Incentivi auto e politiche industriali

Posted on marzo 1, 2010. Filed under: Attualità e politica, economia | Tag:, , , , |

Torno a parlare di auto. La volta scorsa la “partita” era tra Italia e Germania, oggi vorrei cambiare avversario: parliamo della Francia, dei nostri amatissimi cugini mangiarane. Detto con simpatia naturalmente.

Lo spunto viene da una notizia del 17 febbraio scorso. Come avrete sentito, il Ministro Scajola ha dichiarato ufficialmente in Parlamento che per quest’anno gli incentivi per l’acquisto di auto nuove non ci saranno. Di questa dichiarazione si è parlato lo stesso giorno nel corso della trasmissione radiofonica “Caterpillar” su Radio Rai 2. Ospiti telefonici una cittadina italofrancese “corrispondente di Caterpillar” e il Direttore di Quattroruote Mauro Tedeschini. Nel dibattito si accennava al regime degli incentivi vigente in Francia.

Ora direte: “il solito disfattista! Eccolo con l’erba del vicino che è sempre più verde, e con l’Italia che è uno schifo, e bla bla…”. Che volete che vi dica? Non posso farci niente: ancora una volta, ascoltando ciò che succede all’estero, non solo provo un senso di rabbia e – diciamolo pure – di invidia, ma mi domando perché abbiamo una classe politica tanto inetta da non essere nemmeno in grado di copiare le buone cose che si fanno al di là delle Alpi. Basterebbe così poco! Giudicate voi.

Intanto permettetemi una prima considerazione. Trovo sconcertante che un Ministro se ne esca con questa dichiarazione, dopo che il 27 gennaio (20 giorni prima appena) aveva dichiarato: “…noi intenderemo dare incentivi di minore entità per un periodo più breve, in modo che si arrivi ad esaurire il percorso degli incentivi”. Capirete che due dichiarazioni così discordanti anche se vicine nel tempo, e apparentemente innocue, creano invece quantomeno un po’ di scompiglio sia tra le case automobilistiche, sia tra i consumatori, con effetti che possono essere anche rilevanti sull’economia del paese.

Vabbè, ringraziamo il Ministro e veniamo al punto. Il Direttore di Quattroruote alla radio sosteneva che in pratica in Italia la questione “incentivi si – incentivi no” non è nient’altro che una bega tra il Governo e il più grande gruppo industriale del nostro paese. Il problema di fondo, secondo lui, era che mentre in Italia gli incentivi li pagano tutti i contribuenti ma sono studiati per servire alle imprese, in Francia (e nel resto del Mondo) gli incentivi sono pensati innanzitutto come una misura per aiutare i consumatori. Per cui è evidente, e a questo punto normale, che la Fiat e Marchionne abbiano preso la questione degli incentivi come un fatto personale. Abbiamo sentito negli ultimi giorni che l’Amministratore della Fiat, a chi gli rinfacciava il fatto che la sua azienda è sopravvissuta per decenni grazie a finanziamenti pubblici sotto varie forme, ha risposto facendo addirittura l’offeso. Ha detto in sostanza: “ah si? La Fiat sarebbe stata sempre foraggiata dallo Stato? Bene, d’ora in poi possiamo fare a meno dei vostri spiccioli sotto forma di incentivi…” Intanto vedremo come “possono fare a meno”, tanto eventualmente ne farà le spese qualche migliaio di operai e non certo Marchionne (vedi la vicenda Termini Imerese e la recente cassa integrazione per tutti gli stabilimenti). Ma il vero fatto che emerge, a prescindere che sia vero o no che la Fiat abbia vissuto finora di elargizioni statali, è la conferma di quanto dice Tedeschini: in Italia gli incentivi auto sono pensati per servire alle imprese, non ai consumatori. Beninteso: è chiaro che alla fine se ne avvantaggia anche il consumatore (e ci mancherebbe!), ivi compreso il sottoscritto (menomale che ho comprato l’anno scorso!), ma sto facendo un discorso più ampio su qual è il pensiero che sta dietro ad una misura di politica economica.

Insomma, mentre alla radio si diceva questa cosa tanto ovvia, ho pensato che siamo talmente abituati a questo modo di fare politica industriale, che non ci meravigliamo neanche più… Quindi già mi stavo “alterando” un poco, quando è arrivato il colpo di grazia dalla corrispondente francese (se non ricordo male tale sig.ra Marcelinò). Questa signora ha raccontato – notizia confermata da Tedeschini – che in Francia non ci sono incentivi per l’acquisto delle auto, ma una specie di “bonus malus”. Funziona così. Se si compra un auto utilitaria con bassissime emissioni, magari ibrida, si ha diritto ad un incentivo sotto forma di sconto sull’acquisto. Man mano che le emissioni e l’impatto inquinante del modello aumentano, diminuiscono gli sconti, e a partire da un certo valore c’è al contrario una sovrattassa, che aumenta proporzionalmente fino ad arrivare a cospicue somme per l’acquisto ad esempio di un SUV. Per chi come me è rimasto allibito, vorrei girare il coltello nella piaga riassumendo brevemente i vantaggi del sistema. a) è un sistema evidentemente a favore del consumatore (cosciente); b) è un sistema equo: toglie ai ricchi (e agli inquinatori) per dare ai poveri (e a coloro che stanno attenti all’ambiente); c) alla fine è effettivamente un incentivo anche per le case automobilistiche, ma solo per spingerle a produrre auto meno inquinanti (quindi a investire in ricerca, quindi ad assumere cervelli, quindi…); d) è in definitiva una misura di politica economica, ma anche ambientale… allora si può fare!; e) non ultimo: è un sistema che si autofinanzia! Meraviglia! si può replicarlo all’infinito e non c’è bisogno di salassi in finanziaria ogni anno!

Scusate, signori politici e governanti italiani… sì, sì, dico anche a voi del PD: ma un giretto in Francia, no? E mi raccomando: che sia a spese vostre, non sia mai vi venga in mente di pasteggiare a ostriche e Champagne. Anzi, passando, fate una tappa anche a Lourdes che potrebbe venirvi utile…

Alvise

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ITALIA CHIAMA CERVELLO IN FUGA

Posted on febbraio 12, 2010. Filed under: Attualità e politica, Giovani, Ricerca | Tag:, , , |

Questa volta vorrei riprendere l’usanza dello sfruttamento dei miei “corrispondenti esteri”, per avere qualche altro spunto di riflessione per noi che restiamo in questo disgraziato paese. Qualche giorno fa mi è venuta l’idea di intervistare Marco, un amico che ha vinto una borsa di studio e da qualche anno lavora come ricercatore presso un’Università di New York. Mi pare un’imperdibile occasione per intervistare un’esemplare maschio adulto di cervello in fuga!

Bene, caro Marco, intanto raccontaci: come sei finito a New York, cosa fai di preciso e dove lavori?

La mia avventura a stelle e strisce è iniziata diciamo un po’ per caso. Dopo la laurea in biotecnologie farmaceutiche, avevo infatti deciso di fare un’esperienza all’estero visto che, come saprai, lo stato della ricerca universitaria italiana è quello che è, e Padova non è un’eccezione. Per cui, dopo l’estate 2005, ho iniziato ad inviare costosissime applications (ricordo che il pacchetto che è necessario inviare ad ogni università per essere solo considerati comprende documenti tradotti in inglese, test di lingua e più specifici per i college americani, lettere di presentazione, etc.) a diverse università europee ed americane. Alla fine, dopo vagonate di “ci dispiace ma per questo semestre siamo pieni” sono stato accettato come dottorando al City College of New York (CCNY), uno degli svariati campus che fanno parte del circuito CUNY (City University of New York).

Diciamo che la demografia di questa università è molto spostata verso una fascia di popolazione di colore e a basso reddito, trovandosi nel cuore di Harlem. Molto forti sono anche le componenti asiatiche e latine (Caraibi e centro America). Per quanto mi riguarda, dopo 4 anni di lavoro, sto terminando il mio PhD in biochimica, dividendomi tra il lavoro in laboratorio e un po’ di insegnamento che mi permette di racimolare qualche dollaro in più, visto che la vita a Manhattan non costa certo quanto in qualche villaggio sperduto del North Dakota…

Se hai visto qualche mio post precedente ti sarai reso conto che, per sapere cosa succede fuori dall’Italia, piuttosto che leggere le pagine sull’estero dei nostri giornali preferisco sentire l’opinione di chi all’estero ci vive. Dal tuo osservatorio ti sei fatto un’idea sulla politica di Obama ad un anno dal suo insediamento? Soprattutto: qual è l’opinione della gente comune sulle iniziative più importanti dell’Amministrazione Obama, penso soprattutto alla riforma sanitaria?

La “moda” Obama sta secondo me un po’ scemando. Ricordo che l’entusisamo era alle stelle circa un anno fa, durante la cerimonia del suo insediamento. D’altronde si stava realizzando ciò che fino ad allora si era visto solo quando improbabili asteroidi, apocalittiche sciagure climatiche o orde di famelici alieni erano sul punto di minacciare la terra, ossia un presidente afroamericano alla White House! Tuttavia, dagli ultimi sondaggi di popolarità, pare che gli elettori non dimentichino le svariate promesse elettorali che finora stentano ad essere compiute, in particolare il ritiro delle truppe dall’Iraq e, come ricordavi tu, la riforma sanitaria, cavallo di battaglia della campagna di Hillary Clinton e adesso a serio rischio vista la risicatissima maggioranza a Washington. Nonostante tutto, NY (che è comunque da considerarsi un microcosmo a se stante) resta piuttosto filo-Obama, anche se la sensazione è che l’”altra” America inizi a storcere un po’ il naso e a spazientirsi; non è un buon segnale in vista delle elezioni di medio termine di fine anno.

Torno sul titolo del post: qual’è, tra i colleghi e gli studenti della tua facoltà, l’opinione rispetto al fenomeno “cervelli in fuga”? Lo conoscono? Come si considerano gli italiani – e gli stranieri in genere – che come te sacrificano anni lontani da casa sull’altare delle opportunità professionali? Ma poi è davvero un sacrificio?

Il fenomeno è certamente conosciuto, tuttavia è conosciuto per motivi diversi. La “fuga” dall’Italia, che è al 99% motivata da mancanza di fondi strutture e strumentazioni all’altezza, non e’ lo stesso tipo di fuga che caratterizza le transumanze annuali di migliaia di studenti asiatici o indiani verso la terra promessa statunitense. Nelle grandi metropoli asiatiche infatti non mancano certo le strutture. In questi casi normalmente si tenta di fuggire da una povertà economica e sociale, per cui non sorprende che solo pochissimi studenti del dragone rientrino una volta finiti gli studi (nonstante un recente programma finanziato da Pechino per favorire il ritorno degli scienziati formatisi in occidente). Gli europei invece – comunque un’esigua percentuale – conservano ancora il fascino esotico ormai evaporato dai cinesi…

Rispondo alla tua ultima domanda dal punto di vista di uno studente e non di un emigrato per motivi di lavoro. Si: è un sacrificio, e questo è un dato oggettivo per chiunque debba lasciare famiglia, amici etc. – e non per pochi mesi – salendo su un aereo senza sapere cosa lo aspetta al suo arrivo. La soggettività entra poi nella misura del sacrificio. Nel mio caso il primo anno e’ stato molto duro, con un inevitabile primo periodo di adattamento-shock dove in primis vi è la barriera linguistica da superare, uno stile di vita tutto da reinventare, diversi traslochi e 12 mesi di dubbi… Poi però inizi a costruirti una nuova routine e a sfruttare l’occasione che di certo è unica nella vita e che mi sento di consigliare a chiunque ne abbia l’opportunità.

Tuttavia concludo ricordando che non tutti i cervelli fuggono per sempre: confesso che la fuga del mio cervello sta per terminare e che presto mi “costituirò” ai patrii lidi ritornando con un titolo di alto livello, ma la cui spendibilità sarà tutta da dimostrare… si prospetta un’altra avventura!!

Intanto ti ringrazio anche a nome del blog, ma credo che potremmo avere qualche altra domanda da farti in futuro, magari prima che rientri definitivamente… possiamo approfittare? Grazie ancora e in bocca al lupo!

Alvise

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IL BIANCO NATALE E L’IDENTITA’ SBIADITA

Posted on novembre 23, 2009. Filed under: Cultura, Politica | Tag:, , , |

L’amministrazione di centrodestra di Coccaglio, piccolo comune nel bresciano, ha lanciato l’operazione “Bianco Natale”, finalizzata all’individuazione ed espulsione degli extracomunitari clandestini presenti nel territorio comunale. Chi ha giustamente osservato che un’operazione del genere nulla ha a che vedere con il Natale e ha ben poco di cristiano, ha incontrato la pronta risposta di un leghista componente la giunta locale: “Per me il Natale non è la festa dell’accoglienza, ma della tradizione cristiana, della nostra identità”. Il ragionamento dell’amministratore evidenzia la sua assoluta ignoranza dei principi fondanti il Cattolicesimo e conferma, a mio avviso, la carenza di un’identità culturale nella Lega Nord e nei suoi sostenitori.

I leghisti richiamano la tradizione cristiano-cattolica, ma dimostrano spesso di non avere interiorizzato alcuno dei valori che l’identificano. Non si tratta di essere o meno buoni cristiani, c’è qualcos’altro. La religione viene ridotta a simboli da difendere e non viene riconosciuta come un insieme di dogmi e valori.

Per il leghista sono le tradizioni, intese spesso come abitudini, e non i valori, a fondare la sua identità. Del cristianesimo va difeso il crocifisso nelle scuole, non ne vanno vissuti i principi. E ciò perché detti principi non rientrano nel sistema dei valori della Lega. Il leghista che scrive su facebook che è legittimo torturare i clandestini e quello che considera il Natale una tradizione che nulla ha a che fare con l’accoglienza non credono nei valori del cristianesimo.

E un’identità basata su tradizioni, tra loro distanti e magari inventate, come le feste celtiche nei capannoni, e non su un sistema di valori, non è un’identità.

Se quanto ho scritto è vero, il vasto consenso di cui gode la Lega, soprattutto nella mia regione, il Veneto, può essere sintomo, almeno in parte, di una carenza identitaria nella popolazione?

Più volte ho sentito proporre la seguente immagine: se sali su una delle montagne venete e guardi la pianura di sotto, vedi Los Angeles. Più che una metropoli, direi che vedi, rubando le parole a Calvino, “una zuppa di città diluita nella pianura”. Il punto è, probabilmente, tutto qui.

In territori dove, qualche decennio fa, nell’arco di poco tempo si è passati da un’economia contadina a un’economia industriale, dove i campi hanno lasciato spazio, senza criterio, alla cementificazione e ai capannoni, dove sono arrivati migliaia di stranieri, dove la vita è cambiata radicalmente senza che la politica governasse il cambiamento, senza che l’identità perduta fosse accompagnata da una nuova consapevolezza, un partito che fondi le sue politiche sulla difesa di abitudini, tradizioni e lingua dei tempi andati – non sui valori, perché non gli appartengono più – e rifiuta il cambiamento, fomentando la diffidenza in ciò che, all’apparenza, è altro, può trovare consenso, finché non maturino, un po’ alla volta, una nuova identità e una nuova idea di comunità.

Raffaele

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LE OLIMPIADI E GLI ULTIMI: UNA TESTIMONIANZA DAL BRASILE

Posted on novembre 2, 2009. Filed under: Attualità e politica, Politica | Tag:, , |

Ricevo e molto volentieri pubblico una riflessione dell’amica Giovanna, con cui collaboro per i progetti di formazione e sviluppo in Brasile. Tempo fa avevo chiesto anche a lei, come agli altri miei “emissari” sparsi per il mondo, qualche notizia sul paese in cui vive da anni, di quelle che non passano sui nostri giornali. E Giovanna non si è fatta attendere, partendo però da una notizia che è passata eccome da noi: l’assegnazione delle Olimpiadi 2016 a Rio de Janeiro.

Grazie Gio e a presto (un’intervista?…).

Alvise

maior idade penal

uno striscione durante una manifestazione del 2008 contro la riduzione della "maggiore età penale" (possibilità di arresto anche per i minori)

“Sono Giovanna, vivo qui in Brasile dal 2004 come volontaria per alcune associazioni che si occupano di bambini e bambine madri. Sono stata 2 anni a San Paolo e da 2 anni vivo a Rio de Janeiro. Come posso trasmettervi il fascino di questo popolo brasiliano?

Innanzitutto devo dire che negli anni ho imparato a vivere l’accoglienza, la convivialità, la festa, le dimensioni comunitarie. Una  lezione che nel nostro mondo travolto dal superfluo diviene provocazione quando in gruppo a piedi scalzi, davanti alle baracche la gente canta danzando a ritmo di samba. Questa lezione nasce da qualcosa di piu’ profondo che ci mette in discussione.

Rio de Janeiro è come San Paolo: due grandi metropoli del Brasile, dove di notte nessuno dorme. Nella favela perche’ hanno fame e nei quartieri ricchi perchè hanno paura di quelli che hanno fame. La precarietà quotidiana, le incertezze, la mancanza di prospettive future stanno spingendo le giovani generazioni dentro il vortice della criminalità. Così il traffico delle armi e della droga, il cui fatturato è costantemente in crescita, diviene una delle migliori offerte di lavoro.

Ed è pensando alle bande che appare evidente il fatto che la politica non può accontentarsi di organizzare le olimpiadi del 2016 in Brasile. Dovrebbe prima curare le enormi piaghe che ogni città possiede, soprattutto Rio de Janiero e San Paolo. Non possono pensare di vincere l’illegalità reprimendola con azioni di polizia. Devono educare, dare casa e lavoro ai giovani prima che questi entrino nell’esercito della malavita. È invece evidente l’incapacità dello Stato nell’intervenire e punire i responsabili, così come l’incapacità di esaltare il sacrificio delle vittime, con la conseguente perdita di fiducia degli abitanti nei confronti del potere politico, pressoché assente nelle favelas. Una condizione che li sottomette sempre di più alle regole e ai codici del narcotraffico.

Un‘altra delle cose che mi stupisce sempre più è il constatare quanto sia abile questa gente nell’arte di soppravivere, la loro furbizia e capacità di gestire i debiti ai quali spesso sono costretti. Credo che la regola sia questa: mai fare un debito grosso con una sola persona, ma tanti piccoli debiti con tante persone diverse. Nessuno si spaventa se deve farti un prestito di poco denaro, cosa che invece accadrebbe con grandi somme. A volte mi sembra che nascano delle catene infinite di prestiti per risarcire i prestiti. Ad esempio, non ho mai sentito che qualcuno chieda interessi ad usura. Perfino i trafficanti, se qualcuno si rivolge a loro per un prestito, non chiedono interessi. Anzi, in casi di particolare necessità (soldi per medicinali, o un funerale, o semplicemente cibo) vengono prestati senza richiedere la restituzione. Però il rischio è che un giorno vengano a “chiederti” di nascondergli della droga o delle armi, o qualche altro favore che non è possibile rifiutare. Tutto questo si  gestisce all’interno delle favelas.

Il problema d Rio de Janeiro oggi non sono più i meninos de rua (bambini di strada) , ma i menores armados (minori armati). Muoiono piu’ minori per arma da fuoco nelle favelas di Rio de Janeiro e S.Paolo che nel conflitto Israele – Palestina. Quante guerre ci saranno e quanti innocenti moriranno in queste città prima delle Olimpiadi 2016?”

 Giovanna Binotto

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ANCORA SULL’AFRICA: COSTUMI DA COMBATTERE NEL BENIN

Posted on settembre 24, 2009. Filed under: Attualità e politica, Cultura | Tag:, , , , |

Immagine

Baobab

Questa volta la sorte mi ha fatto incontrare Mons. Pascal N’Koue, vescovo della Diocesi di Natitingou nel nord del Benin, con il quale abbiamo fatto un’interessante chiacchierata in auto da Vittorio Veneto a Rovigo. Intanto toglietevi dalla testa l’immagine del porporato con aria serafica che impartisce benedizioni (uno così non avrebbe osato salire sulla mia auto: almeno un Mercedes, altro che Opel Zafira! A metano poi!). Macchè: anche Mons. Pascal indossa la “tuta mimetica”.

In realtà lo avevo già conosciuto perché da qualche anno sto collaborando ad alcuni progetti di sviluppo proprio nella sua zona. Ma questa era la prima volta che avevo l’occasione di parlare con lui a quattr’occhi (facendo attenzione alla strada…).

Pratiche da estirpare: il matrimonio forzato e l’uccisione dei bambini “strani”

L’ultima idea che stiamo concretizzando negli ultimi mesi è un progetto di costruzione e avvio di una scuola nel villaggio di Matéri, destinata a ragazze giovani e giovanissime della sua Diocesi, vittime del fenomeno del “matrimonio forzato”. L’idea in sostanza è quella di combattere questo malcostume garantendo a tutti, ma soprattutto alle femmine, un’adeguata istruzione, che lo stesso Mons. Pascal ritiene fondamentale per far uscire la sua gente dal degrado economico e sociale nel quale si trova.

Nell’antica tradizione Berba infatti una ragazza è destinata a sposarsi, ed il suo matrimonio è legato alle scelte della famiglia. In questo sistema, la famiglia X dà una ragazza alla famiglia Y e viceversa. La pratica del matrimonio forzato è molto diffusa, e per questo volutamente proibita da numerosi documenti internazionali. A partire dalla “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo” (ONU, 1948), che all’articolo 16 cita “il pieno e libero consenso delle parti” quale fondamento del matrimonio; alla “Convenzione sul consenso al matrimonio, sul limite di età al matrimonio e sulla registrazione dei matrimoni” (ONU, 1964), che fissa a 15 anni (art. 2), salvo casi specifici previsti dalla legislazione nazionale, il limite minimo di età per contrarre matrimonio.

Trattandosi di una pratica tradizionale, diffusa a macchia di leopardo e svolta per lo più in zone rurali e remote, è molto difficile fornire dati ufficiali, come rileva S.H. Umemoto, nel suo studio “Il matrimonio precoce” (Istituto degli Innocenti – Firenze, 2001). Anche Umemoto, come Mons. Pascal, afferma che una delle best practices per cercare di arginare il fenomeno sia proprio la scolarizzazione.

Il progetto che stiamo portando avanti in Benin si prefigge esattamente di combattere questa piaga culturale attraverso l’accesso all’istruzione primaria delle vittime di tale pratica. Si osserva infatti che le ragazze scolarizzate normalmente sono esentate dal fenomeno. Le ragazze con un minimo di istruzione si sottraggono a questa tradizione perché si aprono alle relazioni: il cambiare mentalità permette loro di acquisire anche la consapevolezza e la conoscenza delle istanze giuridiche per difendersi. Di conseguenza, mentre nel passato questa usanza matrimoniale si applicava alle ragazze attorno ai 18 anni, oggi purtroppo si registra una tendenza drammatica per cui, per evitare la loro scolarizzazione, le famiglie usano farle sposare o promettere in spose già giovanissime (tra i 7 e i 10 anni), età in cui vengno introdotte direttamente nella famiglia del futuro sposo, spesso senza conoscerlo (come avviene in molte altre culture). Ciò dimostra quanto le stesse famiglie temano lo sradicamento dell’ignoranza. Dal 2000, secondo le informazioni delle Suore Teatine di Matéri, il 98% delle ragazze che fuggono da queste situazioni hanno un’età compresa tra i 10 e i 14 anni, tutte assolutamente prive di istruzione scolastica.

E’ evidente che una bambina che tra i 7 e i 10 anni si ritrova sbalzata in una tale situazione salta brutalmente le tappe progressive della sua maturazione umana per diventare prematuramente sposa. Segnata e distrutta psicologicamente.

Per sfuggire a queste situazioni, molte bambine fuggono dalle loro famiglie per rifugiarsi nelle strutture caritative della Chiesa Cattolica, oppure, quando sono già grandi, disperate diventano candidate all’emigrazione, per la gioia di Bossi & C.

Va detto che la Chiesa in Africa lotta contro questo costume antico da circa 30 anni, cercando fare in modo che la donna ritrovi in questa regione la sua dignità persa. Tuttavia questo messaggio passa difficilmente in una regione dove la popolazione è all’80% analfabeta.

La cosa a mio parere paraddossale è che la pratica del matrimonio quantomeno “combinato” era molto diffusa in alcune zone della cattolicissma Italia anche fino a non più di 30-40 anni fa (guarda caso in zone in cui il tasso di analfabetismo era molto alto…). Questo rappresenta insieme un monito alla Chiesa a riflettere ancora una volta sulle proprie pratiche passate, ma anche un messaggio di speranza per le popolazioni africane: un altro matrimonio è possibile!

Chiacchierando con Mons. Pascal, scopro altre pratiche, diffuse nella sua Diocesi e non solo, che mi lasciano sconcertato. Una di queste è quella per cui i bambini e le bambine che non nascono “regolari” vengono uccisi. Attenzione: per “regolari” non intendo solo con malformazioni o malattie più o meno gravi: è sufficiente che nascano podalici per essere considerati “spiriti malvagi” o cose del genere, e quindi una iattura per la famiglia e per l’intera comunità del villaggio. Di conseguenza in caso di parto podalico viene chiamato subito un personaggio (una specie di stregone) che arriva e provvede all’eliminazione fisica del neonato.

Che fare?

Ora qui come al solito la faccenda si fa delicata. E’ giusto intervenire sulla cultura locale per combattere queste usanze che noi occidentali non esitiamo a definire barbare?

Per Mons. Pascal si ripropone quello che si diceva con don Miguel del Perù (che a proposito vi saluta tutti in attesa di poterci leggere regolarmente grazie ai pannelli solari che gli dovrebbero arrivare). Nel senso che va fatto un lavoro delicatissimo e difficilissimo di combinazione tra la salvaguardia della vita, della dignità della donna, e della libertà di contrarre matrimonio con chi si vuole, e la tradizione e la cultura locale. Per questo tutti gli sforzi e le risorse che abbiamo a disposizione vorremmo impiegarli per garantire comunque istruzione a tutti. Soprattutto in questo caso appare chiaro che l’istruzione è e deve essere la base dello sviluppo integrale della persona, non tanto per la quantità di informazioni che si possono acquisire (che, ricordo, potrebbero essere anche sbagliate!) ma quale strumento per dare a tutti gli esseri umani la possibilità di operare scelte cosapevoli. Insomma a me piacerebbe che i bambini dei villaggi del Benin potessero conoscere la propria cultura e la propria storia, praticare le proprie usanze, senza per questo essere costretti a veder uccidere i loro fratelli e sorelle. Chissà se ce la faremo.

E poi, ci sono le ONG internazionali che operano nel Benin, molte francesi o comunque di paesi “economicamente e socialmente sviluppati”. Mons. Pascal mi riferisce che alcune (troppe) di esse in modo molto sottile favoriscono l’eliminazione dei bambini “non normali”. Il messaggio indiretto che passano nei villaggi è questo: “voi siete in tanti, non c’è cibo a sufficienza, quindi se una parte della popolazione viene sterminata alla nascita non è così male per voi…”

Di aumentare le risorse perché tutti abbiano da mangiare e possano istruirsi non se ne parla nemmeno.

Aspetto vostri commenti, nel frattempo vedrò di convincere anche Mons. Pascal a mandarmi qualcosa ogni tanto, così la rete internazionale degli amici di Ricostituente si allarga…

A presto.

Alvise

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A CHI VANNO I “SOLDI PER L’AFRICA”?

Posted on luglio 23, 2009. Filed under: Uncategorized | Tag:, , , , , |

Qualche settimana fa, nel pieno dello “spettacolo G8”, ascoltando la radio in auto mia moglie se ne esce con una delle sue domande che ti stroncano e che ti fanno dire: “ma perché non ci ho mai pensato?…” Domande che, tra l’altro, sono una delle ragioni per cui l’ho sposata.

Alla radio stavano dicendo più o meno che “…gli 8 capi hanno ottenuto un grandissimo risultato: verranno stanziati 20 miliardi di Dollari in 3 anni per l’Africa…” Mia moglie allora mi chiede: “Ma chi è che rappresenta l’Africa?” Io dico: “se non sbaglio mi pare che al G8 ci sia l’Egitto…” “No, no – risponde lei – intendo proprio chi è il rappresentante ufficiale… Insomma, come per gli Stati Uniti c’è Obama…” Io rimango un po’ così, poi dico: “ma l’Africa non è uno Stato sovrano, è un continente composto da “tot” Stati sovrani… non c’è neanche un’organizzazione tipo Unione Europea che li raggruppi almeno in parte, c’è solo qualche accordo commerciale… che senso ha questa domanda?”

Quanti Dollari del G8 saranno arrivati a queste donne con i loro bambini?

Beneficiarie dei fondi stanziati dall'ultimo G8

E la domanda un senso ce l’aveva eccome! Insomma, nessuno si è mai domandato: “Ok, ci sono 20 mld di Dollari stanziati “per l’Africa”. Ma non essendo l’Africa uno Stato con il suo bel bilancio, la sua Banca Centrale, ecc, allora quanti soldi vanno al Congo? Quanti allo Swaziland? Quanti al Ghana, alla Repubblica Centrafricana, all’Eritrea, all’Egitto, al Burkina Faso? E alla piccola Guinea Equatoriale? E alla nostra amica Libia (che ne ha estremo bisogno per pattugliare le coste affinchè non partano i barconi in direzione Lampedusa)? Boh!

E cosa si fa con questi soldi? Chi controlla che “si faccia sul serio”? Riboh!

Qualcuno per la verità una questione l’aveva sollevata, anche durante il recente G8. Si diceva che in realtà durante tutti i G8/G14/G20/G198 i Paesi ricchi stanziano i “soldi per l’Africa”. Ma quanti? Come? Dove? Per fare che? Addirittura c’è stato chi questa volta ha insinuato che almeno parte di quei 20 miliardi fossero fondi già stanziati in precedenti G8 e mai erogati. Diciamo che non lo so, ma che se fosse vero non mi stupirei. Tra l’altro un amico del Benin recentemente mi ha confermato questa ipotesi.

Quanti? Come? Dove? Per fare che? Domande banalissime, ma pensateci bene: qualcuno vi ha mai dato su questo una risposta chiara? A me no. E dire che in qualche modo lavoro nel settore… Anzi a dire la verità un altro amico (Ottavio, che fa il missionario in Burundi, e che una volta mi aveva commentato un articolo su Ricostituente; sto cercando di convincerlo a mandarmi qualcosa sulla sua esperienza) qualche tempo fa mi ha dato una notizia abbastanza sconcertante. Mi ha detto che in Burundi la percentuale di APD (Aiuto Pubblico allo Sviluppo, quindi fondi della cooperazione internazionale) è attualmente ancora pari al 60% del PIL del Paese. Per chi fosse interessato e conosce il francese, mi ha anche fornito una fonte sull’argomento: http://imf.org/external/pubs/ft/fandd/fre/2002/06/pdf/heller.pdf

Ora, io come al solito mi ritengo un’ignorante, ma mi pare che ci sia qualcosa che non va in queste cifre. E la valutazione peggiora ulteriormente se penso che 10 anni fa il il Ministero della Difesa del Burundi spendeva il 39% del bilancio nazionale… oggi dovremmo essere ancora al 20% (che mi dici Ottavio?), anche se la guerra è, per così dire, “finita”. Restiamo quindi nell’attesa fiduciosa che qualcuno ci spieghi:

a)     Quanti soldi si spendono “per l’Africa” davvero ogni anno;

b)     Come vengono davvero utilizzati questi soldi, ma soprattutto…

c)      Quali Stati davvero beneficiano di questi “aiuti allo sviluppo”, e infine…

d)     Perché, dopo decenni di erogazioni, il numero di morti di fame continua a salire e l’unico settore in sviluppo è in genere quello militare…

Se conoscete qualcuno che queste risposte le sa, fatemi un fischio!

Buona estate a tutti

Alvise

PS: lo so, dovevo scrivere di pannolini lavabili con un’”intervista” alla mia espertissima moglie… portate pazienza arriverà anche quello. Nel frattempo, approfittando dell’estate, provvedete a procreare, altrimenti a che vi servono i pannolini?

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LE FONDAZIONI DI COMUNITA’

Posted on luglio 18, 2009. Filed under: Attualità e politica, Cultura | Tag:, , |

La fondazione è un ente deputato alla destinazione di un patrimonio privato a un determinato scopo di pubblica utilità.

Lo scopo delle fondazioni di comunità è il miglioramento della qualità della vita della comunità di riferimento, tramite il rafforzamento dei legami solidaristici tra coloro che vivono e agiscono nel territorio.

Esse operano ideando progetti da sviluppare in partnership con altri soggetti, oppure erogando contributi per la realizzazione di iniziative meritevoli nate nella comunità.

In Italia, negli ultimi dieci anni, il fenomeno delle fondazioni di comunità è cresciuto fortemente grazie all’impulso delle fondazioni ex bancarie, prima tra tutte la Fondazione CA.RI.P.LO..

Le fondazioni ex bancarie hanno scommesso sulle fondazioni di comunità, investendo in strutture che, grazie a un maggiore radicamento nel territorio, dovrebbero nel tempo far crescere la cultura della donazione nei cittadini e gradualmente garantire una maggiore incisività nella promozione della società civile e del capitale umano.

Solitamente le fondazioni di comunità italiane hanno una dimensione territoriale che coincide con la provincia, anche se non mancano significative eccezioni.

Ad esempio, la Fondazione di Venezia, ex CA.RI.VE., ha favorito la nascita di quattro fondazioni di comunità nel territorio della provincia di Venezia: la Fondazione Clodiense (Chioggia), la Fondazione Santo Stefano (Portogruaro), la Fondazione Terra d’Acqua (San Donà di Piave) e la FondAzione Riviera – Miranese.

Quest’ultima è dotata di una struttura particolare, in quanto è una fondazione di partecipazione.

La fondazione di partecipazione è un soggetto in cui si fondono gli elementi propri delle fondazioni (patrimonio destinato a uno scopo dal fondatore e immutabilità dello scopo) con elementi propri delle associazioni (valorizzazione dell’elemento personale con la possibilità di adesione, da parte di soggetti pubblici o privati, in momenti successivi a quello di formalizzazione dell’atto costitutivo).

Essa appare particolarmente adatta, proprio per la sua struttura aperta, a favorire e incrementare l’adesione al progetto da parte dei soggetti pubblici e privati presenti nel territorio.

E’ il modello di fondazione più idoneo a sviluppare una collaborazione tra pubblico e privato che riesca a superare i limiti del pubblico, economici e spesso organizzativi, e del mercato, che privilegia il profitto, favorendo così l’attuazione del principio di sussidiarietà orizzontale di cui all’art. 118 della Costituzione.

Non solo, il cittadino, con la sua adesione, ha la possibilità di cooperare nel definire gli interventi che incidono sulle realtà sociali a lui prossime.

Raffaele

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ITALIA – GERMANIA PARTE III – L’EPILOGO

Posted on giugno 11, 2009. Filed under: economia, Uncategorized | Tag:, , , , , , |

fiat-opel

fiat-opel

E’ vero, avevo pensato con Marco di mandarvi qualcosa sul terzo mondo e sulla cooperazione internazionale, ma dopo l’epilogo della vicenda Fiat – Opel, come potevo non concludere il discorso?

Dunque è andata male. Ma a chi, poi?

Insomma le perplessità che avevo sollevato nei capitoli I e II della “saga” rimangono tutte, eccome! E per giunta, letti alcuni commenti più o meno autorevoli, se ne aggiungono delle altre.

Intanto, con o senza Opel, la situazione degli operai italiani della Fiat non è affatto rosea. Gli altri fronti su cui è ancora impegnata la casa torinese (Chrysler – e di ieri il via libera del Governo USA -, ma anche Peugeot-Citroën e Saab) richiamano venti di tempesta per le prospettive occupazionali del nostro Paese, tattandosi sempre di aziende con cui ci sarebbero pericolose sovrapposizioni di mercato.

E poi ci sono le valutazioni degli esperti. Vi consiglio a tal proposito questo articolo. Tra i vari elementi che avrebbero influenzato l’affare, si citano la nostra atavica “incapacità di fare squadra”, già denunciata a suo tempo da Montezemolo. Ma se da una parte c’è chi (Tremonti) afferma che “l’influenza di Silvio Berlusconi avrebbe potuto fare molto“ (no comment), dall’altra c’è chi osserva che “il pregiudizio verso gli italiani, il nostro scarso peso internazionale avrebbero zavorrato l’offerta di Sergio Marchionne”. Da parte mia propenderei per la seconda ipotesi, anzi: non sarà mica che siamo incapaci di “fare squadra” proprio perché qualche giocatore (magari il “capitano”) non fa che alimentare all’estero i pregiudizi nei confronti degli italiani? Mah…

Comunque secondo l’autore c’è poco da aggiungere: l’offerta del concorrente era migliore di quella di Fiat. E giù con una serie di motivazioni ben argomentate.

Dell’articolo citato mi ha colpito in particolare la frase: “ci si meraviglia che i destini delle grandi aziende siano decisi anche dai governi”.

In effetti anch’io – non so se si era capito – non trovo affatto strano che un governo si interessi del destino di migliaia di suoi cittadini lavoratori, anche se si tratta di un’azienda privata. E, insisto, è proprio quello che secondo me la Merkel ha pensato di salvaguardare, per quanto possibile. Trovo invece strano quando un governo interviene nei destini di una grande azienda privata (ma ex-pubblica) non per salvaguardare posti di lavoro, né per ottenere le condizioni industriali migliori, ma per aiutare un gruppetto di amici industriali a fare soldi scaricando i debiti sui cittadini.

Dunque per tornare alla domanda iniziale, a chi è andata male? Direi proprio ai colletti bianchi, ai manager che già si leccavano i baffi per le prospettive di guadagno sulla pelle degli operai. E’ brutto dirla così, sembra di essere tornati ai tempi delle lotte di classe, ma non mi vengono davvero altre definizioni.

E’ andata meglio alle italiche tute blu, che quanto meno hanno ancora qualche (remotissima) speranza di mantenere lavoro e stipendio.

E chissà che, dopo la sconfitta in terra germanica, il buon Marchionne si accorga che un’altra strategia è possibile. Che forse investire anche sulle risorse umane qualificate e sulla ricerca in Italia (e perché no? anche all’estero…) potrebbe non essere una strategia perdente. Che forse si può davvero sfruttare quel potenziale vantaggio che Fiat ha a livello mondiale sui carburanti alternativi, anche per rilanciare economia e occupazione nel nostro Paese.

Vabbè mi sto allargando, sogno ad occhi aperti! … Preparate le bottiglie di sangiovese!

Alla prossima, con le notizie da mondi sconosciuti… promesso!

Alvise

PS: a parte l’articolo citato, ho trovato il sito giornalettismo.com davvero ben fatto. Andatelo a vedere!

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VALUTARE ANCORA LO SVILUPPO

Posted on aprile 19, 2009. Filed under: Attualità e politica, Politica | Tag:, , , , , , |

Nel mio primo articolo sulla valutazione dello sviluppo mi sono lamentato che i nostri indici di misurazione dello sviluppo della società non tenessero nella dovuta considerazione contemporaneamente criteri come il reddito pro capite e, per esempio, il rispetto ambientale o i servizi sanitari.

A quelle suggestioni voglio ora aggiungere due elementi: alcune teorie di Amartya Sen e l’indice di progresso del Bhutan.

Il primo è uno studioso indiano vivente, premio nobel per l’economia nel 1998, che si è sempre posto criticamente nei confronti del modello di sviluppo occidentale che considera come proprio fine l’aumento della ricchezza delle nazioni. Egli sostiene che si debbano considerare le capacità e i funzionamenti delle persone come misure della libertà e della qualità della vita degli individui. (da Wikipedia) “In estrema sintesi, Sen propone di studiare la povertà, la qualità della vita e l’eguaglianza non solo attraverso i tradizionali indicatori della disponibilità di beni materiali (ricchezza, reddito o spesa per consumi) ma soprattutto analizzando la possibilità di vivere esperienze o situazioni cui l’individuo attribuisce un valore positivo. Non solo, quindi, la possibilità di nutrirsi e avere una casa adeguata, ma anche essere rispettati dai propri simili, partecipare alla vita della comunità ecc. Secondo Sen, i funzionamenti sono, in sostanza, le esperienze effettive che l’individuo ha deciso liberamente di vivere, ciò che ha scelto di fare o essere. Le capacità sono invece le alternative di scelta, ossia l’insieme dei funzionamenti che un individuo può scegliere. L’approccio di Sen ha convinto molti studiosi a considerare i tradizionali indicatori monetari del benessere (indici di povertà e diseguaglianza basati sul reddito o sulla spesa per consumi) come misure incomplete e parziali della qualità della vita di un individuo.”

Interessante, nella teoria di Sen, è anche l’accento sul fatto che assieme alle cose che abbiamo, le acquisizioni, va tenuta in debita considerazione la libertà di averne delle altre, tramite le capacità. Non solo beni e servizi, quindi, ma possibilità.

L'ex re del Bhutan Jigme Singye Wangchuck

L'ex re del Bhutan Jigme Singye Wangchuck

Su di un altro fronte, riporto la notizia che l’allora re del Bhutan Jigme Singye Wangchuck ha invece ideato e proposto già dagli anni ’70 un indice di misurazione del progresso della propria società chiamato Felicità Interna Lorda (FIL). Esso considera i quattro pilastri della felicità: lo sviluppo sostenibile, la protezione ambientale, la salvaguardia della cultura tradizionale e il buon governo. Il Buthan è uno stato che si trova sull’Himalaya, abitato prevalentemente da buddhisti i cui le trasmissioni televisive sono state ammesse nel 1999. Negli ultimi 30 anni le politiche di sviluppo, che tenevano in considerazione il FIL, hanno consentito di aumentare la ricchezza dei buthanesi senza compromettere le risorse ambientali del paese.

Anche in questo caso da mondi diversi dal nostro provengono spunti di riflessione interessanti che possono migliorare le nostre vite. Un motivo in più per cercare di preservare e valorizzare le diversità sociali e culturali.

Marco

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Valutare lo sviluppo

Posted on dicembre 26, 2008. Filed under: Attualità e politica | Tag:, , , , |

Siamo in un periodo che viene definito di crisi. La crisi riguarda gli aspetti economici della nostra società. Chissà perché quando l’economia va male diciamo che “siamo in crisi” e ci strappiamo i capelli, ma quando la politica ed il senso civico dei cittadini sono sotto zero non ci preoccupiamo così tanto.

Allo stesso modo abbiamo il vizio di considerare lo sviluppo economico. O peggio la crescita economica, come l’obiettivo del nostro sistema paese. Siamo contenti se cresce il PIL e tristi se diminuisce.

Io credo che questo modo di pensare sia folle e sia un simbolo della decadenza della nostra società.

Sappiamo bene che il PIL misura il valore monetario dei beni e dei servizi prodotti in un determinato contesto (Italia) in un determinato periodo (1 anno). Nulla ci dice invece rispetto a che cosa si produce e si vende: l’aumento del PIL può derivare sia dalla costruzione di un nuovo ospedale che da un terremoto che produce migliaia di morti; sia dall’insegnamento dell’educazione civica che dalla costruzione di armi di sterminio di massa.

Siamo nel 2008, siamo andati sulla luna, costruiamo computer potentissimi e mezzi di trasporto superveloci. Possibile che usiamo ancora un indice di sviluppo così grezzo? Possibile che non abbiamo strumenti realmente in grado di valutare se stiamo andando in meglio o in peggio?

Negli anni 80 l’ONU si pose il problema e nel 1990 l’economista pakistano Mahbub ul Haq realizzò l’HDI (Human Development Index, cioè l’Indice di Sviluppo Umano) che associava ai dati economici anche dati relativi alla sanità e all’istruzione.

Se consideriamo la classifica dei paesi con il PIL pro capite più alto (dati del 2007), in testa troviamo il Qatar, Gli USA sono al 6° posto e l’Italia al 26°. Considerando la classifica basata sull’ISU (dati 2005) invece il Qatar è al 35° posto, gli USA sono al 12° e l’Italia è al 20°. La differenza è quindi sostanziale.

Vi sono però anche numerosi aspetti della nostra vita e della nostra economia che non sono presi in considerazione dall’ISU e che invece sono assolutamente rilevanti per il benessere nostro e delle successive generazioni: la sostenibilità ambientale, la sostenibilità economica e la sostenibilità sociale1.

Faccio un esempio: se a Scorzè (VE) usano l’acqua in bottiglia proveniente da Geraci Siculo (PA) e a Geraci usano la San Benedetto di Scorzè (VE):

  • il PIL si accresce del viaggio in autostrada, dell’uso del carburante, della produzione della plastica, dei costi di smaltimento dei rifiuti, degli stipendi degli operai e dei manager, degli autisti, del casellante, ecc.

  • L’ISU rimane indifferente non essendoci in ballo istruzione o sanità

  • io mi incazzo.

Vorrei invece, (in attesa di cessare i comportamenti demenziali quali quelli dell’acquisto dell’acqua in bottiglia sopra descritti) un indice che di fronte a questi comportamenti desse valore negativo. Chiedo troppo?

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