: cosa rappresenta la flessibilità per le donne lavoratrici? In che modo influisce, in positivo e in negativo sulla creazione dell’identità professionale e personale?

L’ambivalenza in questo caso si traduce nel fatto che per una donna la flessibilità può essere un vantaggio nel momento in cui si traduce in opportunità di gestire e conciliare al meglio esigenze personali e lavorative, anche con lo scopo di impedire l’obsolescenza delle competenze durante il periodo dedicato alla cura della famiglia con il rischio di trovare forti barriere al rientro nel mercato del lavoro (ad esempio dopo la maternità). Ma è sicuramente uno svantaggio quando si traduce in modalità di lavoro non scelte volontariamente o che non permettono mobilità occupazionale sia verticale (con promozioni) che orizzontale (verso altri tipi di lavoro, anche con prospettive di trasformarsi in occupazione a tempo pieno).

Un esempio emblematico è il lavoro part time al rientro dalla maternità. Per quante donne si tratta di una scelta e per quante di un percorso obbligato? Quanto il conferimento del part time da parte dell’azienda risponde alla precisa volontà di favorire la conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro e quanto, invece, risponde all’obbiettivo implicito di ridimensionare il ruolo e la responsabilità di lavoratrici considerate ormai disinformate e condizionate da impegni familiari per poter investire nel lavoro al cento per cento le proprie potenzialità?

Precarietà

Precarietà

Difficile rispondere alla prima domanda. Tuttavia diversi studi ci raccontano che la maggior parte delle donne non usufruisce del periodo di astensione facoltativa per maternità. Le cause di tanta riluttanza sono molteplici e si riferiscono, in prima battuta, a motivazioni economiche (la nascita di un figlio crea senza dubbio un aumento dei bisogni familiari e delle spese). Tuttavia, le motivazioni riguardano anche la preoccupazione per il fatto che il rimanere per troppo tempo assenti dal luogo di lavoro possa comportare rallentamenti nello sviluppo della carriera o un reinserimento faticoso dovuto sia ai possibili cambi di mansione sia ad una diversa considerazione della propria disponibilità a investire energie nella sfera professionale.

Questa considerazione apre la strada ad una questione ancora poco considerata: nel mondo del lavoro per le donne persistono delle dinamiche segreganti che impediscono la concreta possibilità di avere pari opportunità di sviluppo professionale. La flessibilità necessariamente gioca un ruolo negativo in un contesto nel quale il sistema delle carriere non premia le competenze, ma piuttosto l’adeguamento a un modello di coinvolgimento totale nel lavoro a danno della vita personale, che coincide con un modello tipicamente maschile.

È evidente quanto questo possa influire sulla vita professionale delle donne: alla necessità di rapporti flessibili si accompagnano ruoli e mansioni connotati da minori responsabilità e prestigio proprio perché il tempo dedicato al lavoro (sia esso parziale o gravato da interruzioni per maternità o altri motivi personali e familiari) non viene ritenuto sufficiente.

A questi problemi tentano di rispondere le politiche sociali e le cosiddette azioni positive, le quali si propongono di appiattire il divario tra la situazione occupazionale femminile e quella maschile (vedi la Legge 8 marzo 2000, n. 53). Ma l’attenzione al problema è ancora largamente insufficiente e, ancora più scarsa, è la diffusione di una rinnovata visione del reinserimento e dell’accompagnamento delle donne uscite dal mercato del lavoro.

Compito delle istituzioni, in particolar modo del sindacato è, a partire da una riflessione più attenta sui mutamenti del mercato del lavoro, sulla struttura sociale e sull’universo dell’occupazione femminile, rappresentare in maniera adeguata la crescente varietà e variabilità di situazioni personali e professionali delle donne.

Ilaria

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Un nuovo ordine

Posted on aprile 29, 2009. Filed under: Cultura | Tag:, , |

Sento parlare spesso di come sia triste vedere l’affermarsi il mito delle veline/vallette/belle giovani donne famose in virtù solo di questo, di come sia riduttivo per le donne, di come sia sintomo di un modo nuovo e sempre più radicato di vedere le donne nella società ( non solo da parte degli uomini, ma delle donne stesse). D’altra parte l’assunzione di atteggiamenti maschili per cercare di avere più possibilità nel mondo del lavoro e la connotazione positiva che suscita in alcuni (il classico “è una donna con le palle”) così come il sostenere che uomini e donne siano o meno uguali, sono atteggiamenti che continuo a vedere al centro di infinite discussioni. Il dibattito legato al ruolo della donna nella società sarebbe troppo ampio per racchiuderlo in un semplice post, ma come ci suggerisce Luisa Muraro mi impegnerò lo stesso per mischiare sacro e profano e provocare le vostre reazioni, perchè è necessario impegnarsi «per ottenere il meglio al massimo delle proprie forze, sapendo che il risultato non dipenderà dai nostri sforzi ma ci verrà incontro, sorprendente come un regalo splendido e inatteso». Regalo splendido e inatteso è stata anche la bella intervista a Laura Boldrini, portavoce dell’alto commissariato dell’ONU per i rifugiati, ieri sera a Parla con me. Anche se il tema non era certo dei più allegri, non ho potuto non riscuotermi dal torpore con cui generalmente si guarda la tv a quell’ora quando, dopo averne introdotto i successi professionali e gli incarichi più eclatanti, Simona Dandini a chiesto alla Boldrini se c’era altro che voleva si sapesse di lei. Laura Boldrini, una bella signora piuttosto giovane, posata ed elegante ha riposto semplicemente: “Ho anche una figlia, degli amici…” interrotta dall’applauso forse un po’ sorpreso, ma colpito del pubblico e della conduttrice. Una donna di successo che ha parlato di come la sua maternità le abbia permesso di diventare una persona migliore, più sensibile, più adatta e capace nel suo lavoro, pur con le difficoltà che organizzare carriera e figli richiedono. Non vi racconterò il resto dell’intervista, peraltro molto interessante, che potete guardare nel sito che vi ho segnalato sopra. La vera notizia secondo me in queste poche righe non è solo che una donna di successo è anche orgogliosa di essere madre e di avere una vita fuori dal lavoro; la vera notizia è la semplicità e la tranquillità con cui l’ha detto, con cui lei stessa sembra vivere la sua complessità di donna. Senza dire che è facile, ma semplicemente facendolo. Un nuovo modo di vedere noi stesse è possibile e la possibilità di realizzarlo è anche a portata di mano, il vero nuovo ordine non sono le veline, sono le persone che rifuggono le restrittive categorie e costruiscono le proprie, uomini, donne, individui! Sarò anche un’ottimista, ma le vedo intorno a me le persone che hanno deciso di vivere meglio, di cambiare gli aspetti negativi dei mondi che frequentano e che lo fanno per ora silenziosamente, perchè ammettiamolo, ci si sente degli inguaribili idealisti a imamginare con se stessi di cambiare le cose… Forse è ora di fare un passo avanti e di confrontarci su come cambiare il mondo, perchè come dice Luisa Muraro in un’intervista che ho letto su Donnealtri, “Per ottenere di più di ciò che abbiamo, occorre chiedere di più.”

E io mi dico, perchè no?

Caterina

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Contro la violenza sulle donne

Posted on novembre 25, 2008. Filed under: Attualità e politica | Tag:, , , |

La giornata mondiale contro la violenza sulle donne è stata istituita in relazione ad un fatto accaduto nella Repubblica Dominicana il 25 novembre del 1960. All’epoca il Paese era governato dal dittatore Trujillo e tra chi vi si opponeva vi erano anche le tre sorelle Mirabal. Quel giorno i militari inviati dal dittatore le pugnalarono e le strangolarono. In ricordo di questo evento nel 1999 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha dichiarato il 25 novembre giornata mondiale per l’eliminazione della violenza sulle donne.

Cartellone che invita a denunciare le violenze a Monrovia in Liberia

Cartellone che invita a denunciare le violenze a Monrovia in Liberia

Oggi nel mondo una donna su tre ha subito violenza una volta nella propria vita. Le violenze perpetrate sono fisiche, sessuali o psicologiche. Per le donne di età compresa tra i 15 ed i 44 anni la violenza è la principale causa di morte o disabilità. Per fermare tutto questo è attiva una campagna mondiale di sensibilizzazione al sito www.saynotoviolence.org.

Molte delle violenze subite non vengono denunciate per timore di ritorsioni o perché vissute come “giuste” e questo, ovviamente, anche laddove esistono norme sanzionatorie, rende molto difficile punire i colpevoli.

Anche in Italia le violenze sulle donne sono comuni. Dalla ricerca dell’ISTAT dello scorso anno risulta che oltre 14 milioni di donne italiane sono state oggetto di violenza fisica, sessuale o psicologica nella loro vita. La maggior parte di queste violenze arrivano dal partner (come il 69,7% degli stupri) e la grandissima maggioranza (oltre il 90%) non è mai stata denunciata.

Le statistiche però non fanno sentire la gravità del problema come invece alcun storie di violenza riportate qui.

Una nota positiva: a sollevare questa questione e farsi carico del problema non ci sono solo donne, ma anche uomini. Una serie di gruppi di uomini in Italia, alcuni dei quali riuniti nel network nazionale maschileplurale riflettono sulle condizioni sociali, culturali ed istituzionali –il patriarcato- che contribuiscono alla violenza sulle donne. Nei gruppi di maschileplurale si ricerca e si promuove un modo di stare al mondo tra donne e uomini che sia rispettoso di tutti e che ricerchi la libertà di ciascuno attraverso relazioni di ascolto reciproco. A titolo esemplificativo potete leggere questo comunicato.

In questo quadro vogliamo far notare che la violenza tra un uomo ed una donna può nascere perché spinta dal contesto o comunque perché la relazione tra l’uomo e la donna non è completa. Spesso uomini e donne non si parlano, ciascuno chiuso nel proprio ruolo. Questo può evitare l’insorgere di alcuni conflitti ma quando questi avvengono sono meno gestibili. Riteniamo che la costruzione di relazioni fondate sulla comunicazione e sul rispetto possa essere un sistema efficace per evitare le violenze. In quest’ottica ciascuno deve fare la sua parte: le donne devono stare più vicine agli uomini e gli uomini devono imparare a chiedere aiuto. Noi cerchiamo di farlo assieme ad altre persone dell’associazione Identità e differenza di Spinea (VE).

Alessandra e Marco

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