FLESSIBILITÀ AL FEMMINILE

Posted on giugno 17, 2009. Filed under: lavoro | Tag:, , , , , |

Categorizzare il concetto di flessibilità è impossibile e, soprattutto, poco saggio. È indubbia, in ogni caso, la facilità con la quale tale condizione può assumere una connotazione negativa.

Due sono i modi principali di intendere (e di volere) la flessibilità: da un lato come uno smantellamento del sistema di welfare e come creazione di un esercito di lavoratori precari, dall’altro – in accordo con quelli che erano gli obiettivi della legge Biagi – come un modo per favorire l’emersione del lavoro nero, per regolare le collaborazioni e per creare una categoria di lavoratori (che potremmo chiamare professionals) che sfruttando i rapporti flessibili si costruiscono, attraverso esperienze e formazione, una forte spendibilità all’interno del mondo del lavoro.

Flessibilità donne

Flessibilità donne

Il problema, a questo punto, consiste nella possibilità di comprendere quando la flessibilità cede il posto alla precarietà e quando possiamo parlare di flessibilità virtuosa. In un mutato contesto economico, dove perfino i confini delle organizzazioni diventano poco identificabili, quando un lavoratore è flessibile (si muove da professional in più aziende) e quando è precario (viene sbalzato da un posto di lavoro all’altro)?

A questi e a tutti gli altri argomenti che si possono portare sul tema (pensiamo ad esempio alla proliferazione di contratti co.co.pro. che di progetto non hanno nulla, e a tutte quelle forme di flessibilità “malata” introdotte e in qualche modo regolarizzate dalla Legge Biagi), si aggiunge un ulteriore fattore di complessità quando si osserva il mondo del lavoro al femminile. La domanda, a questo punto, diventa: cosa rappresenta la flessibilità per le donne lavoratrici? In che modo influisce, in positivo e in negativo sulla creazione dell’identità professionale e personale?

L’ambivalenza in questo caso si traduce nel fatto che per una donna la flessibilità può essere un vantaggio nel momento in cui si traduce in opportunità di gestire e conciliare al meglio esigenze personali e lavorative, anche con lo scopo di impedire l’obsolescenza delle competenze durante il periodo dedicato alla cura della famiglia con il rischio di trovare forti barriere al rientro nel mercato del lavoro (ad esempio dopo la maternità). Ma è sicuramente uno svantaggio quando si traduce in modalità di lavoro non scelte volontariamente o che non permettono mobilità occupazionale sia verticale (con promozioni) che orizzontale (verso altri tipi di lavoro, anche con prospettive di trasformarsi in occupazione a tempo pieno).

Un esempio emblematico è il lavoro part time al rientro dalla maternità. Per quante donne si tratta di una scelta e per quante di un percorso obbligato? Quanto il conferimento del part time da parte dell’azienda risponde alla precisa volontà di favorire la conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro e quanto, invece, risponde all’obbiettivo implicito di ridimensionare il ruolo e la responsabilità di lavoratrici considerate ormai disinformate e condizionate da impegni familiari per poter investire nel lavoro al cento per cento le proprie potenzialità?

Precarietà

Precarietà

Difficile rispondere alla prima domanda. Tuttavia diversi studi ci raccontano che la maggior parte delle donne non usufruisce del periodo di astensione facoltativa per maternità. Le cause di tanta riluttanza sono molteplici e si riferiscono, in prima battuta, a motivazioni economiche (la nascita di un figlio crea senza dubbio un aumento dei bisogni familiari e delle spese). Tuttavia, le motivazioni riguardano anche la preoccupazione per il fatto che il rimanere per troppo tempo assenti dal luogo di lavoro possa comportare rallentamenti nello sviluppo della carriera o un reinserimento faticoso dovuto sia ai possibili cambi di mansione sia ad una diversa considerazione della propria disponibilità a investire energie nella sfera professionale.

Questa considerazione apre la strada ad una questione ancora poco considerata: nel mondo del lavoro per le donne persistono delle dinamiche segreganti che impediscono la concreta possibilità di avere pari opportunità di sviluppo professionale. La flessibilità necessariamente gioca un ruolo negativo in un contesto nel quale il sistema delle carriere non premia le competenze, ma piuttosto l’adeguamento a un modello di coinvolgimento totale nel lavoro a danno della vita personale, che coincide con un modello tipicamente maschile.

È evidente quanto questo possa influire sulla vita professionale delle donne: alla necessità di rapporti flessibili si accompagnano ruoli e mansioni connotati da minori responsabilità e prestigio proprio perché il tempo dedicato al lavoro (sia esso parziale o gravato da interruzioni per maternità o altri motivi personali e familiari) non viene ritenuto sufficiente.

A questi problemi tentano di rispondere le politiche sociali e le cosiddette azioni positive, le quali si propongono di appiattire il divario tra la situazione occupazionale femminile e quella maschile (vedi la Legge 8 marzo 2000, n. 53). Ma l’attenzione al problema è ancora largamente insufficiente e, ancora più scarsa, è la diffusione di una rinnovata visione del reinserimento e dell’accompagnamento delle donne uscite dal mercato del lavoro.

Compito delle istituzioni, in particolar modo del sindacato è, a partire da una riflessione più attenta sui mutamenti del mercato del lavoro, sulla struttura sociale e sull’universo dell’occupazione femminile, rappresentare in maniera adeguata la crescente varietà e variabilità di situazioni personali e professionali delle donne.

Ilaria

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ANCHE I PENSIONATI HANNO UN SINDACATO?

Posted on febbraio 4, 2009. Filed under: Attualità e politica, Politica | Tag:, , , |

Lavorando nello Spi Cgil mi è capitato a volte di dare per scontato che la gente sappia cos’è un sindacato pensionati e perché esista.
Spero che queste righe possano contribuire a fare un po’ di luce a riguardo.
Le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative, Cgil, Cisl, Uil, per intenderci, ma anche quelle autonome, organizzano e rappresentano i lavoratori secondo le categorie di appartenenza: pubblico impiego, scuola e ricerca, metalmeccanici, chimici, tessili, commercio e turismo, alimentaristi, università , poste, spettacolo, bancari etc etc.
La tutela avviene per l’applicazione dei contratti nazionali e per la contrattazione integrativa di secondo livello, quella territoriale o aziendale, che però si riesce ad espletare solo in poche realtà , dove ci sono iscritti e solo in aziende con almeno 15 lavoratori.
In Veneto, patria delle imprese pulviscolo, riusciamo a contrattare solo nel 10% delle piccole aziende per cui il contratto nazionale resta il punto di riferimento dei lavoratori e questi si rivolgono a noi anche per controllare la giustezza delle buste paghe, per cause per mancato rispetto degli accordi di lavoro e dei diritti costituzionali e per rivendicare nuovi diritti (es:lavoratori atipici e precari)
Le OO.SS, inoltre, come portatori di istanze collettive, sono sempre state ascoltate come parti sociali al tavolo del Governo in sede di predisposizione del bilancio economico annuale, sottoscrivendo, a volte, accordi memorabili che hanno cambiato i rapporti economici e sociali tra le parti.
Mi riferisco alla modifica del sistema pensionistico, in ragione dell’aumento della lunghezza della vita, che hanno fatto si che il sistema tenesse, in un divenire di accordi unitari dal 1993 (accordo sulla politica dei redditi) in poi, fino a quello del 23 luglio 2007 col governo Prodi.
La politica concertativa durante i governi retti da Berlusconi è sempre stata messa in discussione col tentativo di rompere l’unita tra le sigle sindacali e cercando di mettere all’angolo la Cgil, considerata organizzazione conservatrice.
E in tutto questo i pensionati che c’entrano? Niente o quasi!
Quando un lavoratore/trice va in pensione, attualmente con almeno 38 anni di anzianità o 60 di età, riceve la pensione rispetto ai contributi che ha versato, per un importo che va dal 50 al 60% dell’ultima retribuzione e ciò dipende anche dal tipo di frammentazione del percorso lavorativo (tipico di un lavoratore che ha avuto vari contratti a tempo determinato).
Ma mentre il contratto nazionale di lavoro consente ai lavoratori di aumentare il loro stipendio ogni 2 o 3 anni, i pensionati non hanno nessun meccanismo di rivalutazione della pensione per cui, negli ultimi 10 anni, complice anche la non controllata introduzione dell’euro, le pensioni hanno perso il 30% del potere d’acquisto. Chi nel 2000 aveva una pensione di 1milione e mezzo di lire vantava un tenore di vita buono, quella cifra si è trasformata in 650 euro e consente al pensionato di vivere solo una condizione di povertà, considerando,poi, che le donne hanno mediamente pensioni molto più basse.
Ricordo, inoltre, che in Italia sono più di tre milioni i pensionati che vivono con la “minima”, circa 500 euro al mese.
Dei pensionati, allora, si occupano le OO.SS dei pensionati che cercano di tutelare gli anziani incalzando i governi nazionali a prevedere misure di difesa del potere d’acquisto delle pensioni.
L’accordo del 2007 prevedeva, per la prima volta nella storia italiana, l’istituzione di un tavolo per la rivalutazione delle pensioni: il governo è caduto e Berlusca ai pensionati regala un po’ di carità pelosa con 500.000 social card di sole 120 euro e spesso i soldi risultano non caricati.
Con le migliorate condizioni di vita e l’allungamento della stessa sono aumentate le spese sanitarie a carico degli anziani, soprattutto se riguardano quelli non autosufficienti (case di riposo, assistenza domiciliare, assistenza ospedaliera) e noi lavoriamo perché i costi determinati dalla presenza di una persona in perdita di autonomia a casa non ricadano solo sulle spalle di quella famiglia ma diventino un costo a carico della fiscalità generale. Per questo abbiamo chiesto ed ottenuto un fondo nazionale per la non autosufficienza (interessa 2,5 milioni di anziani e 500 giovani) le cui risorse però sono infinitesimali.
Ovviamente il nostro sforzo sarà quello di continuare a chiederne il potenziamento.
Il nostro lavoro di tutela si estende alla contrattazione territoriale con Ulss, case di riposo, per il miglioramento degli standard sanitari e sociali ma soprattutto con i comuni e le regioni perché queste, che sono gli enti più vicini ai cittadini, possano istituire servizi specifici e calmierare le tariffe locali per gli anziani a basso reddito.
Si dice che gli anziani sono una risorsa ed è vero ma ci sono poche politiche per sostenerli ecco perché è necessario esista un sindacato pensionati che si faccia carico di tutelarli nel miglioramento delle condizioni di vita.

Margherita

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La piazza della Cgil

Posted on dicembre 12, 2008. Filed under: Attualità e politica | Tag:, , , , |

“Piove, governo ladro” si diceva una volta, “piove, governo inetto” possiamo dire oggi.
Perchè? perchè di fronte alla crisi economica epocale che si sta abbattendo sull’Italia, che non può essere paragonata con nessuna delle crisi precedenti, il nostro è l’unico governo in Europa che non ha individuato misure concrete di sostegno ai redditi, alle pensioni e alla produzione, ma solo una serie di oboli a pioggia che non invertiranno la tendenza.
Nel 2008 la cassa integrazione (per le aziende che ce l’hanno) è aumentata del 50% e quella straordinaria (per le ristrutturazioni) del 350% e da gennaio, con la chiusura di richiesta di commesse industriali, ci attendiamo un effetto domino impressionante soprattutto nelle piccole aziende e tra gli artigiani.
E nel mitico nordest, locomotiva nazionale, la cosa sarà ancora più pesante!!! i primi che ne faranno le spese e resteranno a casa privi degli ammortizzatori sociali saranno tutti quelli che hanno contratti a tempo determinato, cococo, copro e interinali… di punto in bianco si passerà dalla preoccupazione di avere un lavoro certo alla sicurezza di non averne uno.
La Cgil ha fatto proposte significative a questo governo, chiedendo misure davvero straordinarie, per sostenere i redditi, ma non ottenendo risposta ha deciso di scendere in piazza per dar voce alla gente, al suo disagio e alla paura per il futuro.
Pensate che scendere oggi in piazza a dimostrare vuol dire aver accettato di fare a meno di 50/60 euro del proprio stipendio e di questi tempi non è facile, soprattutto per categorie come quella del pubblico impiego che di scioperi ne hanno fatto già 2 o 3.
Se si aggiunge anche il maltempo l’adesione che ho visto in piazza a Mestre ma anche nelle altre 100 città d’italia è davvero commovente!
La crisi economica forse sarà un bene dal punto di vista della riconquista di certi valori, perché alla fine saremo tutti diversi, migliori, forse, ma passerà per grandi dolori e il governo non capisce che il sindacato gioca qui un ruolo di REGOLAZIONE del dissenso che se non incanalato opportunamente rischia di deflagrare con pesanti ricadute in termini di tenuta di sicurezza e democrazia.
Da qui a risposte totalitarie il passo è breve.
Il momento è straordinario e richiede risposte straordinarie, invece a palazzo stanno suonando la canzone del “è tutto sotto controllo” come l’orchestrina del Titanic mentre la nave affondava.
A noi non interessa la contrapposizione strumentale al governo a noi interessa che chi governa il paese DIA una risposta diversa da quella odierna, pena il trovarsi tra qualche mese di fronte ad una paese stravolto dalla fame, dall’insicurezza, che non attirerà più investimenti stranieri perchè considerato troppo inaffidabile.
Margherita

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