EDUCARE ALLA LEGALITÀ

Posted on dicembre 11, 2009. Filed under: Attualità e politica, Giustizia | Tag:, |

Una mia collega mi ha raccontato una sua recente esperienza che nella sua banalità mi ha colpito molto. Era andata a comprare due vestiti per il figlio in uno dei nostri tanti centri commerciali. Parcheggiata l’auto, le si fanno avanti due ragazzini, zingari, forse rom, che con la consueta insistenza cominciano a fare le loro richieste. Non chiedono soldi, ma merendine e magari una Coca Cola! La collega cede (molto presto, conoscendola). Ricordo che lei doveva solo comprare i vestiti, per cui dopo aver preso le cose per il figlio, si è infilata al supermercato (con tanto di coda di 10 minuti alla cassa) solo ed esclusivamente per esaudire il desiderio dei piccoli nomadi.

Vignetta da: ilcorrieredelweb.blogspot.com

Tornata alla sua auto, nota che i ragazzini sono ancora lì, ma stanno subendo la ramanzina da parte di due signore che li invitano ad andarsene, ricordando che hanno fatto lo stesso con i loro fratelli. Una volta che le signore se ne sono andate, la mia collega fa cenno ad uno dei due bambini di avvicinarsi e consegna il “corpo del reato”: come da accordi una confezione di merendine e una bottiglietta di Coca Cola (non ho chiesto informazioni dettagliate, ma penso che il totale della spesa non superasse i 5 Euro).

Appena consegnato il sacchetto, sbucano da dietro le due signore di prima, che mostrando un distintivo della polizia apostrofano l’incauta collega, dicendole di vergognarsi, che tutto il loro lungo lavoro per insegnare a questi ragazzini come ci si guadagna onestamente da vivere viene vanificato continuamente dalle persone immorali e sprovvedute come lei… e giù con anatemi e vari “chili di carne”.

La mia collega ha raccontato di essersi sentita mortificata, una vergogna che l’ha portata quasi alle lacrime. Ora, io non c’ero e non so come avrei reagito, ma ho provato a immedesimarmi e penso che davvero a queste due cosiddette rappresentanti delle “forze dell’ordine” avrei avuto qualcosa da dire.

Tanto per cominciare, care vigilantes che garantite la sicurezza di noi bravi cittadini, se il vostro lavoro di “educazione” è stato così lungo ed ha sortito questi effetti, evidentemente non è così efficace. Non sarà il caso di cambiare strategia?

E poi: avrei potuto giustificare una predichetta se avessi dato denaro contante ai ragazzini (cosa che peraltro cerco sempre di evitare). Magari avrei capito comunque un ammonimento, fatto spiegando le vostre ragioni, ma con ben altri modi! Ma mi (vi) chiedo: se io avessi comprato una merendina e una bibita ad un bambino italiano (cosa che a me personalmente è capitata), mi avreste fatto la stessa predica?

Ma ditemi: ai vostri figli, se ne avete, comprate mai una caramella, un dolcetto… così tanto per comunicare qualcosa?

E soprattutto, vi siete mai domandate cosa spinge un bambino a chiedere ad uno sconosciuto di comprargli una merendina? E’ solo il gusto dell’accattonaggio, il piacere dell’illegalità, o c’è qualcosa di più dietro a quella richiesta?

Quando avrete risposto a queste domande, forse sarete più degne di rappresentare le nostre forze dell’ordine.

Propongo per la prossima cena ricostituente merendine e cocacole per tutti! Sempre che non siano articoli illegali…

A presto.

Alvise

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IL BIANCO NATALE E L’IDENTITA’ SBIADITA

Posted on novembre 23, 2009. Filed under: Cultura, Politica | Tag:, , , |

L’amministrazione di centrodestra di Coccaglio, piccolo comune nel bresciano, ha lanciato l’operazione “Bianco Natale”, finalizzata all’individuazione ed espulsione degli extracomunitari clandestini presenti nel territorio comunale. Chi ha giustamente osservato che un’operazione del genere nulla ha a che vedere con il Natale e ha ben poco di cristiano, ha incontrato la pronta risposta di un leghista componente la giunta locale: “Per me il Natale non è la festa dell’accoglienza, ma della tradizione cristiana, della nostra identità”. Il ragionamento dell’amministratore evidenzia la sua assoluta ignoranza dei principi fondanti il Cattolicesimo e conferma, a mio avviso, la carenza di un’identità culturale nella Lega Nord e nei suoi sostenitori.

I leghisti richiamano la tradizione cristiano-cattolica, ma dimostrano spesso di non avere interiorizzato alcuno dei valori che l’identificano. Non si tratta di essere o meno buoni cristiani, c’è qualcos’altro. La religione viene ridotta a simboli da difendere e non viene riconosciuta come un insieme di dogmi e valori.

Per il leghista sono le tradizioni, intese spesso come abitudini, e non i valori, a fondare la sua identità. Del cristianesimo va difeso il crocifisso nelle scuole, non ne vanno vissuti i principi. E ciò perché detti principi non rientrano nel sistema dei valori della Lega. Il leghista che scrive su facebook che è legittimo torturare i clandestini e quello che considera il Natale una tradizione che nulla ha a che fare con l’accoglienza non credono nei valori del cristianesimo.

E un’identità basata su tradizioni, tra loro distanti e magari inventate, come le feste celtiche nei capannoni, e non su un sistema di valori, non è un’identità.

Se quanto ho scritto è vero, il vasto consenso di cui gode la Lega, soprattutto nella mia regione, il Veneto, può essere sintomo, almeno in parte, di una carenza identitaria nella popolazione?

Più volte ho sentito proporre la seguente immagine: se sali su una delle montagne venete e guardi la pianura di sotto, vedi Los Angeles. Più che una metropoli, direi che vedi, rubando le parole a Calvino, “una zuppa di città diluita nella pianura”. Il punto è, probabilmente, tutto qui.

In territori dove, qualche decennio fa, nell’arco di poco tempo si è passati da un’economia contadina a un’economia industriale, dove i campi hanno lasciato spazio, senza criterio, alla cementificazione e ai capannoni, dove sono arrivati migliaia di stranieri, dove la vita è cambiata radicalmente senza che la politica governasse il cambiamento, senza che l’identità perduta fosse accompagnata da una nuova consapevolezza, un partito che fondi le sue politiche sulla difesa di abitudini, tradizioni e lingua dei tempi andati – non sui valori, perché non gli appartengono più – e rifiuta il cambiamento, fomentando la diffidenza in ciò che, all’apparenza, è altro, può trovare consenso, finché non maturino, un po’ alla volta, una nuova identità e una nuova idea di comunità.

Raffaele

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LE OLIMPIADI E GLI ULTIMI: UNA TESTIMONIANZA DAL BRASILE

Posted on novembre 2, 2009. Filed under: Attualità e politica, Politica | Tag:, , |

Ricevo e molto volentieri pubblico una riflessione dell’amica Giovanna, con cui collaboro per i progetti di formazione e sviluppo in Brasile. Tempo fa avevo chiesto anche a lei, come agli altri miei “emissari” sparsi per il mondo, qualche notizia sul paese in cui vive da anni, di quelle che non passano sui nostri giornali. E Giovanna non si è fatta attendere, partendo però da una notizia che è passata eccome da noi: l’assegnazione delle Olimpiadi 2016 a Rio de Janeiro.

Grazie Gio e a presto (un’intervista?…).

Alvise

maior idade penal

uno striscione durante una manifestazione del 2008 contro la riduzione della "maggiore età penale" (possibilità di arresto anche per i minori)

“Sono Giovanna, vivo qui in Brasile dal 2004 come volontaria per alcune associazioni che si occupano di bambini e bambine madri. Sono stata 2 anni a San Paolo e da 2 anni vivo a Rio de Janeiro. Come posso trasmettervi il fascino di questo popolo brasiliano?

Innanzitutto devo dire che negli anni ho imparato a vivere l’accoglienza, la convivialità, la festa, le dimensioni comunitarie. Una  lezione che nel nostro mondo travolto dal superfluo diviene provocazione quando in gruppo a piedi scalzi, davanti alle baracche la gente canta danzando a ritmo di samba. Questa lezione nasce da qualcosa di piu’ profondo che ci mette in discussione.

Rio de Janeiro è come San Paolo: due grandi metropoli del Brasile, dove di notte nessuno dorme. Nella favela perche’ hanno fame e nei quartieri ricchi perchè hanno paura di quelli che hanno fame. La precarietà quotidiana, le incertezze, la mancanza di prospettive future stanno spingendo le giovani generazioni dentro il vortice della criminalità. Così il traffico delle armi e della droga, il cui fatturato è costantemente in crescita, diviene una delle migliori offerte di lavoro.

Ed è pensando alle bande che appare evidente il fatto che la politica non può accontentarsi di organizzare le olimpiadi del 2016 in Brasile. Dovrebbe prima curare le enormi piaghe che ogni città possiede, soprattutto Rio de Janiero e San Paolo. Non possono pensare di vincere l’illegalità reprimendola con azioni di polizia. Devono educare, dare casa e lavoro ai giovani prima che questi entrino nell’esercito della malavita. È invece evidente l’incapacità dello Stato nell’intervenire e punire i responsabili, così come l’incapacità di esaltare il sacrificio delle vittime, con la conseguente perdita di fiducia degli abitanti nei confronti del potere politico, pressoché assente nelle favelas. Una condizione che li sottomette sempre di più alle regole e ai codici del narcotraffico.

Un‘altra delle cose che mi stupisce sempre più è il constatare quanto sia abile questa gente nell’arte di soppravivere, la loro furbizia e capacità di gestire i debiti ai quali spesso sono costretti. Credo che la regola sia questa: mai fare un debito grosso con una sola persona, ma tanti piccoli debiti con tante persone diverse. Nessuno si spaventa se deve farti un prestito di poco denaro, cosa che invece accadrebbe con grandi somme. A volte mi sembra che nascano delle catene infinite di prestiti per risarcire i prestiti. Ad esempio, non ho mai sentito che qualcuno chieda interessi ad usura. Perfino i trafficanti, se qualcuno si rivolge a loro per un prestito, non chiedono interessi. Anzi, in casi di particolare necessità (soldi per medicinali, o un funerale, o semplicemente cibo) vengono prestati senza richiedere la restituzione. Però il rischio è che un giorno vengano a “chiederti” di nascondergli della droga o delle armi, o qualche altro favore che non è possibile rifiutare. Tutto questo si  gestisce all’interno delle favelas.

Il problema d Rio de Janeiro oggi non sono più i meninos de rua (bambini di strada) , ma i menores armados (minori armati). Muoiono piu’ minori per arma da fuoco nelle favelas di Rio de Janeiro e S.Paolo che nel conflitto Israele – Palestina. Quante guerre ci saranno e quanti innocenti moriranno in queste città prima delle Olimpiadi 2016?”

 Giovanna Binotto

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A PROPOSITO DI FORESTA AMAZZONICA: INTERVISTA A P. MIGUEL PIOVESAN

Posted on luglio 3, 2009. Filed under: Ambiente | Tag:, , , , |

Qualche giorno fa ho potuto intervistare don Michele “Miguel” Piovesan, un missionario di quelli che io dico “con la tuta mimetica”, con il quale da qualche anno stiamo cercando di realizzare piccole azioni di cooperazione allo sviluppo nella regione peruviana del Purus, al confine con il Brasile, in piena foresta amazzonica. Mi sembrava un’opportunità formidabile per avere un punto di vista autorevole, da parte di una persona che vive in Sudamerica da moltissimi anni, sia sul ruolo storico delle chiese (non solo quella cattolica) in quell’area, sia soprattutto sulla questione ambientale dell’Amazzonia che anche Giuliano ha affrontato recentemente nel suo post.

Buongiorno Miguel, mi racconti brevemente la tua storia? Da quanto sei in Perù, come sei arrivato alla Parrocchia del Purus, quanti parrocchiani hai…
Padre Miguel a Monastier

Padre Miguel con il suo caratteristico copricapo

Sono nato a Pralongo di Monastier (TV), sul Piave, nel Veneto, nel 1949. Sono il 13° di 15 fratelli, una classica famiglia povera del dopoguerra, in cui i genitori insegnavano che “è meglio poveri ed onesti che ricchi e con la coscienza non tranquilla…” Devo dire che il gruppo famigliare numeroso mi ha allenato alla comunione della diversità ed al dibattito immediato sul dissenso. Le otto sorelle e i sei fratelli mi hanno inoltre trasmesso un equilibrio che sento come un tesoro, se penso ai tanti che attualmente hanno bisogno di terapie psicologiche…
Gli anni di seminario mi hanno garantito un’istruzione valida. In seguito, uscendo dall’Italia, ho scoperto che il nostro Paese non è il centro del Mondo. E adesso, ritornando ogni tanto, vedo che è sempre meno quella Nazione meravigliosa con una propria identità di artisti, ingegneri, filosofi, imprenditori…
A 20 anni sono stato inviato in Argentina, dove ho finito gli studi teologici ed ho ricevuto l’Ordine Sacro, assegnato alla Diocesi di Viedma in Patagonia. Nel 1989 ho fatto anche uno studio in Colombia sull’ecumenismo.
Per 20 anni sono stato parroco in diverse parrocchie della Provincia di Rio Negro. Nel 1992 la diocesi mi ha inviato (perché mi ero offerto) presso un vicariato in una zona montagnosa del Perù con pochi sacerdoti e con mille problemi. Siamo durante il periodo tormentoso delle azioni di “Sendero Luminoso”, che faceva invece molto “buio” sulla società, con azioni crudeli e morti continue, ingiuste ed assurde.
Nel 1999 sono stato nominato parroco (niente a che vedere con i parroci in Europa!) nella regione amazzonica del fiume Purus. Una zona isolatissima: non c’ è altra maniera di raggiungerla se non con un aereo privato! La zona è abitata da dieci gruppi etnici, ciascuno con la propia lingua ed identità: Cashinahua, Sharanahua, Culina, Mastanahua, Chaninahua, Amahuaca, Ashaninka, Yines, Piros, Mestizos. Sono tutti contadini, vivono di caccia, pesca e agricoltura. I gruppi etnici risiedono complessivamente in 44 villaggi, ciascuno composto dai cento ai trecento abitanti. La somma della popolazione non supera i 5 mila abitanti.
Il loro isolamento geografico ha naturalmente provocato anche un isolamento storico. Lo sviluppo tecnologico in molti casi è ancora in una fase che si potrebbe definire preistorica. (Alcuni gruppi non conoscono nemmeno la ruota n.d.r.).
Appena arrivato, la gente mi ha supplicato affinché collaborassi a rompere il loro isolamento, realizzando in qualche modo una connessione fisica con il resto della Nazione. Mi sono messo all’opera, ma la presenza nel posto di gruppi evangelici integralisti, praticanti forme di fanatismo ossessivo, ha ridotto di molto il nostro agire.
Inoltre certi “sbirri” del Primo Mondo con vestiti “messianici”, hanno proposto azioni di accompagnamento allo sviluppo (educativo, sanitario, organizzativo, ecc) in maniera aggressiva, al punto da creare una rottura ed uno scontro fra Chiesa e popolazione (che cerca comunque un minimo benessere) da una parte, e gruppi di potere internazionale dall’altra, arrivando anche a gravi e ripetute minacce.

Allora ti faccio una domanda che avrei fatto anche ai primi Gesuiti arrivati in quei posti così difficili: secondo te come si fa a conciliare l’evangelizzazione e l’educazione con la salvaguardia delle tradizioni locali?
Per fortuna la Chiesa si è ravveduta abbastanza sugli errori commessi nel passato in nome dell’evangelizzazione. Infatti come sappiamo in America la Chiesa è arrivata sulle barche della conquista del Regno di Castilla, e la Croce è apparsa assieme alla spada. Nonostante questo, la presenza della Chiesa è stata sempre un freno alla conquista. Gli sbagli metodologici dell’uso della lingua latina anche per i non latini (guarda un po’: proprio oggi le ordinazioni lefevbriste a Econe…), la liturgia romana (che ancora sussiste, sfortunatamente), e l’imposizione a volte anche involontaria della cultura “occidentale e cristiana”, senza capire e senza valorizzare le culture locali… tutti questi sbagli per fortuna hanno insegnato a rivedere le metodologie.
Oggi la Chiesa in America Latina è senza dubbio molto più vicina alla gente rispetto ad esempio a quella Italiana. Lo prova il fatto che la gerarchia non ha e non vuole tutti quei privilegi, quel potere che si colgono in Italia. Un altro segno di una più genuina comunione è il protagonismo dei laici, sempre molto intenso. E poi un altro elemento di questa vicinanza è la liturgia, che è senza dubbio più “incarnata” nell’identità locale, più vivace, meno controllata dalla gerarchia ecclesiastica, più “festosa” direi, ed anche più connessa ed impegnata con la realtà quotidiana. Insomma più fedele al Concilio Vaticano II.

P. Miguel con alcuni suoi piccoli parrocchiani

P. Miguel con alcuni suoi piccoli parrocchiani

Il fatto di dover “attingere l’acqua come e con la Samaritana”, il fatto della fame che esige una moltiplicazione del pane, il fatto di una cecità, di una sordità, di una ignoranza (non rimproverabili) che richiedono un impegno straorinario per trasformare strutture e persone, sono tutti elementi che ispirano molto meglio una religione che faccia da ponte fra terra e cielo, che esigono (e provocano) un cristianesimo più coerente. I Vescovi, i preti, i laici impegnati, uccisi durante gli ultimi anni nel continente, sono il segno di questa religione “con la gente e per la gente”.
Il vescovo attualmente Presidente in Paraguay, come altri preti “sindaci”, sono un’altra espressione di questo fenomeno di religione “incarnata”. Dal mio punto di vista, basta sentire che il messaggio di Gesù Cristo è una proposta, un invito a scoprire il Regno dei cieli nascosto nei sacramenti, ma nascosto anche in ogni uomo di buona volontà, ciascuno con la propria cultura e sensibilità, ed anche con la propria dinamica e ritmo di conversione.

Ogni tanto (raramente) ci arrivano notizie di manifestazioni degli Indios peruviani a difesa della foresta. Tu che ci vivi, ci spieghi cosa sta succedendo veramente in Perù con gli ambientalisti? Perché è importante per le comunità in cui vivi costruire una strada di 100 km in mezzo alla foresta? Cosa pensano e cosa fanno veramente gli Indios? C’è qualcuno che sta approfittando della situazione?
Bisogna partire da un dato di fatto: in quella e in altre regioni l’isolamento impedisce qualsiasi minimo miglioramento e benessere. Non solo. Il costo della vita a volte è superiore anche del 1000% rispetto al resto del Perù a causa delle difficoltà di trasporto. E non dimentichiamoci che senza un minimo di mezzi di comunicazione, chi si ammala muore. Siamo in una regione che ha l’indice di analfabetismo tra i più alti del pianeta, dove la popolazione è esclusa da tutto ciò che la scienza e la tecnica possono offrire all’umanità, dove la gente è costretta comunque a vivere nella miseria, nella povertà e nella sofferenza.
Dall’altra parte, nel 2004 una grossa fetta del territorio degli Indios è stata sottratta alle popolazioni per convertirla in un Parco Nazionale. “Bene!” si dirà… Ma il fatto è che in realtà quella è una riserva ecologica per il Primo Mondo intossicato di carbonio.
Sul resto del territorio, ricco di legno pregiato, è stata vietata la commercializzazione di questo legname da parte delle popolazioni locali: praticamente è stata tolta loro una delle poche possibilità di vivere e svilupparsi.
Poi c’è la questione delle organizzazioni ambientaliste. Emissari di WWF, Ryan Forest, Park Watch, e di tante altre organizzazioni “ecologiche” non governative, hanno iniziato una campagna di lavaggio del cervello sugli indigeni, sollevando ad esempio l’argomento che “se faranno la strada sarà il loro sterminio, se si metteranno in contatto con il mondo esterno, sarà la loro fine”.
Queste organizzazioni hanno creato, guidato e sovvenzionato un’organizzazione indigena denominata “FECONAPU”, che serve sostanzialmente alla loro (delle organizzazioni n.d.r.) remunerazione, e fanno dire e firmare agli Indios quello che interessa alle Organizzazioni Internazionali.
Il fatto è che mentre questi emissari viaggiano comodamente in aereo, e ricevono un lauto stipendio in Dollari, gli indigeni, convinti da costoro che “Dio li ha creati per badare al bosco, polmone del mondo”, hanno loro i polmoni senza ossigeno, sono denutriti, e vivono esclusi ed isolati. In sostanza ho l’impressione che il grande interesse di questi rappresentanti del Primo Mondo sia espressamente l’ossigeno, ma, appunto, solo per il Primo Mondo! E poi, sotto sotto, c’è il discorso dell’ acqua, del petrolio, dell’oro che abbondano in questa regione.
È davvero triste vedere come in Europa questi “verdi” predichino la salvezza della specie umana, mentre nel Purùs mostrano chiaramente di non dare nessuna importanza all’essere umano. Piangono, gridano e si stracciano le vesti se si taglia un albero, ma nulla sembra importare loro se un uomo muore nella nostra selva.
Mi permetto di aggiungere una cosa. Di fronte a questi problemi la Chiesa Evangelica, molto potente e presente nel luogo, insegna la rassegnazione perchè “se le cose stanno così, è perché Iddio ha voluto così…” Invece la Chiesa Cattolica (Vescovi, parroci, consigli parrocchiali), e il Fronte di Difesa dei Diritti del Popolo hanno preso una posizione chiara di denuncia, ed hanno cominciato a costruire la strada. Il vescovo, Mons. Francisco Gonzalez Hernandez, è addirittura vicepresidente della “Commissione Pro-strada”. Allora le organizzazioni pseudo-ecologiste hanno subito “istruito” i loro dirigenti, al punto da far firmare loro diverse minacce contro il parroco ed altre personalità, attive nella promozione umana, nello sviluppo sostenibile della regione e nella lotta all’isolamento imposto da questi falsi “salvatori dell’umanità”.
Come proseguirà questa situazione non si sa. Quello che è chiaro sono gli interessi dei potenti, sempre e comunque a scapito dei più deboli.
Ti ringrazio, complimenti per il blog, al quale accederò, se riesco, con molto piacere, partecipe della vostra nobile curiosità, rispondendo alle tue domande che magari possono aiutare i più ingenui a riflettere su argomenti come il ruolo dei mass media, in mano sempre ai (pre)potenti!
Grazie a te Padre Miguel, in bocca al lupo per tutto, buon lavoro e alla prossima!

Alvise

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Qualcosa di sinistra: un’imposta sul reddito più progressiva

Posted on maggio 1, 2009. Filed under: Attualità e politica, Politica | Tag:, |

Cosa c’è di strano nella scelta da parte di un governo di sinistra di aumentare le tasse solo sui redditi più alti? Eppure il governo laburista di Gordon Brown si è tirato addosso una bordata di critiche – il primo ministro stesso è stato raffigurato con baffi staliniani in una caricatura sul Daily Telegraph.

Misure straordinarie di politica fiscale pesano particolarmente sul bilancio dello Stato perché normalmente vengono adottate in periodi di crisi economica in cui il gettito fiscale è ridotto. In altre parole, alla fine ci sarà presentato il conto e qualcuno lo dovrà pagare. Naturalmente esiste anche la possibilità di prendere i soldi in prestito sui mercati finanziari; una possibilità che i governi europei stanno già sfruttando e sfrutteranno ulteriormente l’anno prossimo. Ma è inevitabile che la pressione fiscale aumenti.

Esistono infiniti modi di aumentare il gettito intervenendo sull’imposta sul reddito. A seconda della parte della distribuzione che viene maggiormente penalizzata, l’intervento può avere un effetto sulla progressività dell’imposta. Per esempio, se il governo decidesse di ridurre il numero di aliquote accorpando due scaglioni (e facendo pagare a tutti la più alta delle due aliquote originarie) allora si otterebbe un aumento di gettito e un’imposta meno progressiva.

Il governo inglese ha assunto una posizione molto netta in questo senso. Il cambiamento principale nella struttura dell’imposta sul reddito riguarda esclusivamente lo scaglione più alto, che verrà spezzato in due. Sui redditi al di sopra di 150.000 sterline (più o meno 165.000 euro) si pagherà il 50% anziché il 40. Secondo i dati dell’anno scorso, su una popolazione di circa 60 milioni di persone 350.000 contribuenti sono al di sopra della soglia. Facendo un conto veloce, se assumiamo che ci siano circa 30 milioni di contribuenti, si può concludere che l’1% più ricco pagherà il costo della politica fiscale.

Il 50% può sembrare un tasso molto alto. In effetti, anche il 40% può sembrare un tasso esoso, soprattutto a quelli di noi che sono lavoratori dipendenti e non sono abituati a ragionare in termini di stipendio lordo! In Italia l’aliquota più alta è attualmente del 43% e si applica su redditi superiori a 75.000 euro. In realtà il meccanismo è più complicato (naturalmente, trattandosi di materia fiscale) ma possiamo farci un’idea di come funzionino le cose in altri Paesi guardando la tabella qui sotto che ho preso da www.worldwide-tax.com. Aliquote del 50% esistono già per i redditi più alti in Austria e Belgio mentre Svezia e Danimarca fanno ancora meglio (o peggio, a seconda dei punti di vista) con tassi del 57 e 59% rispettivamente.

Paese Aliquota massima
Austria

50%
Belgio

50%
Danimarca

59%
Francia

40%
Giappone

50%
Gran Bretagna

40% (50% dal 2010)
Italia

43%
Spagna

43%
Stati Uniti

35%
Svezia

57%

Avrebbe senso rendere il sistema italiano più progressivo intervenendo sullo scaglione più alto? Sì, a mio parere. E considerato che io le tasse le pago nel Regno Unito si tratta di un parere oggettivo… Una delle ragioni più spesso citate da quelli che propongono una tassazione proporzionale è il rischio di effetti distorsivi. Nel caso delle aliquote più alte, alcuni contribuenti che svolgono professioni estremamente specializzate potrebbero decidere di emigrare verso Paesi con una pressione fiscale più debole. Mi pare che un ragionamento simile sia ancora meno valido in Italia che nel Regno Unito. Moltissimi dei professionisti che lavorano a Londra in certi settori, per esempio la finanza, sono stranieri e quindi hanno una destinazione alternativa naturale. Non credo che lo stesso si possa dire di Roma o Milano.

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La grande occasione

Posted on marzo 24, 2009. Filed under: Politica | Tag:, |

Mai come in questo periodo di crisi economica ho sentito parlare così tanto di welfare state, redistribuzione del reddito e solidarietà sociale. Esempi di politiche tradizionalmente considerate di sinistra che vengono proposte, adottate e lodate dai governi di grandi paesi occidentali abbondano.

La gravità della crisi fornisce argomenti a quelli che vorrebbero sospendere alcuni dei precetti fino a qualche anno fa considerati fondamentali del nostro sistema capitalistico. Il Guardian ha ironizzato poco tempo fa su questa tendenza del governo laburista con una vignetta. Vi si vedono il primo ministro e il ministro delle finanze mentre portano uno scheletro su una barella al cimitero. Di fronte a una tomba, su cui si legge l’iscrizione ‘Dr. Keynes, assassinato dal thatcherismo’, si fermano e chiamano: “Fatti vedere, c’è un paziente per te!”

Il Financial Times ha gestito un blog molto interessante sul futuro del capitalismo, ospitando interventi, piuttosto inconsueti per un quotidiano finanziario, di economisti e politici sulla crisi del sistema economico e i difetti dell’economia di mercato. Dalle mie parti si diceva una volta: “Fin che ghe n’è, viva el re; co’ non ghe n’è più, viva Gesù”.

Un intervento che mi ha particolarmente colpito è quello del presidente brasiliano Lula, il quale ha ricordato come il successo del Brasile sia stato determinato dal rifiuto dell’ortodossia liberista del Fondo Monetario Internazionale. Un’ortodossia che vacillava già da parecchi anni a giudicare dal successo di un libro come La globalizzazione e i suoi oppositori di Joseph Stiglitz. Fatto sta che due delle economie più citate come esempi di successo economico, il Brasile appunto e la Cina, hanno entrambe difeso con forza l’indipendenza delle proprie politiche economiche.

Un altro premio Nobel per l’economia che ha criticato certi assunti del paradigma dominante, particolarmente la loro applicabilità ai paesi in via di sviluppo, è Amartya Sen. Nel suo intervento nel blog del FT, Sen sottolinea che la natura stessa del mercato nel sistema capitalistico implica la sua incapacità di autoregolarsi. Egli puntualizza, non senza una certa ironia, che l’idea di mitigare le tendenze egoistiche della pura ricerca del profitto con valori di prudenza, giustizia e generosità era centrale nell’opera dello stesso Adam Smith.

Da sempre esistono teorie in grado di fornire strumenti per capire i limiti dello sviluppo capitalistico e l’importanza della solidarietà per ogni idea di giustizia sociale. Per esempio Hyman Minsky, non certo un economista marxista, è stato riscoperto anche nel mondo della finanza per la sua analisi dei meccanismi del credito che getta luce sulla crisi attuale. Un aspetto che, invece, si presenta forse per la prima volta nel nostro tempo, è l’affermazione di leader pronti a testimoniare con il peso della propria videnda personale l’importanza della solidarietà sociale e della redistribuzione del reddito.

Nel blog di cui parlavo sopra, lo stesso Lula cerca, ricordando il suo passato, di dare forza alle sue credenziali di progressista nemico delle disuguaglianze sociali. Egli scrive del difficile trasferimento della sua famiglia da un’area povera del Brasile rurale a San Paolo, e della sua mancata istruzione. Sottolinea come l’avere provato queste difficoltà sulla propria pelle gli abbia permesso di mantenere l’obiettivo fondamentale dell’uguaglianza contro i pregiudizi più radicati. Lula conclude il suo intervento con una frase che potremmo fare nostra fin da ora: “Non mi importa come si chiamerà l’ordine economico e sociale che uscirà da questa crisi, purché ponga al centro dell’attenzione gli esseri umani”.

Ma l’esempio che più mi ha colpito, a cui la sinistra italiana si è esplicitamente richiamata, è Barack Obama. Quanto è importante la storia personale nel suo trionfo del 2008? Durante il discorso di accettazione della candidatura democratica, molti di noi si sono commossi a sentirlo parlare delle difficoltà dei suoi nonni, di sua madre e degli operai di Chicago, che Obama definì “i miei eroi”. “Le loro storie hanno dato forma alla mia vita” disse, e noi sappiamo che ora il presidente ha l’opportunità di mettere in atto una politica fiscale tra le più espansive della storia recente.

Paradossalmente, quella che è cominciata come la crisi più devastante dalla Depressione a oggi potrebbe rivelarsi una grande occasione.

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