ATTENZIONE ALL’AMBIENTE E POLITICHE PER LA FAMIGLIA

Posted on novembre 27, 2009. Filed under: Ambiente, Cultura | Tag:, , |

Direte: “e che c’entrano l’attenzione all’ambiente con le politiche per la famiglia?” Aspettate a leggere, uomini e donne di poca fede! Intanto datemene atto: finalmente mi sono deciso a parlarvi di questi benedetti pannolini lavabili!

Devo dire che diversi fattori hanno “sbloccato la situazione”.

Innanzitutto sappiate che dal 21 al 29 novembre c’è la “Settimana europea per la riduzione dei rifiuti”. Tanto per introdurre l’aspetto di cui vorrei parlare: qualcuno lo sapeva? Qualcuno sa di cosa si tratta? È stata adeguatamente pubblicizzata? Non credo, perciò vi invito intanto a visitare il sito http://www.ecodallecitta.it/menorifiuti/index.php

Per chi non l'ha mai visto, ecco un esemplare del famigerato "lavabile"

Poi naturalmente ci sono state le vostre “pressioni”, anche in occasione dell’ultima cena ricostituente. Ancora non ho capito il perché di tanto interesse da parte di chi non ha nemmeno figli, ma va benissimo: mi sembrano comunque informazioni che vale la pena diffondere.

Infine il recente inizio per mia figlia Alessia dell’esperienza del nido. Ottima sotto tanti punti di vista, non ultimo il fatto che Alessia abbia non solo accettato da subito il primo “distacco”, ma lo abbia fatto con entusiasmo. Segno che l’ambiente è accogliente (oppure è l’Alessia che è un mito?). Tuttavia dal lato “ecologia” ho avuto le notizie non buone che trovate più avanti.

Andiamo con ordine. Intanto vi do subito il sito che dovete vedere se siete interessati al prodotto: www.ecobaby.it. La bibbia del pannolino lavabile.

Lo definirei un “broker” di pannolini lavabili, nel senso che dalla pagina si possono ricevere informazioni dettagliatissime (prezzi, modelli, colori, caratteristiche…), confrontarle, nonché naturalmente acquistare i diversi tipi di pannolini, dei diversi produttori (quasi tutti stranieri), con diverse modalità, con sconti-quantità, ecc. C’è inoltre la possibilità di conoscere ed acquistare tutto l’”indotto” e i prodotti della stessa linea: “mooncups” (gli assorbenti ecologici di grillina memoria), buste porta pannolini, vari accessori, ecc.

Non ultima, da notare la sezione più “filosofica” (nella homepage in basso, alla voce “Pannolini lavabili perchè?”), indispensabile per chi vuole capire cosa c’è dietro all’idea di usare pannolini lavabili, e per chi vuole farsi una cultura, anche con numeri e dati oggettivi.

In estrema sintesi, calcolando la somma di pannolini usa e getta che vengono utilizzati mediamente nella vita di un bambino, e confrontandoli con i vari sistemi lavabili, i vantaggi sono di 3 tipi: economico (il risparmio sull’acquisto), educativo (il bambino ad un certo momento con il lavabile sente il disagio del panno sporco e viene quindi invogliato a toglierlo prima rispetto agli usa e getta) e naturalmente ecologico (se le andate a vedere, le cifre fanno veramente paura!).

Sui primi due vantaggi nulla da eccepire. Vorrei soffermarmi proprio sul terzo per invitare a due riflessioni che vengono naturalmente dall’esperienza personale.

1) Non è così facile. Insomma, ho notato che finchè mia moglie era a casa dal lavoro, la procedura (cambiare il pannolino, sciacquarlo, metterlo da parte fino ad arrivare ad un numero sufficiente da mettere in lavatrice, fare la lavatrice, stendere i pannolini, riporli) pur essendo indubbiamente faticosa rispetto all’usare e gettare, era un “sacrificio” che si faceva molto volentieri per tutti i motivi di cui sopra. Devo dire che eravamo arrivati ad un’organizzazione veramente efficace ed efficiente. Ma tutto è cambiato con il ritorno di mia moglie al lavoro. Insomma si lavora entrambi a tempo pieno, torniamo a casa quando va bene entrambi alle 18, ci sono ovviamente mille altre cose da fare per la piccola, quindi la procedura dei pannolini lavabili oltrepassa molto spesso i limiti del possibile.

2) Viviamo in un ambiente non ancora culturalmente preparato. E qui torno al tema del nido. Quando abbiamo inserito Alessia al nido, ci è stato detto testualmente che i pannolini lavabili non erano ammessi, in quanto dopo il cambio avrebbero dovuto essere necessariamente conservati negli armadietti (che nel loro caso sono divisi in comune tra due bimbi). Niente da obiettare, ma mi pare evidente la mancanza di una cultura in questo senso. Ricordo che si tratta di una struttura comunale, all’avanguardia sotto vari aspetti (da sottolineare la mensa interna: una vera rarità che, oltre a garantire elevata qualità, abbatte notevolmente i costi). Ciononostante la struttura evidentemente non è (ancora?) attrezzata per promuovere tra le mamme la cultura del pannolino lavabile.

Che fare? Per questo secondo aspetto non resta che sensibilizzare. Le istituzioni, ma anche i singoli cittadini, le mamme, ecc. La lobby degli usa e getta non aiuterà di certo, ma ci si può provare. Del resto io nel mio piccolo lo sto facendo.

Invece per il primo aspetto la faccenda è più complicata. Verrebbe da tirar fuori le annose questioni delle “politiche per la famiglia” con cui tutti i nostri eccelsi parlamentari si riempiono la bocca, della possibilità concrete che hanno le donne (e gli uomini?) di conciliare davvero i tempi del lavoro con quelli della famiglia… voi che dite?

Io, quando faccio questo ragionamento, penso a quella puntata di Report di qualche anno fa, dove una mamma francese diceva che aveva diritto ad un anno di maternità obbligatoria, più l’eventuale facoltativa, più assegni progressivi in base al numero di figli che le garantivano – con tre figli – pressochè il suo stipendio mensile, più incentivi, più la possibilità del nido aziendale…

Limitandoci all’aspetto economico (non parliamo della qualità dell’ambiente con tutta quell’immondizia in meno), è da queste piccole cose che si vede la “catena virtuosa”. Nel nostro caso: “investire” nella mamma = incentivare l’abitudine ecologica = minore produzione di rifiuti = minore spesa per smaltirli

Troppo complicato? Sarà… ma intanto non mi risulta che in Francia il debito pubblico sia esploso come in altri paesi… vuoi vedere che si possono fare sul serio delle vere politiche per la famiglia senza andare in bancarotta?

A presto.

Alvise

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A PROPOSITO DI FORESTA AMAZZONICA: INTERVISTA A P. MIGUEL PIOVESAN

Posted on luglio 3, 2009. Filed under: Ambiente | Tag:, , , , |

Qualche giorno fa ho potuto intervistare don Michele “Miguel” Piovesan, un missionario di quelli che io dico “con la tuta mimetica”, con il quale da qualche anno stiamo cercando di realizzare piccole azioni di cooperazione allo sviluppo nella regione peruviana del Purus, al confine con il Brasile, in piena foresta amazzonica. Mi sembrava un’opportunità formidabile per avere un punto di vista autorevole, da parte di una persona che vive in Sudamerica da moltissimi anni, sia sul ruolo storico delle chiese (non solo quella cattolica) in quell’area, sia soprattutto sulla questione ambientale dell’Amazzonia che anche Giuliano ha affrontato recentemente nel suo post.

Buongiorno Miguel, mi racconti brevemente la tua storia? Da quanto sei in Perù, come sei arrivato alla Parrocchia del Purus, quanti parrocchiani hai…
Padre Miguel a Monastier

Padre Miguel con il suo caratteristico copricapo

Sono nato a Pralongo di Monastier (TV), sul Piave, nel Veneto, nel 1949. Sono il 13° di 15 fratelli, una classica famiglia povera del dopoguerra, in cui i genitori insegnavano che “è meglio poveri ed onesti che ricchi e con la coscienza non tranquilla…” Devo dire che il gruppo famigliare numeroso mi ha allenato alla comunione della diversità ed al dibattito immediato sul dissenso. Le otto sorelle e i sei fratelli mi hanno inoltre trasmesso un equilibrio che sento come un tesoro, se penso ai tanti che attualmente hanno bisogno di terapie psicologiche…
Gli anni di seminario mi hanno garantito un’istruzione valida. In seguito, uscendo dall’Italia, ho scoperto che il nostro Paese non è il centro del Mondo. E adesso, ritornando ogni tanto, vedo che è sempre meno quella Nazione meravigliosa con una propria identità di artisti, ingegneri, filosofi, imprenditori…
A 20 anni sono stato inviato in Argentina, dove ho finito gli studi teologici ed ho ricevuto l’Ordine Sacro, assegnato alla Diocesi di Viedma in Patagonia. Nel 1989 ho fatto anche uno studio in Colombia sull’ecumenismo.
Per 20 anni sono stato parroco in diverse parrocchie della Provincia di Rio Negro. Nel 1992 la diocesi mi ha inviato (perché mi ero offerto) presso un vicariato in una zona montagnosa del Perù con pochi sacerdoti e con mille problemi. Siamo durante il periodo tormentoso delle azioni di “Sendero Luminoso”, che faceva invece molto “buio” sulla società, con azioni crudeli e morti continue, ingiuste ed assurde.
Nel 1999 sono stato nominato parroco (niente a che vedere con i parroci in Europa!) nella regione amazzonica del fiume Purus. Una zona isolatissima: non c’ è altra maniera di raggiungerla se non con un aereo privato! La zona è abitata da dieci gruppi etnici, ciascuno con la propia lingua ed identità: Cashinahua, Sharanahua, Culina, Mastanahua, Chaninahua, Amahuaca, Ashaninka, Yines, Piros, Mestizos. Sono tutti contadini, vivono di caccia, pesca e agricoltura. I gruppi etnici risiedono complessivamente in 44 villaggi, ciascuno composto dai cento ai trecento abitanti. La somma della popolazione non supera i 5 mila abitanti.
Il loro isolamento geografico ha naturalmente provocato anche un isolamento storico. Lo sviluppo tecnologico in molti casi è ancora in una fase che si potrebbe definire preistorica. (Alcuni gruppi non conoscono nemmeno la ruota n.d.r.).
Appena arrivato, la gente mi ha supplicato affinché collaborassi a rompere il loro isolamento, realizzando in qualche modo una connessione fisica con il resto della Nazione. Mi sono messo all’opera, ma la presenza nel posto di gruppi evangelici integralisti, praticanti forme di fanatismo ossessivo, ha ridotto di molto il nostro agire.
Inoltre certi “sbirri” del Primo Mondo con vestiti “messianici”, hanno proposto azioni di accompagnamento allo sviluppo (educativo, sanitario, organizzativo, ecc) in maniera aggressiva, al punto da creare una rottura ed uno scontro fra Chiesa e popolazione (che cerca comunque un minimo benessere) da una parte, e gruppi di potere internazionale dall’altra, arrivando anche a gravi e ripetute minacce.

Allora ti faccio una domanda che avrei fatto anche ai primi Gesuiti arrivati in quei posti così difficili: secondo te come si fa a conciliare l’evangelizzazione e l’educazione con la salvaguardia delle tradizioni locali?
Per fortuna la Chiesa si è ravveduta abbastanza sugli errori commessi nel passato in nome dell’evangelizzazione. Infatti come sappiamo in America la Chiesa è arrivata sulle barche della conquista del Regno di Castilla, e la Croce è apparsa assieme alla spada. Nonostante questo, la presenza della Chiesa è stata sempre un freno alla conquista. Gli sbagli metodologici dell’uso della lingua latina anche per i non latini (guarda un po’: proprio oggi le ordinazioni lefevbriste a Econe…), la liturgia romana (che ancora sussiste, sfortunatamente), e l’imposizione a volte anche involontaria della cultura “occidentale e cristiana”, senza capire e senza valorizzare le culture locali… tutti questi sbagli per fortuna hanno insegnato a rivedere le metodologie.
Oggi la Chiesa in America Latina è senza dubbio molto più vicina alla gente rispetto ad esempio a quella Italiana. Lo prova il fatto che la gerarchia non ha e non vuole tutti quei privilegi, quel potere che si colgono in Italia. Un altro segno di una più genuina comunione è il protagonismo dei laici, sempre molto intenso. E poi un altro elemento di questa vicinanza è la liturgia, che è senza dubbio più “incarnata” nell’identità locale, più vivace, meno controllata dalla gerarchia ecclesiastica, più “festosa” direi, ed anche più connessa ed impegnata con la realtà quotidiana. Insomma più fedele al Concilio Vaticano II.

P. Miguel con alcuni suoi piccoli parrocchiani

P. Miguel con alcuni suoi piccoli parrocchiani

Il fatto di dover “attingere l’acqua come e con la Samaritana”, il fatto della fame che esige una moltiplicazione del pane, il fatto di una cecità, di una sordità, di una ignoranza (non rimproverabili) che richiedono un impegno straorinario per trasformare strutture e persone, sono tutti elementi che ispirano molto meglio una religione che faccia da ponte fra terra e cielo, che esigono (e provocano) un cristianesimo più coerente. I Vescovi, i preti, i laici impegnati, uccisi durante gli ultimi anni nel continente, sono il segno di questa religione “con la gente e per la gente”.
Il vescovo attualmente Presidente in Paraguay, come altri preti “sindaci”, sono un’altra espressione di questo fenomeno di religione “incarnata”. Dal mio punto di vista, basta sentire che il messaggio di Gesù Cristo è una proposta, un invito a scoprire il Regno dei cieli nascosto nei sacramenti, ma nascosto anche in ogni uomo di buona volontà, ciascuno con la propria cultura e sensibilità, ed anche con la propria dinamica e ritmo di conversione.

Ogni tanto (raramente) ci arrivano notizie di manifestazioni degli Indios peruviani a difesa della foresta. Tu che ci vivi, ci spieghi cosa sta succedendo veramente in Perù con gli ambientalisti? Perché è importante per le comunità in cui vivi costruire una strada di 100 km in mezzo alla foresta? Cosa pensano e cosa fanno veramente gli Indios? C’è qualcuno che sta approfittando della situazione?
Bisogna partire da un dato di fatto: in quella e in altre regioni l’isolamento impedisce qualsiasi minimo miglioramento e benessere. Non solo. Il costo della vita a volte è superiore anche del 1000% rispetto al resto del Perù a causa delle difficoltà di trasporto. E non dimentichiamoci che senza un minimo di mezzi di comunicazione, chi si ammala muore. Siamo in una regione che ha l’indice di analfabetismo tra i più alti del pianeta, dove la popolazione è esclusa da tutto ciò che la scienza e la tecnica possono offrire all’umanità, dove la gente è costretta comunque a vivere nella miseria, nella povertà e nella sofferenza.
Dall’altra parte, nel 2004 una grossa fetta del territorio degli Indios è stata sottratta alle popolazioni per convertirla in un Parco Nazionale. “Bene!” si dirà… Ma il fatto è che in realtà quella è una riserva ecologica per il Primo Mondo intossicato di carbonio.
Sul resto del territorio, ricco di legno pregiato, è stata vietata la commercializzazione di questo legname da parte delle popolazioni locali: praticamente è stata tolta loro una delle poche possibilità di vivere e svilupparsi.
Poi c’è la questione delle organizzazioni ambientaliste. Emissari di WWF, Ryan Forest, Park Watch, e di tante altre organizzazioni “ecologiche” non governative, hanno iniziato una campagna di lavaggio del cervello sugli indigeni, sollevando ad esempio l’argomento che “se faranno la strada sarà il loro sterminio, se si metteranno in contatto con il mondo esterno, sarà la loro fine”.
Queste organizzazioni hanno creato, guidato e sovvenzionato un’organizzazione indigena denominata “FECONAPU”, che serve sostanzialmente alla loro (delle organizzazioni n.d.r.) remunerazione, e fanno dire e firmare agli Indios quello che interessa alle Organizzazioni Internazionali.
Il fatto è che mentre questi emissari viaggiano comodamente in aereo, e ricevono un lauto stipendio in Dollari, gli indigeni, convinti da costoro che “Dio li ha creati per badare al bosco, polmone del mondo”, hanno loro i polmoni senza ossigeno, sono denutriti, e vivono esclusi ed isolati. In sostanza ho l’impressione che il grande interesse di questi rappresentanti del Primo Mondo sia espressamente l’ossigeno, ma, appunto, solo per il Primo Mondo! E poi, sotto sotto, c’è il discorso dell’ acqua, del petrolio, dell’oro che abbondano in questa regione.
È davvero triste vedere come in Europa questi “verdi” predichino la salvezza della specie umana, mentre nel Purùs mostrano chiaramente di non dare nessuna importanza all’essere umano. Piangono, gridano e si stracciano le vesti se si taglia un albero, ma nulla sembra importare loro se un uomo muore nella nostra selva.
Mi permetto di aggiungere una cosa. Di fronte a questi problemi la Chiesa Evangelica, molto potente e presente nel luogo, insegna la rassegnazione perchè “se le cose stanno così, è perché Iddio ha voluto così…” Invece la Chiesa Cattolica (Vescovi, parroci, consigli parrocchiali), e il Fronte di Difesa dei Diritti del Popolo hanno preso una posizione chiara di denuncia, ed hanno cominciato a costruire la strada. Il vescovo, Mons. Francisco Gonzalez Hernandez, è addirittura vicepresidente della “Commissione Pro-strada”. Allora le organizzazioni pseudo-ecologiste hanno subito “istruito” i loro dirigenti, al punto da far firmare loro diverse minacce contro il parroco ed altre personalità, attive nella promozione umana, nello sviluppo sostenibile della regione e nella lotta all’isolamento imposto da questi falsi “salvatori dell’umanità”.
Come proseguirà questa situazione non si sa. Quello che è chiaro sono gli interessi dei potenti, sempre e comunque a scapito dei più deboli.
Ti ringrazio, complimenti per il blog, al quale accederò, se riesco, con molto piacere, partecipe della vostra nobile curiosità, rispondendo alle tue domande che magari possono aiutare i più ingenui a riflettere su argomenti come il ruolo dei mass media, in mano sempre ai (pre)potenti!
Grazie a te Padre Miguel, in bocca al lupo per tutto, buon lavoro e alla prossima!

Alvise

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Un tocco di verde nella politica di Obama

Posted on novembre 23, 2008. Filed under: Ambiente | Tag:, |

L’elezione di Barack Obama a nuovo presidente degli Stati Uniti non ha solo segnato un momento di discontinuità nella storia degli Stati Uniti, ma ha anche riacceso le speranze di milioni di persone che avevano finito per non credere più nella politica e in ciò che essa può fare per la società. Guardare in televisione le lunghe file ordinate di votanti a New York, ciascuno con un libro in mano per ingannare l’attesa, mi ha molto colpita per la serenità e la tranquillità con cui l’America non ha mancato l’appuntamento con la storia, scegliendo il rinnovamento, la serietà, scegliendo di credere davvero che un mondo diverso sia possibile! Barack Obama è diventato presidente in un momento molto difficile per la storia mondiale, non solo per la crisi economica, per soprattutto per la definizione di nuovi modelli di sviluppo, più equi e sostenibili.

Da un punto di vista internazionale, gli Stati Uniti pur firmatari del Protocollo di Kyoto, scelsero di non ratificarlo sotto la prima Presidenza George Bush Jr nel 2001, scegliendo di non accettare nessun vincolo di riduzione delle emissioni di gas serra visto il mancato coinvolgimento di grandi emittenti come Cina e India. Il vento di rinnovamento che sta soffiando sulla politica americana sarà in grado di modificare anche la posizione di questo grande paese in ambito ambientale? A leggere le proposte elettorali di Barack Obama la risposta è decisamente SI!

Infatti, il duo Obama-Biden si è sempre dichiarato a favore di vincolare gli Stati Uniti a ridurre i gas serra del 80 percento rispetto ai livelli del 1990 entro il 2050, tramite la costituzione di un sistema denominato cap and trade nazionale. Sistemi di questo tipo prevedono l’identificazione di limiti annuali all’emissione di gas serra (che possono essere attribuiti ai singoli stati o ad entità più piccole) a fronte dei quali vengono trasferiti dei permessi di emissione che devono essere restituiti alle autorità competenti alla fine dell’anno. La flessibilità di questo sistema risiede nel fatto che industrie con ridotta capacità di riduzione delle emissioni possono rivolgersi al mercato per acquistare i permessi addizionali di cui hanno bisogno per coprire il totale delle loro emissioni da industrie che invece possono ridurre le loro emissioni più facilmente (perchè hanno una tecnologia più moderna, costa  loro meno, ecc). Globalmente il limite aggregato delle emissioni fissato all’inizio è rispettato, ma i permessi si “spostano” verso chi ne ha più bisogno a fronte di una vera e propria transazione finanziaria. In Europa un mercato di questo genere esiste già dal 2005, ma ve ne parlerò più diffusamente in un prossimo articolo.

Tornando a Barack Obama, non solo il neo presidente porta avanti con forza l’idea di costituire questo sistema per tornare a partecipare attivamente alla lotta ai cambiamenti climatici, ma ha anche inserito nel suo programma elettorale altri punti che fanno ben sperare in un suo prossimo coinvolgimento in un accordo post Kyoto. Il neo presidente ha proposto di istituire all’interno del Dipartimento americano per l’Energia un Programma per il Trasferimento Tecnologico di tecnologie a minor impatto ecologico per aiutare i paesi in via di sviluppo a combattere i cambiamenti climatici, e sostiene il dibattito sul ruolo delle foreste nella lotta al cambiamento climatico (anche su questo tema ci sarebbe moltissimo da dire, ma non è questo il momento). Ciliegina sulla torta, non solo Obama ha promesso di investire 150 miliardi di dollari a favore dell’efficienza energetica, ma ha anche parlato di creare 5 milioni di posti di lavoro nella nuova industria “verde”, partendo dall’istituzione di percorsi di formazione per giovani svantaggiati.

Di fronte ad una crisi economica come quella che stiamo vivendo, che ha colpito molto gli Stati Uniti, il coraggio e la lungimiranza di investire nel futuro del pianeta, e ,in una sorta di New Deal verde, di offrire una speranza anche lavorativa a chi è stato più colpito non fanno che rafforzare la mia ammirazione per questo nuovo presidente, un grande uomo con una visione.

Era ora.

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