MAFIE E CORRUZIONE A NORDEST–SERATA PER PLACIDO RIZZOTTO

Posted on marzo 31, 2012. Filed under: Attualità e politica, etica, Politica | Tag:, , , , |

Ieri ho partecipato ad un incontro organizzato dall’Associazione Libera – nomi e numeri contro le mafie a Mirano (VE), sul tema della penetrazione della criminalità organizzata e della corruzione nel Nord Est d’Italia.

Walter Mescalchin, di Libera Veneto ha riportato dati che dimostrano l’aumento della presenza delle mafie nella nostra regione e ha spiegato che per libera la legalità è un mezzo importantissimo, seppure solo un mezzo, per perseguire la giustizia sociale.

Sebastiano Canetta, collaboratore del Manifesto, giornale che ha collaborato all’iniziativa, ha ricordato che informazioni sulle attività mafiose sono disponibili nei siti istituzionali ed in particolare invita a leggere le relazioni semestrali che la Direzione Investigativa Antimafia redige e che sono disponibili nel sito del Ministero dell’Interno.

Relatori convegno Placido RizzottoCanetta e Mescalchin hanno inoltre rilevato come i casi di corruzione sembrano in grande aumento negli ultimi anni.

Gianni Belloni, coordinatore dell’Osservatorio Ambiente e Legalità del comune di Venezia e di Legambiente, ha fatto il ragionamento più interessante: in passato si credeva che il fenomeno mafioso fosse fortemente legato a specifiche caratteristiche culturali di determinati territori e che quindi non avrebbe potuto espandersi e svilupparsi in altre aree del paese. Negli ultimi 20 anni invece lo sviluppo delle attività mafiose è stato dirompente, in particolare nel Nord Italia. Non si tratta quindi di avere attenzione solo per la struttura delle organizzazioni mafiose, ma di comprendere come esse si rapportano con il contesto che trovano nei vari territori in Italia e nel mondo. La Mafia è oggi composta da sistemi di relazioni tra cosche tradizionali, affiliazioni, corruzione, zona grigia, tessuto imprenditoriale, politica. In questi sistemi prevale spesso la convenienza di tutti gli attori coinvolti piuttosto che la coercizione con la violenza.

Massimo Carlotto, infine, uno dei miei autori preferiti, ha ricordato che 15 anni fa studi delle Nazioni Unite indicavano che i soldi a disposizione delle organizzazioni mafiose erano tanti, tantissimi (centomila miliardi di dollari? Con tutti quegli zeri è facile sbagliare) e che per investirli, cioè riciclarli, era necessario individuare i territori e le economie più recettive e convenienti. Il Nordest è stato uno di questi territori: qui il tessuto imprenditoriale era pronto a fare affari con la mafia e ad ottenerne i capitali. Secondo Carlotto le nostre piccole imprese non hanno mai avuto il sentimento che lo stato e la legge fossero amici e non vedevano l’ora di essere contattati e “corrotti” dalle mafie.

Carlotto, ricordando che lo sviluppo di attività con fondi criminali avviene solo quando sono disponibili e partecipi gli ambienti dell’impresa, della politica e della finanza, invita a liberarci prima possibile della classe dirigente veneta di questi tre ambiti. E invita a diffidare delle grandi opere che sono il modo più conveniente per riciclare il denaro delle organizzazioni mafiose.

Uscendo, ho preso, a fronte di una giusta offerta, il vino rosso Placido Rizzotto e il libro “Nordest” di Carlotto e Videtta. In omaggio ho avuto i biscotti fatti da Anna e Gianni Sorriso

Marco

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MENO REGOLE, PIU’ LIBERTA’!

Posted on luglio 8, 2010. Filed under: Attualità e politica, Giustizia | Tag:, , |

Bentrovati a tutti, è un po’ che non mi faccio sentire, ma mi pare di non essere l’unico.

In attesa di notizie dal mondo, traggo come di consueto spunto da un’esperienza personale di dimensione “micro”, per alcune considerazioni di carattere generale “macro” sui tempi che stiamo vivendo.

Qualche giorno fa incontro un mio coinquilino, ormai ex, che stava ultimando il trasloco dall’appartamento in cui era in affitto. Non lo conosco molto, ma da quel poco direi una persona normale, sicuramente non molto socievole in quanto un po’ scorbutico. Mi dice più o meno che è abbastanza contento di andarsene, perché i vicini sono una banda di matti, maleducati, ecc. Cita tra le varie cose il fatto che uno dei vicini si è lamentato perché lui e gli operai che lo aiutavano avevano usato l’ascensore per trasportare i mobili, provocando alcuni strisci sul pavimento. Gli ho quindi fatto presente che in effetti il regolamento del condominio (sottoscritto da tutti i proprietari) vieta l’uso dell’ascensore per il trasporto di mobili o oggetti voluminosi proprio per evitare danni. Dapprima mi sorride ironico, dicendomi “non vorrai dirmi che tutti i condomini si sono fatti il trasloco senza ascensore?” Al che gli rispondo che è proprio così, e che anzi, trattandosi di case nuove, l’ascensore l’avevamo fatto attivare solo dopo circa 3 mesi dal nostro ingresso, quando quasi tutti i condomini erano già entrati nei loro appartamenti.

Per tutta risposta l’ex condomino mi dice che lui il regolamento non lo aveva mai letto (gli ho ricordato che era un suo diritto/dovere, anche se non era proprietario ma solo inquilino), ma che a questo punto era proprio contento di andarsene, perchè non si può vivere con queste regole così strette! Cito testualmente: “Ci vuole un po’ di “buonsenso”: un po’ più di libertà e meno regole!”.

Dopodichè esprime più o meno lo stesso concetto quando abbiamo discusso di una signora del piano terra, che purtroppo non rispetta la regola per cui non si può tenere animali negli appartamenti, se gli stessi recano disturbo agli altri condomini (tipo cagnolini abbaianti giorno e notte). Per inciso, a suo tempo la signora in questione, alle nostre proteste aveva risposto con due argomenti sconcertanti, del tipo “mi sono presa la casa col giardino apposta per avere un cane, e quindi non vi rinuncio”, o quello ancora migliore “allora se tua figlia comincia a piangere dovrei protestare anch’io!”.

Insomma a questo nuovo argomento l’ex coinquilino sgrana gli occhi, ritenendo folle un regolamento che non consente di tenere in appartamento un cane, anche se abbaia.

Ora, come quelli di voi che abitano in condominio ben sapranno, i regolamenti dei condominii sono pressochè tutti uguali: vi sono piccole variazioni, ma generalmente le due regole che ho citato sono sempre presenti e abbastanza note.

Saprete bene anche che il condominio perfetto non esiste: per quanto piccolo, c’è sempre una varietà di caratteri che sono lo specchio di ogni società: c’è il rompiscatole, il menefreghista, il riservato, il “caciarone”, il pignolino, il pazzo furioso, ma anche il compagnone, il tuttofare, la vecchina simpatica, ecc. Proprio questa diversità di caratteri impone alle società di fissare delle regole di convivenza (per i condomini, le piccole società, le famiglie…) o delle vere e proprie leggi (quando si tratta di società più grandi e complesse).

Tuttavia le dinamiche sono le stesse, a prescindere dalla dimensione della società “normata”.

E’ per questo che parlando con l’ex coinquilino, mi sono sorpreso a riflettere sul perché la nostra società è messa come è messa, e soprattutto la nostra Res-publica italiana.

Quella frase “più libertà e meno regole”, nella sua disarmante semplicità, mi ha fatto capire dove un governo e una classe dirigente come quelli attuali hanno trovato terreno fertile, hanno vinto e continueranno a farlo, salvo risveglio improvviso della società stessa. Se ci pensate in realtà è proprio uno degli slogan con cui Berlusconi ha conquistato milioni di elettori. Il messaggio che è passato (“se ci sono le regole non sei libero”), è stato davvero diabolicamente geniale (del resto Berlusconi è pur sempre un bravissimo piazzista, come diceva Montanelli). Alcuni elettori erano ben consapevoli della strategia, e anzi desiderosi di “sregolatezza”; altri forse erano in buona fede.

Fatto sta che il “piazzista” ha tradotto in slogan un desiderio già diffuso, che a volte era già una prassi in uso da tanti anni (forse da sempre?) nel nostro paese: se possibile le regole si cancellano, o si diminuiscono, o si rendono inoffensive (e di esempi recenti di questa prassi ne abbiamo da vendere!) Se ciò non è possibile, allora si “usa il buon senso”: “In fondo, che sarà mai?… Non muore mica nessuno!…”.

Questo non vuol dire che il buon senso non vada usato. Tuttavia credo sia un problema di priorità: prima si legge e si capisce la regola, poi si cerca in tutti i modi di osservarla, e poi eventualmente (non a priori) si applica il buon senso. Tra l’altro non bisogna dimenticare che le regole – se si vede che non funzionano – possono essere modificate dalla stessa società, previo accordo tra tutte le parti, o quantomeno con una congrua maggioranza di esse. Non certo con una semplice imposizione da parte di un’oligarchia, o peggio di un unico despota, o peggio ancora decidendo unilateralmente di fare finta che non esistano!

Va infine ricordato che il fatto di essere VIP, gente importante e quasi sempre ricca, fornisce da sempre una sorta di autocertificazione, per cui “le regole valgono, tranne che per me”(concetto tra l’altro sdoganato dall’ormai famoso “super inter pares”).

Quando alcuni giornalisti, politici, opinionisti, anche magistrati, soprattutto negli ultimi mesi davano l’allarme contro una inesorabile caduta del nostro paese in una sorta di anarchia selettiva, ero già piuttosto allarmato. Questa conversazione con l’ex coinquilino mi ha allarmato ancora di più, e mi ha fatto riflettere anche su me stesso: quante volte anch’io ho pensato “non faccio mica male a nessuno…”!

Forse da oggi in centro città starò più attento ad andare a 50 km/h. Facciamolo tutti: ne guadagneremo sicuramente in sicurezza, e soprattutto, anche se non sarà molto, sarà pur sempre una goccia d’acqua fresca nel deserto arido dell’illegalità.

Alvise

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EDUCARE ALLA LEGALITÀ

Posted on dicembre 11, 2009. Filed under: Attualità e politica, Giustizia | Tag:, |

Una mia collega mi ha raccontato una sua recente esperienza che nella sua banalità mi ha colpito molto. Era andata a comprare due vestiti per il figlio in uno dei nostri tanti centri commerciali. Parcheggiata l’auto, le si fanno avanti due ragazzini, zingari, forse rom, che con la consueta insistenza cominciano a fare le loro richieste. Non chiedono soldi, ma merendine e magari una Coca Cola! La collega cede (molto presto, conoscendola). Ricordo che lei doveva solo comprare i vestiti, per cui dopo aver preso le cose per il figlio, si è infilata al supermercato (con tanto di coda di 10 minuti alla cassa) solo ed esclusivamente per esaudire il desiderio dei piccoli nomadi.

Vignetta da: ilcorrieredelweb.blogspot.com

Tornata alla sua auto, nota che i ragazzini sono ancora lì, ma stanno subendo la ramanzina da parte di due signore che li invitano ad andarsene, ricordando che hanno fatto lo stesso con i loro fratelli. Una volta che le signore se ne sono andate, la mia collega fa cenno ad uno dei due bambini di avvicinarsi e consegna il “corpo del reato”: come da accordi una confezione di merendine e una bottiglietta di Coca Cola (non ho chiesto informazioni dettagliate, ma penso che il totale della spesa non superasse i 5 Euro).

Appena consegnato il sacchetto, sbucano da dietro le due signore di prima, che mostrando un distintivo della polizia apostrofano l’incauta collega, dicendole di vergognarsi, che tutto il loro lungo lavoro per insegnare a questi ragazzini come ci si guadagna onestamente da vivere viene vanificato continuamente dalle persone immorali e sprovvedute come lei… e giù con anatemi e vari “chili di carne”.

La mia collega ha raccontato di essersi sentita mortificata, una vergogna che l’ha portata quasi alle lacrime. Ora, io non c’ero e non so come avrei reagito, ma ho provato a immedesimarmi e penso che davvero a queste due cosiddette rappresentanti delle “forze dell’ordine” avrei avuto qualcosa da dire.

Tanto per cominciare, care vigilantes che garantite la sicurezza di noi bravi cittadini, se il vostro lavoro di “educazione” è stato così lungo ed ha sortito questi effetti, evidentemente non è così efficace. Non sarà il caso di cambiare strategia?

E poi: avrei potuto giustificare una predichetta se avessi dato denaro contante ai ragazzini (cosa che peraltro cerco sempre di evitare). Magari avrei capito comunque un ammonimento, fatto spiegando le vostre ragioni, ma con ben altri modi! Ma mi (vi) chiedo: se io avessi comprato una merendina e una bibita ad un bambino italiano (cosa che a me personalmente è capitata), mi avreste fatto la stessa predica?

Ma ditemi: ai vostri figli, se ne avete, comprate mai una caramella, un dolcetto… così tanto per comunicare qualcosa?

E soprattutto, vi siete mai domandate cosa spinge un bambino a chiedere ad uno sconosciuto di comprargli una merendina? E’ solo il gusto dell’accattonaggio, il piacere dell’illegalità, o c’è qualcosa di più dietro a quella richiesta?

Quando avrete risposto a queste domande, forse sarete più degne di rappresentare le nostre forze dell’ordine.

Propongo per la prossima cena ricostituente merendine e cocacole per tutti! Sempre che non siano articoli illegali…

A presto.

Alvise

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IL PARADOSSO DEGLI INOSSERVANTI

Posted on febbraio 6, 2009. Filed under: Attualità e politica, Politica | Tag: |

La cronaca giudiziario-politica degli ultimi mesi (anni …) impone di fare un passo indietro rispetto al tema della questione morale e di dedicarci alla più banale “questione della legalità”; un concetto decisamente meno alto, ma che rappresenta comunque un “fondamentale” della discussione politica.

Dal punto di vista metodologico preciso che mi riferisco alla mera legalità in senso formale, al cd rispetto delle regole, senza implicazioni in ordine al valore delle stesse.

Comunque, secondo l’opinione generalmente condivisa, si tratta pur sempre di uno dei requisiti minimi che garantiscono l’esistenza di qualsiasi realtà organizzata.

Con buona pace di questa communis opino, invece “l’elusione delle regole” costituisce il vero sport nazionale del nostro Paese.

Ciò che appare maggiormente paradossale, però, è constatare come un gran numero di praticanti di questa disciplina appartengano – contemporaneamente – sia al novero di coloro che concorrono a stabilire le regole sia a quello degli “inosservanti”.

Epigoni di Machiavelli, gli inosservanti spesso giustificano apertamente la scelta di scavalcare le regole con la “necessità ed urgenza” di dover “tirare avanti la carretta”, sostengono quindi di agire per il bene comune.

Quanti tra sindaci, parlamentari, amministratori della publica res, pur appartenendo a formazioni politiche di governo, si muovono sfruttando le “pieghe” dell’ordinamento o addirittura nella palese illegittimità, pur, è questo il punto, perseguendo finalità istituzionali!

Sono spesso considerati “modelli” da imitare (“quello si che sa come si fa politica!” è il miglior complimento che amici ed avversari rivolgono a questa categoria) e, concretamente, sanno portare benefici -contemporaneamente concreti e, per ciò che diremo, al tempo stesso evanescenti- alla comunità di appartenenza, che sarebbero preclusi dalla stretta osservanza delle norme.

Altri li additano come “la casta”.

La nemesi, comunque la si pensi, è, inesorabile: l’ordinamento (cioè il complesso di regole ed istituzioni che reggono le sorti della comunità, in una parola lo Stato) arriva ben presto alla paralisi in quanto, per larga parte, costituito da complessi “ingranaggi” non pensati per funzionare, ma semplicemente per essere “esibiti”, al fine di giustificare, l’altrimenti inutile ritualità della partecipazione popolare.

In questo contesto, la legittimazione democratica è, quindi, troppo spesso solo la copertura attraverso cui agiscono oligarchie costituite in gruppi di potere; gruppi (i quali, per inciso e soprattutto per non essere frainteso, possono farsi portatori anche dei migliori valori e interessi, ma … ) che con il loro agire “oltre” le regole del gioco contribuiscono a determinare, spesso involontariamente, le condizioni a che il potere reale sia destinato a rimanere, saldamente e trasversalmente, nelle mani di chi conosce le “leve recondite” del sistema, che consentono, comunque ed in qualche modo, agli ingranaggi di muoversi.

Fuor di metafora: siamo una democrazia e ci comportiamo come se vivessimo in una monarchia, come se le regole fossero eterodeterminate anziché poste da noi stessi.

Eludendo le regole che abbiamo contribuito a creare, avveleniamo costantemente l’acqua a cui poi attingiamo e, contemporaneamente, creiamo, in modo del tutto involontario, i presupposti per la degenerazione del sistema e la proliferazione di comportamenti illeciti (e non soltanto illegittimi ) di fronte ai quali non disponiamo di efficaci anticorpi.

Se vogliamo invertire la rotta e uscire dal paradosso dobbiamo modificare, e non eludere, le regole ingiuste, pletoriche, inefficaci, abbandonando (ad ogni livello, dalla legge elettorale nazionale al regolamento di partito) strategie ispirate ad opportunismi e contingenze e soprattutto dobbiamo convincerci che le regole valgono veramente per tutti anzi soprattutto per chi le stabilisce.

Tommaso

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