MA E’ PROPRIO VERO CHE SIAMO USCITI DALLA CRISI MEGLIO DEGLI ALTRI?

Posted on marzo 6, 2010. Filed under: economia | Tag:, , |

Andamento del PIL nei principali paesi dell'euro.Si è fatto un gran parlare sui giornali della tenuta dimostrata dall’economia italiana durante la crisi del credito. Più esponenti del governo hanno ripetuto che ce la siamo cavata meglio degli altri Paesi europei, il che ci farebbe sperare in una ripresa rapida e duratura. Se dovessi giudicare dalle mie impressioni di italiano all’estero, direi che non è esattamente così: gli italiani con cui ho a che fare mi sembrano preoccupati per il futuro almeno tanto quanto gli inglesi, nonostante l’effetto devastante che il credit crunch ha avuto sulla vita economica di Londra. Così ho pensato di dare una rapida occhiata ai numeri.

Ho preso i dati dell’OCSE sulla contabilità nazionale e ho controllato il tasso di crescita trimestrale del PIL, il principale indicatore della salute dell’economia, delle cinque più grandi nazioni dell’Europa occidentale. La prima conclusione è che la crisi ha avuto un effetto molto simile sui cinque Paesi o, in altre parole, che i cicli economici sono molto allineati. Perfino il PIL della Gran Bretagna, che non fa parte dell’unione monetaria, ha avuto lo stesso andamento degli altri.

In secondo luogo, la Germania e la Francia sono emerse dalla recessione prima di tutti gli altri (nel secondo trimestre del 2009). L’Italia ha fatto molto bene nel terzo trimestre del 2009 ma per il resto non sembra spiccare come la nazione che se l’è cavata meglio di tutte. Anche in confronto a Gran Bretagna e Spagna, abbiamo fatto meglio nella fase di inizio della ripresa ma abbiamo sofferto di più (particolarmente rispetto agli spagnoli) nel punto più profondo della crisi. In conclusione, al massimo si può dire che non ne siamo usciti peggio degli altri ma niente di più.

Eppure il nostro sistema bancario sembra meno esposto degli altri ad una crisi generata inizialmente dall’esposizione a complessi prodotti strutturati, come spiega un articolo del Financial Times dell’anno scorso. Nessun altro settore bancario è così legato ai depositi dei piccoli risparmiatori come il nostro, come non si stancano di ripeterci gli ottimisti. Cosa ne pensano i mercati finanziari?

Gli investitori si fidano meno del governo italiano come debitore, rispetto a quasi tutti gli altri Paesi dell’euro. Infatti, secondo Bloomberg al momento attuale il Tesoro deve pagare un tasso di interesse intorno al 3.95% per farsi prestare soldi attraverso un’obbligazione (un BTP) per dieci anni. Alla Germania basta pagare un interesse del 3.16%. Poiché i titoli di stato si equivalgono (stessa scadenza e stessa valuta), la differenza viene di solito attribuita al diverso rischio di fallimento dei due emittenti. Per fare un paragone, la Grecia sull’orlo del tracollo è arrivata ad un tasso del 6.06%. Rispetto all’Italia, la Spagna è messa leggermente meglio (3.86%). E la Francia paga ancora poco più del governo tedesco sul debito del tesoro (3.44%).

In conclusione, se dovessimo guardare meramente ai numeri, la conclusione sarebbe che non siamo messi meglio degli altri. Anzi, a ben guardare c’è poco da stare allegri.

Giulianosq

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Incentivi auto e politiche industriali

Posted on marzo 1, 2010. Filed under: Attualità e politica, economia | Tag:, , , , |

Torno a parlare di auto. La volta scorsa la “partita” era tra Italia e Germania, oggi vorrei cambiare avversario: parliamo della Francia, dei nostri amatissimi cugini mangiarane. Detto con simpatia naturalmente.

Lo spunto viene da una notizia del 17 febbraio scorso. Come avrete sentito, il Ministro Scajola ha dichiarato ufficialmente in Parlamento che per quest’anno gli incentivi per l’acquisto di auto nuove non ci saranno. Di questa dichiarazione si è parlato lo stesso giorno nel corso della trasmissione radiofonica “Caterpillar” su Radio Rai 2. Ospiti telefonici una cittadina italofrancese “corrispondente di Caterpillar” e il Direttore di Quattroruote Mauro Tedeschini. Nel dibattito si accennava al regime degli incentivi vigente in Francia.

Ora direte: “il solito disfattista! Eccolo con l’erba del vicino che è sempre più verde, e con l’Italia che è uno schifo, e bla bla…”. Che volete che vi dica? Non posso farci niente: ancora una volta, ascoltando ciò che succede all’estero, non solo provo un senso di rabbia e – diciamolo pure – di invidia, ma mi domando perché abbiamo una classe politica tanto inetta da non essere nemmeno in grado di copiare le buone cose che si fanno al di là delle Alpi. Basterebbe così poco! Giudicate voi.

Intanto permettetemi una prima considerazione. Trovo sconcertante che un Ministro se ne esca con questa dichiarazione, dopo che il 27 gennaio (20 giorni prima appena) aveva dichiarato: “…noi intenderemo dare incentivi di minore entità per un periodo più breve, in modo che si arrivi ad esaurire il percorso degli incentivi”. Capirete che due dichiarazioni così discordanti anche se vicine nel tempo, e apparentemente innocue, creano invece quantomeno un po’ di scompiglio sia tra le case automobilistiche, sia tra i consumatori, con effetti che possono essere anche rilevanti sull’economia del paese.

Vabbè, ringraziamo il Ministro e veniamo al punto. Il Direttore di Quattroruote alla radio sosteneva che in pratica in Italia la questione “incentivi si – incentivi no” non è nient’altro che una bega tra il Governo e il più grande gruppo industriale del nostro paese. Il problema di fondo, secondo lui, era che mentre in Italia gli incentivi li pagano tutti i contribuenti ma sono studiati per servire alle imprese, in Francia (e nel resto del Mondo) gli incentivi sono pensati innanzitutto come una misura per aiutare i consumatori. Per cui è evidente, e a questo punto normale, che la Fiat e Marchionne abbiano preso la questione degli incentivi come un fatto personale. Abbiamo sentito negli ultimi giorni che l’Amministratore della Fiat, a chi gli rinfacciava il fatto che la sua azienda è sopravvissuta per decenni grazie a finanziamenti pubblici sotto varie forme, ha risposto facendo addirittura l’offeso. Ha detto in sostanza: “ah si? La Fiat sarebbe stata sempre foraggiata dallo Stato? Bene, d’ora in poi possiamo fare a meno dei vostri spiccioli sotto forma di incentivi…” Intanto vedremo come “possono fare a meno”, tanto eventualmente ne farà le spese qualche migliaio di operai e non certo Marchionne (vedi la vicenda Termini Imerese e la recente cassa integrazione per tutti gli stabilimenti). Ma il vero fatto che emerge, a prescindere che sia vero o no che la Fiat abbia vissuto finora di elargizioni statali, è la conferma di quanto dice Tedeschini: in Italia gli incentivi auto sono pensati per servire alle imprese, non ai consumatori. Beninteso: è chiaro che alla fine se ne avvantaggia anche il consumatore (e ci mancherebbe!), ivi compreso il sottoscritto (menomale che ho comprato l’anno scorso!), ma sto facendo un discorso più ampio su qual è il pensiero che sta dietro ad una misura di politica economica.

Insomma, mentre alla radio si diceva questa cosa tanto ovvia, ho pensato che siamo talmente abituati a questo modo di fare politica industriale, che non ci meravigliamo neanche più… Quindi già mi stavo “alterando” un poco, quando è arrivato il colpo di grazia dalla corrispondente francese (se non ricordo male tale sig.ra Marcelinò). Questa signora ha raccontato – notizia confermata da Tedeschini – che in Francia non ci sono incentivi per l’acquisto delle auto, ma una specie di “bonus malus”. Funziona così. Se si compra un auto utilitaria con bassissime emissioni, magari ibrida, si ha diritto ad un incentivo sotto forma di sconto sull’acquisto. Man mano che le emissioni e l’impatto inquinante del modello aumentano, diminuiscono gli sconti, e a partire da un certo valore c’è al contrario una sovrattassa, che aumenta proporzionalmente fino ad arrivare a cospicue somme per l’acquisto ad esempio di un SUV. Per chi come me è rimasto allibito, vorrei girare il coltello nella piaga riassumendo brevemente i vantaggi del sistema. a) è un sistema evidentemente a favore del consumatore (cosciente); b) è un sistema equo: toglie ai ricchi (e agli inquinatori) per dare ai poveri (e a coloro che stanno attenti all’ambiente); c) alla fine è effettivamente un incentivo anche per le case automobilistiche, ma solo per spingerle a produrre auto meno inquinanti (quindi a investire in ricerca, quindi ad assumere cervelli, quindi…); d) è in definitiva una misura di politica economica, ma anche ambientale… allora si può fare!; e) non ultimo: è un sistema che si autofinanzia! Meraviglia! si può replicarlo all’infinito e non c’è bisogno di salassi in finanziaria ogni anno!

Scusate, signori politici e governanti italiani… sì, sì, dico anche a voi del PD: ma un giretto in Francia, no? E mi raccomando: che sia a spese vostre, non sia mai vi venga in mente di pasteggiare a ostriche e Champagne. Anzi, passando, fate una tappa anche a Lourdes che potrebbe venirvi utile…

Alvise

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I FINANZIAMENTI PUBBLICI

Posted on gennaio 12, 2010. Filed under: Attualità e politica, Politica | Tag:, , |

Tanto per cominciare il nuovo anno con una ventata di ottimismo. Peraltro vedo che anche il post precedente di Marco non fornisce grandi speranze per il futuro…

Menomale che c’è Valerio che ha chiuso il 2009 alla grande!

Bene, so già che questo mio post provocherà tanti malumori, ma devo pur sfogarmi in qualche modo! Il fatto è questo: come molti di voi sanno, lavoro spesso su progetti (di cooperazione internazionale, formazione e altro) finanziati in tutto o in parte con fondi pubblici (Regione, Province, Unione Europea, Ministeri vari…). Perché dovrei provocare malumori? Perché alcuni di voi lavorano presso gli enti che erogano i finanziamenti! Insomma vorrei premettere a scanso di equivoci: non prendetela come un fatto personale, sto facendo un discorso generale. E poi non credo proprio che siate voi a poter aprire o chiudere i cordoni della saccoccia…

Schei

Insomma negli ultimi tempi, diciamo un paio d’anni, mi si sta facendo sempre più forte una sensazione. Mi sbaglierò, ma quando otteniamo dei finanziamenti, sempre più spesso mi pare che questo avvenga a prescindere dalla qualità delle proposte progettuali. In alcuni casi ho addirittura la sensazione (quando non la certezza) che i progetti non vengano nemmeno letti, ma che ci si soffermi, per dirla papale papale, sul “colore” o le simpatie politiche di chi propone l’iniziativa, o peggio su chi ci ha “presentato” al dirigente o al responsabile dell’ente finanziatore.

E’ evidente innanzitutto che una cosa del genere, per chi come me fa progetti di professione, è una cosa davvero svilente che porta la mia autostima a livelli prossimi allo zero! Tradotto: ma chi me lo fa fare di lavorare come un mulo per fare un buon progetto, se non è quello che conta perché il progetto venga finanziato?

Ma la cosa davvero triste su cui vorrei soffermarmi è l’ambiente in cui devo muovermi. Intendiamoci, non sto parlando di mazzette al dirigente o al papavero di turno per far passare il progetto (non credo arriverei mai a tanto!) Ma per certi versi sento che siamo regrediti a ben prima della caduta della cosiddetta “prima repubblica”. Si tratta di tutto un sistema di amicizie, calcoli, contropartite, compromessi (nel senso negativo del termine) a cui ormai quasi sempre ci si sente costretti se si vuole lavorare. Oltretutto, trattandosi il più delle volte di progetti da realizzare in paesi in via di sviluppo, viene davvero da chiedersi se valga ancora la pena lavorare con i finanziamenti pubblici… volete già la risposta? No, non varrebbe la pena, ma il più delle volte non ci sono alternative.

Sono troppo idealista? Forse, ma a parte le considerazioni personali sul valore della mia professionalità, non posso e non voglio (ancora) rassegnarmi ad un sistema in cui “se non hai le amicizie giuste non lavori”, anche se “è sempre stato così”. Anzi proprio per questo, non sarebbe ora di cambiare? Ma cambiare sul serio, non come vorrebbe un Ministro della Repubblica che, dopo essersi guadagnato l’esame di Stato in un ambientino “facile”, giura solennemente che d’ora in poi “verrà premiato il merito”!

Attendo con ansia i vostri commenti. Se confermeranno tutti le mie sensazioni, avrò due strade davanti:

1)     Emigrazione in un paese ugualmente scalcagnato, ma almeno un po’ più efficiente e dignitoso

2)     Permanenza in Italia previa iscrizione a tutti i principali partiti politici, per l’utilizzo della tessera giusta di volta in volta 

A presto e buon 2010 a tutti!

Alvise

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ATTENZIONE ALL’AMBIENTE E POLITICHE PER LA FAMIGLIA

Posted on novembre 27, 2009. Filed under: Ambiente, Cultura | Tag:, , |

Direte: “e che c’entrano l’attenzione all’ambiente con le politiche per la famiglia?” Aspettate a leggere, uomini e donne di poca fede! Intanto datemene atto: finalmente mi sono deciso a parlarvi di questi benedetti pannolini lavabili!

Devo dire che diversi fattori hanno “sbloccato la situazione”.

Innanzitutto sappiate che dal 21 al 29 novembre c’è la “Settimana europea per la riduzione dei rifiuti”. Tanto per introdurre l’aspetto di cui vorrei parlare: qualcuno lo sapeva? Qualcuno sa di cosa si tratta? È stata adeguatamente pubblicizzata? Non credo, perciò vi invito intanto a visitare il sito http://www.ecodallecitta.it/menorifiuti/index.php

Per chi non l'ha mai visto, ecco un esemplare del famigerato "lavabile"

Poi naturalmente ci sono state le vostre “pressioni”, anche in occasione dell’ultima cena ricostituente. Ancora non ho capito il perché di tanto interesse da parte di chi non ha nemmeno figli, ma va benissimo: mi sembrano comunque informazioni che vale la pena diffondere.

Infine il recente inizio per mia figlia Alessia dell’esperienza del nido. Ottima sotto tanti punti di vista, non ultimo il fatto che Alessia abbia non solo accettato da subito il primo “distacco”, ma lo abbia fatto con entusiasmo. Segno che l’ambiente è accogliente (oppure è l’Alessia che è un mito?). Tuttavia dal lato “ecologia” ho avuto le notizie non buone che trovate più avanti.

Andiamo con ordine. Intanto vi do subito il sito che dovete vedere se siete interessati al prodotto: www.ecobaby.it. La bibbia del pannolino lavabile.

Lo definirei un “broker” di pannolini lavabili, nel senso che dalla pagina si possono ricevere informazioni dettagliatissime (prezzi, modelli, colori, caratteristiche…), confrontarle, nonché naturalmente acquistare i diversi tipi di pannolini, dei diversi produttori (quasi tutti stranieri), con diverse modalità, con sconti-quantità, ecc. C’è inoltre la possibilità di conoscere ed acquistare tutto l’”indotto” e i prodotti della stessa linea: “mooncups” (gli assorbenti ecologici di grillina memoria), buste porta pannolini, vari accessori, ecc.

Non ultima, da notare la sezione più “filosofica” (nella homepage in basso, alla voce “Pannolini lavabili perchè?”), indispensabile per chi vuole capire cosa c’è dietro all’idea di usare pannolini lavabili, e per chi vuole farsi una cultura, anche con numeri e dati oggettivi.

In estrema sintesi, calcolando la somma di pannolini usa e getta che vengono utilizzati mediamente nella vita di un bambino, e confrontandoli con i vari sistemi lavabili, i vantaggi sono di 3 tipi: economico (il risparmio sull’acquisto), educativo (il bambino ad un certo momento con il lavabile sente il disagio del panno sporco e viene quindi invogliato a toglierlo prima rispetto agli usa e getta) e naturalmente ecologico (se le andate a vedere, le cifre fanno veramente paura!).

Sui primi due vantaggi nulla da eccepire. Vorrei soffermarmi proprio sul terzo per invitare a due riflessioni che vengono naturalmente dall’esperienza personale.

1) Non è così facile. Insomma, ho notato che finchè mia moglie era a casa dal lavoro, la procedura (cambiare il pannolino, sciacquarlo, metterlo da parte fino ad arrivare ad un numero sufficiente da mettere in lavatrice, fare la lavatrice, stendere i pannolini, riporli) pur essendo indubbiamente faticosa rispetto all’usare e gettare, era un “sacrificio” che si faceva molto volentieri per tutti i motivi di cui sopra. Devo dire che eravamo arrivati ad un’organizzazione veramente efficace ed efficiente. Ma tutto è cambiato con il ritorno di mia moglie al lavoro. Insomma si lavora entrambi a tempo pieno, torniamo a casa quando va bene entrambi alle 18, ci sono ovviamente mille altre cose da fare per la piccola, quindi la procedura dei pannolini lavabili oltrepassa molto spesso i limiti del possibile.

2) Viviamo in un ambiente non ancora culturalmente preparato. E qui torno al tema del nido. Quando abbiamo inserito Alessia al nido, ci è stato detto testualmente che i pannolini lavabili non erano ammessi, in quanto dopo il cambio avrebbero dovuto essere necessariamente conservati negli armadietti (che nel loro caso sono divisi in comune tra due bimbi). Niente da obiettare, ma mi pare evidente la mancanza di una cultura in questo senso. Ricordo che si tratta di una struttura comunale, all’avanguardia sotto vari aspetti (da sottolineare la mensa interna: una vera rarità che, oltre a garantire elevata qualità, abbatte notevolmente i costi). Ciononostante la struttura evidentemente non è (ancora?) attrezzata per promuovere tra le mamme la cultura del pannolino lavabile.

Che fare? Per questo secondo aspetto non resta che sensibilizzare. Le istituzioni, ma anche i singoli cittadini, le mamme, ecc. La lobby degli usa e getta non aiuterà di certo, ma ci si può provare. Del resto io nel mio piccolo lo sto facendo.

Invece per il primo aspetto la faccenda è più complicata. Verrebbe da tirar fuori le annose questioni delle “politiche per la famiglia” con cui tutti i nostri eccelsi parlamentari si riempiono la bocca, della possibilità concrete che hanno le donne (e gli uomini?) di conciliare davvero i tempi del lavoro con quelli della famiglia… voi che dite?

Io, quando faccio questo ragionamento, penso a quella puntata di Report di qualche anno fa, dove una mamma francese diceva che aveva diritto ad un anno di maternità obbligatoria, più l’eventuale facoltativa, più assegni progressivi in base al numero di figli che le garantivano – con tre figli – pressochè il suo stipendio mensile, più incentivi, più la possibilità del nido aziendale…

Limitandoci all’aspetto economico (non parliamo della qualità dell’ambiente con tutta quell’immondizia in meno), è da queste piccole cose che si vede la “catena virtuosa”. Nel nostro caso: “investire” nella mamma = incentivare l’abitudine ecologica = minore produzione di rifiuti = minore spesa per smaltirli

Troppo complicato? Sarà… ma intanto non mi risulta che in Francia il debito pubblico sia esploso come in altri paesi… vuoi vedere che si possono fare sul serio delle vere politiche per la famiglia senza andare in bancarotta?

A presto.

Alvise

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L’IRONIA NEL SUO MIGLIOR STILE

Posted on settembre 11, 2009. Filed under: Attualità e politica | Tag:, |

Riporto un articolo scritto con questo titolo da un medico brasiliano (il dott. Carlos Alberto Morales Paità) giratomi dall’amico Ottavio (quello del Burundi… affascinante questo villaggio globale!). In realtà si tratta di un messaggio che già da un po’ sta girando tra siti e blog italiani e stranieri. Mi sembrava comunque interessante per chi non lo avesse ancora letto.

mascherina

“PANDEMIA DI LUCRO

2000 persone contraggono l’influenza suina e ci si mette la mascherina… 25 milioni di persone con AIDS e non ci si mette il preservativo…

Che interessi economici si muovono dietro l’influenza suina?

Nel mondo, ogni anno, muoiono milioni di persone, vittime della malaria: i notiziari di questo non parlano… Nel mondo ogni anno muoiono due milioni di bambini per diarrea che si potrebbe evitare con un semplice rimedio che costa 25 centesimi. I notiziari di questo non parlano… Polmonite e molte altre malattie curabili con vaccini economici, provocano la morte di 10 milioni di persone ogni anno. I notiziari di questo non parlano…

Ma quando comparve la famosa influenza dei polli… i notiziari mondiali si inondarono di notizie… un’epidemia più pericolosa di tutte, una pandemia! Non si parlava d’altro, nonostante questa influenza causò la morte di 250 persone in 10 anni… 25 morti l’anno!!

L’influenza comune uccide ogni anno mezzo milione di persone nel mondo… mezzo milione contro 25. E quindi perché un così grande scandalo con l’influenza dei polli? Perché dietro questi polli c’era un “grande gallo”.

La casa farmaceutica internazionale Roche con il suo famoso Tamiflu, vendette milioni di dosi ai paesi asiatici. Nonostante il vaccino fosse di dubbia efficacia, il governo britannico comprò 14 milioni di dosi a scopo preventivo per la sua popolazione. Con questa influenza, Roche e Relenza, ottennero milioni di dollari di lucro.

Prima con i polli, adesso con i suini: e così adesso è iniziata la psicosi dell’influenza suina. E tutti i notiziari del mondo parlano di questo. E allora viene da chiedersi: se dietro l’influenza dei polli c’era un grande gallo, non sarà che dietro l’influenza suina ci sia un “grande porco?”.

L’impresa nord americana Gilead Sciences ha il brevetto del Tamiflu. Il principale azionista di questa impresa è niente meno che un personaggio sinistro, Donald  Rumsfeld, segretario della difesa di Gorge Bush, artefice della guerra contro l’Iraq…

Gli azionisti di Roche e Relenza si stanno fregando le mani… felici per la nuova vendita milionaria. La vera pandemia è il guadagno, gli enormi guadagni di questi mercenari della salute…

Se l’influenza suina è così terribile come dicono i mezzi di informazione, se l’Organizzazione Mondiale della Salute (diretta dalla cinese Margaret Chan) è tanto preoccupata, perché non dichiara un problema di salute pubblica mondiale e autorizza la produzione farmaci generici per combatterla?

Diffondi questo messaggio come se si trattasse di un vaccino, perché tutti conoscano la realtà di questa “pandemia”.

Dr. Carlos Alberto Morales Paità”

Piccola nota personale. Lunedì scorso sono stato all’incontro informativo tra il personale dell’asilo nido di Chirignago in cui inserirò mia figlia e noi genitori dei bambini. Come previsto, a tempo di record è scattata da parte di un genitore la domanda sul vaccino contro la famigerata influenza. La pediatra di comunità che segue l’asilo, che è anche titolare al consultorio ULSS di via Calabria a Mestre, ha in pratica ammesso che ad oggi la situazione non è per niente chiara. Negli ultimi giorni la stessa pediatra è stata infatti in contatto pressoché quotidiano con il responsabile tecnico dell’ULSS 12 – che fatalità è anche il referente regionale per queste questioni -, proprio per capirne qualcosa di più. In sintesi quello che ci ha comunicato per certo è: 1) checché se ne dica, il vaccino non è attualmente in commercio e pronto alla diffusione in quanto non sufficientemente testato; 2) per avere il vaccino testato e sufficientemente diffuso bisognerà aspettare almeno fino a metà novembre; 3) E’ in atto effettivamente una inspiegabile campagna allarmistica che nemmeno la stessa pediatra è riuscita a spiegarsi e a spiegarci (forse non aveva ancora letto il messaggio del dott. Morales Paità); 4) in alcuni casi bastano semplici accorgimenti per evitare contagi tra i bimbi (tipo lavaggio frequente delle mani, anche dei genitori; pratica che peraltro le educatrici del nido hanno sempre applicato su sua indicazione).

Questo suo ultimo consiglio mi ha fatto pensare che forse tra l’influenza suina e le normali influenze stagionali non ci sia così tanta differenza…

Ho la netta sensazione che non farò vaccinare mia figlia.

A presto.

Alvise

PS: lo so, devo raccontarvi dei pannolini!

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A CHI VANNO I “SOLDI PER L’AFRICA”?

Posted on luglio 23, 2009. Filed under: Uncategorized | Tag:, , , , , |

Qualche settimana fa, nel pieno dello “spettacolo G8”, ascoltando la radio in auto mia moglie se ne esce con una delle sue domande che ti stroncano e che ti fanno dire: “ma perché non ci ho mai pensato?…” Domande che, tra l’altro, sono una delle ragioni per cui l’ho sposata.

Alla radio stavano dicendo più o meno che “…gli 8 capi hanno ottenuto un grandissimo risultato: verranno stanziati 20 miliardi di Dollari in 3 anni per l’Africa…” Mia moglie allora mi chiede: “Ma chi è che rappresenta l’Africa?” Io dico: “se non sbaglio mi pare che al G8 ci sia l’Egitto…” “No, no – risponde lei – intendo proprio chi è il rappresentante ufficiale… Insomma, come per gli Stati Uniti c’è Obama…” Io rimango un po’ così, poi dico: “ma l’Africa non è uno Stato sovrano, è un continente composto da “tot” Stati sovrani… non c’è neanche un’organizzazione tipo Unione Europea che li raggruppi almeno in parte, c’è solo qualche accordo commerciale… che senso ha questa domanda?”

Quanti Dollari del G8 saranno arrivati a queste donne con i loro bambini?

Beneficiarie dei fondi stanziati dall'ultimo G8

E la domanda un senso ce l’aveva eccome! Insomma, nessuno si è mai domandato: “Ok, ci sono 20 mld di Dollari stanziati “per l’Africa”. Ma non essendo l’Africa uno Stato con il suo bel bilancio, la sua Banca Centrale, ecc, allora quanti soldi vanno al Congo? Quanti allo Swaziland? Quanti al Ghana, alla Repubblica Centrafricana, all’Eritrea, all’Egitto, al Burkina Faso? E alla piccola Guinea Equatoriale? E alla nostra amica Libia (che ne ha estremo bisogno per pattugliare le coste affinchè non partano i barconi in direzione Lampedusa)? Boh!

E cosa si fa con questi soldi? Chi controlla che “si faccia sul serio”? Riboh!

Qualcuno per la verità una questione l’aveva sollevata, anche durante il recente G8. Si diceva che in realtà durante tutti i G8/G14/G20/G198 i Paesi ricchi stanziano i “soldi per l’Africa”. Ma quanti? Come? Dove? Per fare che? Addirittura c’è stato chi questa volta ha insinuato che almeno parte di quei 20 miliardi fossero fondi già stanziati in precedenti G8 e mai erogati. Diciamo che non lo so, ma che se fosse vero non mi stupirei. Tra l’altro un amico del Benin recentemente mi ha confermato questa ipotesi.

Quanti? Come? Dove? Per fare che? Domande banalissime, ma pensateci bene: qualcuno vi ha mai dato su questo una risposta chiara? A me no. E dire che in qualche modo lavoro nel settore… Anzi a dire la verità un altro amico (Ottavio, che fa il missionario in Burundi, e che una volta mi aveva commentato un articolo su Ricostituente; sto cercando di convincerlo a mandarmi qualcosa sulla sua esperienza) qualche tempo fa mi ha dato una notizia abbastanza sconcertante. Mi ha detto che in Burundi la percentuale di APD (Aiuto Pubblico allo Sviluppo, quindi fondi della cooperazione internazionale) è attualmente ancora pari al 60% del PIL del Paese. Per chi fosse interessato e conosce il francese, mi ha anche fornito una fonte sull’argomento: http://imf.org/external/pubs/ft/fandd/fre/2002/06/pdf/heller.pdf

Ora, io come al solito mi ritengo un’ignorante, ma mi pare che ci sia qualcosa che non va in queste cifre. E la valutazione peggiora ulteriormente se penso che 10 anni fa il il Ministero della Difesa del Burundi spendeva il 39% del bilancio nazionale… oggi dovremmo essere ancora al 20% (che mi dici Ottavio?), anche se la guerra è, per così dire, “finita”. Restiamo quindi nell’attesa fiduciosa che qualcuno ci spieghi:

a)     Quanti soldi si spendono “per l’Africa” davvero ogni anno;

b)     Come vengono davvero utilizzati questi soldi, ma soprattutto…

c)      Quali Stati davvero beneficiano di questi “aiuti allo sviluppo”, e infine…

d)     Perché, dopo decenni di erogazioni, il numero di morti di fame continua a salire e l’unico settore in sviluppo è in genere quello militare…

Se conoscete qualcuno che queste risposte le sa, fatemi un fischio!

Buona estate a tutti

Alvise

PS: lo so, dovevo scrivere di pannolini lavabili con un’”intervista” alla mia espertissima moglie… portate pazienza arriverà anche quello. Nel frattempo, approfittando dell’estate, provvedete a procreare, altrimenti a che vi servono i pannolini?

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ITALIA – GERMANIA PARTE III – L’EPILOGO

Posted on giugno 11, 2009. Filed under: economia, Uncategorized | Tag:, , , , , , |

fiat-opel

fiat-opel

E’ vero, avevo pensato con Marco di mandarvi qualcosa sul terzo mondo e sulla cooperazione internazionale, ma dopo l’epilogo della vicenda Fiat – Opel, come potevo non concludere il discorso?

Dunque è andata male. Ma a chi, poi?

Insomma le perplessità che avevo sollevato nei capitoli I e II della “saga” rimangono tutte, eccome! E per giunta, letti alcuni commenti più o meno autorevoli, se ne aggiungono delle altre.

Intanto, con o senza Opel, la situazione degli operai italiani della Fiat non è affatto rosea. Gli altri fronti su cui è ancora impegnata la casa torinese (Chrysler – e di ieri il via libera del Governo USA -, ma anche Peugeot-Citroën e Saab) richiamano venti di tempesta per le prospettive occupazionali del nostro Paese, tattandosi sempre di aziende con cui ci sarebbero pericolose sovrapposizioni di mercato.

E poi ci sono le valutazioni degli esperti. Vi consiglio a tal proposito questo articolo. Tra i vari elementi che avrebbero influenzato l’affare, si citano la nostra atavica “incapacità di fare squadra”, già denunciata a suo tempo da Montezemolo. Ma se da una parte c’è chi (Tremonti) afferma che “l’influenza di Silvio Berlusconi avrebbe potuto fare molto“ (no comment), dall’altra c’è chi osserva che “il pregiudizio verso gli italiani, il nostro scarso peso internazionale avrebbero zavorrato l’offerta di Sergio Marchionne”. Da parte mia propenderei per la seconda ipotesi, anzi: non sarà mica che siamo incapaci di “fare squadra” proprio perché qualche giocatore (magari il “capitano”) non fa che alimentare all’estero i pregiudizi nei confronti degli italiani? Mah…

Comunque secondo l’autore c’è poco da aggiungere: l’offerta del concorrente era migliore di quella di Fiat. E giù con una serie di motivazioni ben argomentate.

Dell’articolo citato mi ha colpito in particolare la frase: “ci si meraviglia che i destini delle grandi aziende siano decisi anche dai governi”.

In effetti anch’io – non so se si era capito – non trovo affatto strano che un governo si interessi del destino di migliaia di suoi cittadini lavoratori, anche se si tratta di un’azienda privata. E, insisto, è proprio quello che secondo me la Merkel ha pensato di salvaguardare, per quanto possibile. Trovo invece strano quando un governo interviene nei destini di una grande azienda privata (ma ex-pubblica) non per salvaguardare posti di lavoro, né per ottenere le condizioni industriali migliori, ma per aiutare un gruppetto di amici industriali a fare soldi scaricando i debiti sui cittadini.

Dunque per tornare alla domanda iniziale, a chi è andata male? Direi proprio ai colletti bianchi, ai manager che già si leccavano i baffi per le prospettive di guadagno sulla pelle degli operai. E’ brutto dirla così, sembra di essere tornati ai tempi delle lotte di classe, ma non mi vengono davvero altre definizioni.

E’ andata meglio alle italiche tute blu, che quanto meno hanno ancora qualche (remotissima) speranza di mantenere lavoro e stipendio.

E chissà che, dopo la sconfitta in terra germanica, il buon Marchionne si accorga che un’altra strategia è possibile. Che forse investire anche sulle risorse umane qualificate e sulla ricerca in Italia (e perché no? anche all’estero…) potrebbe non essere una strategia perdente. Che forse si può davvero sfruttare quel potenziale vantaggio che Fiat ha a livello mondiale sui carburanti alternativi, anche per rilanciare economia e occupazione nel nostro Paese.

Vabbè mi sto allargando, sogno ad occhi aperti! … Preparate le bottiglie di sangiovese!

Alla prossima, con le notizie da mondi sconosciuti… promesso!

Alvise

PS: a parte l’articolo citato, ho trovato il sito giornalettismo.com davvero ben fatto. Andatelo a vedere!

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SEN IL COOPERATORE

Posted on maggio 13, 2009. Filed under: Attualità e politica | Tag:, , , , , , |

Coop Adriatica, una delle famose cooperative di consumatori, ha organizzato questa mattina a Bologna un incontro con Amartya Sen, l’originale pensatore premio Nobel per l’economia nel 1998.

Per conto di Ricostituente sono andato a sentire che si diceva laggiù.

Amartya Sen - Bologna maggio 09

Amartya Sen - Bologna maggio 09

A seguito di un introduzione del presidente di Coop Adriatica, Gilberto Coffari, che ha illustrato i risultati del bilancio sia economico che di sostenibilità della società (entrambi in attivo, nonostante il 2008 sia stato un anno difficile), Sen ha potuto tenere la sua lectio magistralis.

I punti salienti del suo intervento, che vi riporto come li ho capiti, sono i seguenti:

  1. la crisi è globale nel senso che pur avendo avuto origine negli Stati Uniti, si è velocemente propagata in tutto il mondo trasformandosi da crisi finanziaria a crisi economica. Questo non significa che debba essere messa in discussione la globalizzazione nel suo complesso la quale invece, secondo Sen, ha portato benessere a molti stati e a molte persone. La risposta alla crisi non deve quindi spingere alla chiusura all’interno dei propri confini;
  2. è inoltre auspicabile che la necessità di rispondere velocemente alla crisi non dia luogo a politiche di corto respiro. Sen ritiene che i decisori politici, utilizando le conoscenze accumulate negli ultimi anni, possano proporre soluzioni realmente lungimiranti. La crisi ha avuto origine a causa dell’eccesso di fiducia nel libero mercato, che ha determinato l’insufficienza di controlli e l’abuso di prodotti finanziari derivati, ma è stata resa più profonda e più duratura dalla diminuzione della fiducia dei consumatori e delle imprese. Si devono quindi apportare i miglioramenti necessari al sistema dei controlli ma si deve anche creare un nuovo sistema che crei e diffonda la fiducia degli attori economici;
  3. nel mondo esistono grandi disuguaglianze di benessere tra diversi stati e tra persone all’interno dei diversi stati. Questa situazione va affrontata al più presto perché ingiusta e portatrice di effetti negativi per tutti. Il cambiamento di leadership negli Stati Uniti d’America sta contribuendo ad un cambio di direzione ed il passaggio dagli incontri del G8 a quelli del G20 va in questo senso. Però non basta perché rimane insufficiente la rappresentanza dei paesi poveri in questi contesti di discussione e di decisione, in particolare dell’Africa;
  4. una proposta che, secondo Sen, può consentire di affrontare le criticità illustrate è la cooperazione. La cooperazione tra paesi può consentire di gestire o contenere gli eccessi del mercato evitando che prevalgano negli stati ipotesi isolazionistiche. L’attività economica in forma cooperativa può garantire il perseguimento di risultati economici e contemporaneamente di finalità sociali e mutualistiche. Il movimento cooperativo italiano, che ha saputo tenere assieme l’attenzione verso stakeholders, comunità e l’ambiente, può quindi fornire preziose indicazioni per il futuro assetto dell’economia nazionale e mondiale.

Marco

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C’è LA CRISI E IL GOVERNO CHE FA?

Posted on marzo 3, 2009. Filed under: Attualità e politica | Tag:, , |

In questi giorni ho partecipato ad un paio di seminari sulla crisi che attraversa l’Italia e il mondo intero predisposti dallo SPI Cgil con il contributo di alcuni economisti locali.
A febbraio l’ISTAT ha rettificato la previsione in negativo del PIL(prodotto interno lordo) al -2% per il 2009 con conseguenti fermate d’azienda e messa in cassa integrazione dei lavoratori, nella migliore delle ipotesi, o col licenziamento.
In Veneto i dati aggiornati di Veneto Lavoro, agenzia regionale, attestano che, per ore di cassa integrazione e licenziamenti, la situazione ci vede in situazione simile a quella del 1978/9 (ricordate l’austerity petrolifera?), con un PIL regionale del -2% ma che vide la crescita dell’anno successivo ribaltare quei dati.
Il problema attuale è che, dato che la crisi interessa tutto il mondo anche se nasce dagli States, non si vede ancora la luce in fondo al tunnel e nessuno è in grado di dire quando si comincerà a respirare, soprattutto nel nostro paese perchè il governo, per voler rispettare i parametri di Maastricht, non vuole adottare politiche coraggiose ma dispendiose.
I grandi economisti affermano che durante le crisi sono i governi a dover ridare fiducia finanziando aziende e consumi, indebitandosi, è vero, ma facendo da volano all’economia, con conseguente ritorno successivo di introiti per lo Stato.
Invece il ns governo sceglie la poltica degli annunci a cui non seguono fatti e snocciola cifre che non sono reali: 1) i 40 miliardi dichiarati per le infrastrutture sono come le vacche di Mussolini, che venivano spostate di fattoria in fattoria per mostrare ai giornalisti la florida realtà agricola del tempo: sono cifre per cantieri già finanziati ma bloccati per questioni burocratiche o per sforamento del patto economico, oppure sono soldi nascosti per finanziare opere che partiranno FORSE dopo il 2010, vedi il ponte di Messina, scomparso dall’agenza del governo di c.s. e ricomparso surrettiziamente l’altra settimana.
Sono stati promessi 8 miliardi per aiutare le banche in sofferenza ma il denaro, parzialmente giunto a destinazione, viene trattenuto dalle banche che non solo non si fidano dei clienti ma neppure di loro stesse: la mancanza di liquidità mette a dura prova le aziende sane che hanno ordini di lavoro ma che non possono acquistare il materiale per produrre.
Alcune aziende, quelle grosse, utilizzano la  cassa integrazione, altre, quelle che non hanno versato i contributi allo scopo, a volte ottengono la c. integrazione in deroga. Spesso sono quelle artigiane, il tessuto connettivo del nostro sistema nordestino, che non sono tenute a dichiarare quanti esuberi di personale hanno e, di conseguenza, riusciamo a dedurre il numero dei licenziamenti da quanti si iscrivono alle liste di collocamento.
In questo marasma alcune aziende approfittano della crisi per “fare pulizia”, cioè per lasciare a casa quelli che considerano “rami secchi” non considerando il fatto che fino ad oggi hanno spremuto lavoratori e territorio (imprese edili) incassando ricchezze ingenti che, in tempi di vacche magre, non intendono far ritornare in circolazione, alla faccia della responsabilità sociale d’impresa.
Il governo si è accordato con le regioni, o meglio, ha scippato alle regioni, 8 miliardi di finanziamento europeo, che dovevano essere utilizzati per la  formazione ai lavoratori, per allargare gli ammortizzatori sociali ai dipendenti che non possono accedere normalmente e a qualche tipologia di lavoratori precari che, ricordo, sono quelli che non hanno nessun titpo di tutela una volta terminato il proprio contratto. E’ una misura positiva, direte voi. Certamente! Peccato che i tempi non siano chiari e soprattutto le cifre che verrebbero utilizzate.
Dato che non ci sono regole e quelle che ci sono si allentano, si rischia che, pur di mangiare, la gente si adatti a tonare a lavorare in nero, con duplice effetto negativo: fermare il finanziamento dello stato attraverso le tasse e interrompere le tutele contributive dei lavoratori che più avanti avranno serie difficlotà per andare in pensione.
Insomma il governo in momenti particolarmente critici, come questo, dovrebbe: 1) sostenere gli investimenti e, causa il patto di stabilità, muove pochissimi capitali; 2) sostenere i consumi ed invece sceglie di dare pochi sostegni e a pioggia in settori specifici, auto, mobili, eletrodomestici che prendono i soldi e chiudono ugualmente le aziende italiane privilegiando la produzione in fabbriche estere; 3) sostenere la spesa pubblica ed invece diminuisce anche la propria spesa primaria.
Insomma, afferma di muoversi come le altre nazioni europee e gli Stati Uniti, che hanno sostenuto spese per svariati punti del PIL nazionale, mentre invece ha forse mosso 1 punto reale del PIL italiano.
In questi momenti è FORTE il pericolo di conflitto sociale: i poveri sono abituati a patire e non pensano a mobilitarsi ma quando in sofferenza va la “classe media”, che non è abiutata a soffrire, allora le cose si fanno tremendamente serie e si rischiano  forme di violenza personale e di massa.

Si incomincia con gli immigrati, accusati di portar via il lavoro agli italiani, poi si passa alle donne che sono le prime espulse dal lavoro perchè anelli deboli della catena produttiva e poi? Dove si finisce? Si finisce forse per dare FORZA a voci che chiedono l’uomo forte; perdere un pò di democrazia in cambio di maggior sicurezza?
Sono convinta che la SOLIDARIETÀ sia l’unica via d’uscita per questa crisi ma questo governo non ha nessuna intenzione di perseguirla visto che attenta deliberatamente alla spaccatura del fronte sindacale e delle parti sociali, ma di questo parleremo un’altra volta.

Margherita

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ITALIA GERMANIA… IN CRISI

Posted on marzo 2, 2009. Filed under: Uncategorized | Tag:, , , , , , , , |

Italia – Germania: tanti anni fa a calcio finì 4 a 3, ma la partita della crisi economica mi sa che la vinceranno loro…

Cari amici di Ricostituente,

mi pare interessante raccontarvi una cosa che mi è successa e che volevo condividere anche con voi, non tanto per fare la solita polemica sterile, ma come al solito per riflettere su come il nostro paese e le nostre imprese stanno gestendo questa evidente crisi economica che stiamo vivendo.
Dunque nelle ultime settimane, visto l’allargarsi della famiglia (figliola arrivata da poco ndM), con mia moglie cominciamo a pensare di acquistare un’auto più grande di un’utilitaria senza bagagliaio, tanto per farci stare un passeggino e un po’ di spesa. E poi, visto che di recente sono stati emanati i nuovi incentivi (rottamazione, alimentazione a gas, ecc), decidiamo di andarci a informare presso le concessionarie della zona, anche perché un conto sono gli spot televisivi che ti parlano di 6.000 euro (!!!) di sconto, altro conto è capire bene come effettivamente funzionano questi incentivi.
A questo proposito sono a disposizione per chi fosse interessato, in due settimane di giro-concessionari sono diventato espertissimo in materia!
Bene, posto che la conditio sine qua non era per noi l’alimentazione a metano (che entrambi amiamo da tanti anni), procediamo con la scelta dei concessionari da visitare.
Qui sarò costretto a fare nomi di case automobilistiche, altrimenti non si capirebbe.
Il fatto è che in questa fase confesso di aver pensato anche a “comprare italiano”, e mi sono detto “insomma, visti i tempi bui sarebbe meglio che i soldi che ahimè dovremo tirare fuori vadano almeno a sostenere le nostre imprese e i nostri lavoratori”.
Inevitabilmente quindi la scelta è ricaduta sulla Fiat, sia per questo motivo (non ce ne sono tante altre in Italia), sia perché Fiat ha effettivamente una gamma abbastanza ampia di veicoli a metano.
Ma la sorpresa era dietro l’angolo…
Prima di visitare i concessionari Fiat abbiamo visitato anche un concessionario Opel. Marca tedesca, grande immagine di affidabilità, tecnologia, sicurezza… Nell’elencare la dotazione del modello che ci interessava, l’addetto ci illustra l’iter di produzione dei modelli a metano della Opel, che vengono interamente prodotti in Germania nella sede centrale, proprio per l’alta componente di ricerca applicata a queste auto di nuova generazione, tesa a massimizzare le prestazioni e minimizzare costi ed emissioni di inquinanti.
Passati alla Fiat potete immaginare la nostra delusione nell’apprendere che il modello “Doblò”, che era quello che ci interessava di più, viene prodotto interamente in Turchia!
Ora, non ho niente contro i turchi, lungi da me osannare i tedeschi, ma questa cosa mi ha molto colpito.
Magari da questo spunto potete riflettere su come un sistema paese può uscire dalla crisi e un altro può limitarsi a subirla.
E soprattutto, quando comprate italiano per dare una mano ai nostri lavoratori concittadini, verificate che sia italiano sul serio!
A presto.
Alvise

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